Reggio Emilia: neofascismo “comunista” islamico

Due articoli di Free4Future su X:
(13-10-2026)
CRONACA DELLE ULTIME 24 ORE DI REGGIO EMILIA

Nelle ultime ventiquattr’ore il caso @ReggioChild  Reggio Children  ha cambiato scala. Una visita di studio saltata è diventata una vicenda politica e istituzionale che coinvolge il  Comune di Reggio Emilia,  @pdnetwork  , @RegioneER  e soprattutto la reputazione internazionale di uno dei marchi educativi italiani più conosciuti nel mondo.

Per capire come ci siamo arrivati bisogna rimettere in fila quello che è successo.

Il 5 ottobre l’assessora MarwaMahmoud spiega che Reggio Children non ha collaborazioni attive con istituzioni israeliane e che alcune proposte ricevute nelle settimane precedenti sono state sospese per effettuare «tutte le verifiche necessarie».

L’assessora MarwaMahmoud

Il 7 ottobre è la stessa Reggio Children a comunicare che al gruppo di insegnanti ed educatori delle scuole ebraiche è stata chiesta «un’ulteriore presa di distanza, esplicita, dalle politiche del governo Netanyahu».

Poi arriva l’audio.
La registrazione, diffusa dal Tgr Emilia-Romagna della presidente di Reggio Children Maddalena Tedeschi, è della sera del 6 ottobre. Si sente parlare della richiesta rivolta individualmente a ogni persona di prendere le distanze «dall’occupazione dei territori, dal genocidio».
Subito dopo arriva la frase destinata a pesare più di tutte le altre: «Prima abbiamo la necessità di recuperare queste dichiarazioni firmate».

Dichiarazioni individuali. Firmate. Richieste a docenti di scuole ebraiche su una questione politica.

Forma e contenuto richiamano un osceno precedente: il giuramento di fedeltà imposto dal fascismo ai docenti nel 1931.

Il sindaco Marco Massari

In Comune viene raccontata una storia diversa.
Il sindaco Marco Massari, intervenendo in Consiglio comunale, sostiene che Reggio Emilia accoglie educatori di ogni provenienza e respinge l’idea di esami politici o religiosi. Rinnova inoltre piena fiducia all’assessora Mahmoud.
Qui per Massari c’è una domanda semplice: quando ha riferito al Consiglio conosceva il contenuto dell’incontro del 6 ottobre?
1. Se lo conosceva, lo ha nascosto nella sua ricostruzione.
2. Se non lo conosceva, è andato in Consiglio comunale ignorando il motivo della rottura con i docenti americani: la richiesta precisa e ufficiale rivolta ai docenti delle scuole ebraiche.

Mahmoud, il 12 ottobre, aveva già respinto le accuse parlando di «ricostruzioni fantasiose e articolate» e pubblicato quella che presenta come la Carta completa di Reggio Children.
Anche qui, però, i conti non tornano. Nel testo pubblicato dall’assessora compaiono sette principi e tre impegni; nella Carta pubblicata sul sito ufficiale di Reggio Children ce ne sono otto e quattro. I due passaggi assenti dal post di Mahmoud riguardano proprio il genocidio e i territori occupati.

Nello stesso momento la vicenda esce definitivamente dai confini cittadini. Walker Meghnagi, presidente della Comunità ebraica di Milano, evoca «metodi e clima» da Terzo Reich. Il presidente dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale interviene a sostegno di Massari e Reggio Children e definisce «gravissime» le parole di Meghnagi.

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Dentro il centrosinistra reggiano il quadro appare meno compatto. Il segretario provinciale del Pd Massimo Gazza insiste sulla distinzione tra persone e governi e sulla necessità di accogliere gli educatori senza sottoporli a esami politici.

Nicola Fangareggi pubblica un articolo dal titolo «La stagione Massari è finita» e legge il caso Reggio Children come l’esplosione di una crisi politica che covava già da tempo.

In Consiglio comunale, invece, la maggioranza protegge l’amministrazione. La richiesta di dimissioni del sindaco viene respinta con 20 voti contrari e 7 favorevoli; quella di revocare le deleghe a Mahmoud con 18 contrari e 9 favorevoli.

Nella stessa seduta viene bocciata anche la proposta di istituire un Osservatorio comunale sull’antisemitismo.

La sequenza che emerge è ormai molto concreta: un gruppo di docenti di scuole ebraiche riceve una richiesta politica aggiuntiva; il comunicato ufficiale di Reggio Children usa la parola «ulteriore»; nell’audio attribuito alla presidente si parla di prese di distanza individuali e di «dichiarazioni firmate»; successivamente Comune e Reggio Children presentano la Carta come riferimento generale valido per tutti.

Il caso arriva sulla stampa nazionale, intervengono le comunità ebraiche, interviene la Regione e la maggioranza comunale è costretta a votare sulle dimissioni del sindaco e sulla revoca delle deleghe all’assessora.

