Pornografia: lo specchio infranto della soggettività

Commento al saggio di Michela Marzano sulla “Fine del desiderio” PORNOGRAFIA:
LO SPECCHIO INFRANTO DELLA SOGGETTIVITA’

PORNOGRAFIA:
LO SPECCHIO INFRANTO DELLA SOGGETTIVITA’

La produzione odierna di materiale pornografico di ogni  tipo e per ogni gusto (o disgusto) è talmente diffusa e, grazie ai nuovi mezzi di comunicazione  di massa, accessibile a chiunque, che è ormai da tempo oggetto di studio nell’ambito delle diverse “scienze umane”: dalla psichiatria alla sociologia, dalla psicologia all’antropologia, dalla pedagogia all’estetica e alle  scienze della comunicazione, ecc.

Non poteva quindi rimanere ancora a lungo estranea all’etica. Nel capitolo intitolato “Quello che la pornografia non insegna agli uomini” in Sii bella e stai zitta, Mondadori, 2010 – libro “militante” con il quale Michela Marzano  ha inteso  “spiegare le dinamiche di oppressione che imprigionano la donna italiana” – la filosofa constata che “Viviamo ormai in un mondo in cui la pornografia è estremamente banalizzata. Se ne trova un po’ per tutti i gusti: per gli eterosessuali e gli omosessuali, bisessuali e feticisti, sadomasochisti e zoofili. Basta ormai andare su Internet per trovare tutto e il contrario di tutto”. Non manca quindi, a quanto pare, nel mercato pornografico né la domanda né l’offerta (e lasciamo per ora in sospeso se è la domanda a far sì che ci sia l’offerta o viceversa), e questo significa che si tratta di un’attività che riguarda una notevole quantità di “addetti”, cioè di personale adibito alla produzione, alla pubblicità, alla distribuzione e al reclutamento di nuovi “operatori” del “settore”, e di sempre  nuovi affezionati clienti e consumatori di film, video, spettacoli e anche romanzi-verità  e diari intimi scritti da professioniste (o vittime) del sesso (non risulta, almeno finora, l’esistenza di poesie, anche tra le più eroticamente ispirate, definibili come pornografiche. Chissà mai perché!). E tuttavia, per quanto ormai entrata a far parte integrante dell’industria culturale, e, pur essendo “estremamente banalizzata” (ma forse non ancora nei suoi aspetti estremi o “ultra-hard”), la pornografia continua a rappresentare, agli occhi dei più, almeno per ora, un oggetto ascrivibile alla categoria freudiana del  “perturbante”.  Il perturbante (das Unheimlich)  emerge, oltre che di fronte a oggetti che ci appaiono al tempo stesso familiari ed estranei,  anche quando cose segrete che dovrebbero rimanere nascoste vengono invece esposte, anzi, come in questo caso, sovraesposte. Ma che cos’è che viene non solo sovraesposto ma smembrato, negato e distrutto nei prodotti pornografici? E’ quello su cui  ha indagato ancora Michela Marzano nel saggio La fine del desiderio. Riflessioni sulla pornografia, Mondadori, 2012 (titolo originale: La pornographie ou l’épuisement du désir. Paris, 2003) . “Lo scopo di questo libro – avverte l’Autrice nella sua prefazione – è mostrare quali sono le rappresentazioni della sessualità messe in scena dalla pornografia e in che modo le ‘condotte’ pornografiche finiscano per occultare il corpo, privando l’individuo della propria soggettività. La nostra ipotesi è che la pornografia non riesca affatto ad affrontare il problema della sessualità nei suoi aspetti oscuri, come invece fa l’erotismo, perché cercando di mettere in scena gli aspetti più nascosti e rimossi della vita umana svuota di contenuto il mistero della sessualità: volendo rappresentare i fantasmi maschili e famminili, li riduce a semplici prodotti di consumo; sbattendo il corpo in primo piano impedisce al desiderio di emergere”.