Reggio Children paga il prezzo più alto.
Per decenni quel nome ha rappresentato nel mondo un’eccellenza educativa costruita sull’apertura, sull’ascolto, sul confronto e sull’accoglienza. Oggi è marchiato da una richiesta di abiura e adesione insieme fatta ai soli docenti delle scuole ebraiche.

È un colpo diretto alla credibilità del Reggio Emilia Approach e al patrimonio internazionale costruito in decenni da insegnanti, pedagogisti, famiglie e amministratori.

Da qui nasce anche la questione delle responsabilità. Marco Massari guida il Comune; Marwa Mahmoud ha la delega alle politiche educative; Maddalena Tedeschi presiede Reggio Children. Le richieste di dimissioni e di revoca delle deleghe sono già entrate formalmente in Consiglio comunale e il dibattito sulla permanenza dei tre nei rispettivi ruoli è ormai aperto.

Per chi considera discriminatorio sottoporre docenti di scuole ebraiche a condizioni non richieste a nessun altro, la vicenda ha già superato da tempo il terreno della cattiva comunicazione per entrare su quello dell’antisemitismo in purezza.

Resta una realtà molto semplice da guardare: Reggio Emilia aveva consegnato al mondo un modello educativo che in meno di una settimana il sindaco Marco Massari, l’assessora Marwa Mahmoud e la presidente di Reggio Children Maddalena Tedeschi, novelli Mida, hanno trasformato in altro.

A questo punto viene spontanea una domanda: non sarebbe il caso che si dimettessero in fretta? La pressione politica cresce, il danno d’immagine aumenta e ogni nuovo elemento rende la loro posizione più difficile da sostenere. Uscire adesso consentirebbe almeno di provare a limitare altri danni a Reggio Children e alla città.

E la storia è appena cominciata.

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(14-10-2026)

La storia di Reggio Children non comincia il 6 ottobre 2026. E non comincia nemmeno a Reggio Emilia.

Comincia a Bologna, sedici mesi prima, quando il presidente dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale decide di interrompere i rapporti istituzionali con il governo israeliano e con i soggetti «direttamente riconducibili» che non siano «apertamente e dichiaratamente» orientati a porre fine al “massacro in corso”.

Una scelta politica destinata a uscire rapidamente dai palazzi della Regione: la comunicazione arriva anche alle agenzie regionali e alle Aziende sanitarie.

Ed è qui che comincia il problema.

Perché quella formula lascia aperta una domanda enorme: chi decide chi sia “direttamente riconducibile” al governo israeliano? E soprattutto: chi stabilisce se la sua presa di distanza sia abbastanza “aperta e dichiarata”?

Il dubbio viene sollevato subito anche in Assemblea regionale. Un’interrogazione avverte che una formula così ampia può produrre «ambiguità interpretative» e una possibile lettura discriminatoria verso imprese e professionisti.

Sedici mesi dopo, a Reggio Emilia, quella logica riappare.

Agli educatori delle scuole ebraiche viene chiesta una presa di distanza esplicita dalle politiche israeliane. Nell’audio del 6 ottobre Maddalena Tedeschi parla di dichiarazioni individuali e della necessità di «recuperare queste dichiarazioni firmate» prima dell’arrivo.

E allora la domanda diventa più scomoda.

Perché la Regione Emilia-Romagna mette a rischio una delle proprie eccellenze internazionali per inseguire questa linea politica?

Reggio Children è un patrimonio costruito in decenni. Un marchio conosciuto nel mondo, capace di attirare insegnanti, pedagogisti e delegazioni internazionali.
Oggi è finito dentro una tempesta internazionale che sta danneggiando seriamente la sua reputazione. Decenni di lavoro di docenti, famiglie, cittadini bruciati nel fuoco dell’ideologia.

E forse Reggio Children non è nemmeno la prima eccellenza emiliana ad aver pagato il prezzo di questa impostazione.

La Regione, nel 2025, aveva già esteso la propria scelta oltre la rappresentanza politica, fino alle aziende sanitarie. E già allora qualcuno aveva chiesto dove finisse la presa di posizione simbolica e dove cominciassero le conseguenze concrete: rapporti economici, forniture, tecnologia, medicinali.

Oggi quella domanda ritorna con una forza diversa.

Non abbiamo ancora un documento che dimostri un ordine diretto partito dalla Regione e arrivato a Reggio Children.
Ma abbiamo una linea politica precisa, precedente e formalizzata.

A questo punto resta da capire perché.

Quanto pesa, nelle scelte governo regionale, la ricerca del consenso di un elettorato settario e violento?

Quanto siamo disposti a veder mettere a rischio — per sostenere questa linea — il nostro lavoro, la nostra salute, l’istruzione dei nostri figli, le relazioni internazionali, le imprese e le eccellenze costruite in decenni?

Sono domande politiche che ormai chiedono una risposta.

Ma una cosa oggi è molto più difficile da ignorare: Reggio Children non è esploso dal nulla. Il terreno era stato preparato molto prima, a Bologna.

Luciano Dondero

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