Michela Marzano

Ecco, abbiamo qui i temi e le tesi di fondo dell’intero saggio (temi e tesi che si nutrono, oltre che dei testi filosofici di base, anche dell’analisi di opere letterarie come L’amante di Lady Chatterley e, a un livello decisamente inferiore, l’Histoire d’O; pittoriche come La nascita di Venere del Botticelli; filmiche, come Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini, o Ecco l’impero dei sensi di Nagisa Oshima): la differenza, anzi, l’opposizione tra erotismo e pornografia; la riduzione dei corpi a meri oggetti ad uso e consumo di un occhio onnivoro ma senza lume d’intelletto e d’amore trasforma le persone vive in automi morti; la pretesa di mostrare “tutto” non può che risolversi nella visione di parti, anzi, pezzi anatomici avulsi dall’insieme; l’esasperata volontà di eccitare la brama sessuale tramite la messa in scena (oscena) di copulazioni ripetute o plurime o violente finisce con l’estinguere il desiderio (come indica il titolo originale: La pornographie ou l’épuisement  du désir); e, infine, con l’estinzione del desiderio perdiamo insieme l’interiorità e la soggettività delle persone.

“Che senso ha d’altronde rappresentare dei corpi che non sono più corpi ma un assemblaggio di pezzi, e individui che non sono più soggetti ma automi?”. Verrebbe da rispondere: nessuno; ma qui non si tratta di una domanda retorica; seguendo il Michel Foucault della Volontà di sapere, l’Autrice risponde che “la pornografia celebra la fine della sessualità e cancella molte delle categorie che caratterizzano la persona: il sé e l’altro, il maschile e il femminile, la libertà e il vincolo, l’accettazione e il rifiuto, il bello e il brutto. Con la pretesa di svelarci i segreti del piacere rappresenta, in realtà, il regno dello ‘zero assoluto’ annunciato da Nietzsche e mette la parola fine a qualsiasi genealogia dell’’uomo di desiderio’”. Dunque la pornografia non è priva di senso: il suo senso è quello nichilistico di scrivere la parola fine sulla natura desiderante o conativa dell’uomo (e della donna), quindi anche sulla sua immaginazione, sulle sue ombre, sul suo mistero, sulle sue passioni, sui suoi conflitti interni e sulle sue ostinate (ingenue?) speranze. Sotto questo aspetto la pornografia è anche la negazione dell’arte (cfr. la bella lettura del nudo artistico nel Botticelli e in Picasso), della musica e della poesia; non per niente, nei film pornografici i volti non hanno nessuna importanza: o non si vedono nemmeno  o sono come maschere inespressive, dato che gli sguardi degli spettatori, seguendo l’obiettivo del pornoregista, sono concentrati su altre parti del corpo (salvo nel caso in cui la bocca, mai però gli occhi, della pornoattrice assolva a una determinata funzione).   In uno dei capitoli più “visivi” del saggio, intitolato “Dalla sovraesposizione allo smembramento: pulsioni, violenze e negazione  della soggettività”, la Marzano spiega come le rappresentazioni pornografiche decostruiscano il processo identitario e di unificazione del corpo descritto da  Lacan: “Laddove per Lacan il riflesso speculare dell’immagine del proprio corpo permette al bambino di rappresentare la forma globale e unificata, per poter poi affermare la sua identità e la sua specificità rispetto agli altri, la pornografia consegna un’immagine smembrata, come se il corpo si riflettesse in uno specchio infranto”. Il corpo e la propria immagine, cioè quello che ci distingue  e che ci fa riconoscere dagli altri. Inoltre la pretesa di “mostrare tutto e di vedere tutto su cui si basa la pornografia si oppone al pudore che aiuta a disegnare i contorni di uno spazio interiore e trasforma il corpo in una sorta di guscio protettivo della psiche, in quanto può fare da schermo a ciò che proviene dall’esterno”. Ma se neghiamo la dimensione dell’interiorità – necessaria, tra l’altro, al fascino e alla vertigine dell’erotismo –  assimiliamo le persone agli oggetti inanimati. Ed è proprio questa funzione mortifera che Michela Marzano indica come l’essenza nichilistica che sta alla base della pornografia, in quanto “nega non solo qualsiasi tentativo personale di trovare una via d’accesso al desiderio, ma il desiderio stesso. Ossia ciò che definisce la nostra umanità”.

FULVIO SGUERSO

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