“Perché Stalin creò Israele”: Due recensioni
“Perché Stalin creò Israele”: Due recensioni
[ Israele nei libri -1-]
Pare che Karl Marx, battendo i pugni sul tavolo durante una riunione del Comitato di Corrispondenza Comunista, nel lontano 1846, gridasse a Wilhelm Weitling: “L’ignoranza non ha mai giovato a nessuno!”.
Stupisce che tanti “analisti” ed “esperti” s’impegnino a emulare Weitling quando ignorano la realtà storica e concreta del Medio Oriente, e specialmente di Israele.
Per cercare di contrastare questo andazzo e, en passant, rivendicare l’unica affermazione valida, forse, di Marx, vorrei iniziare una rubrica intitolata “Israele nei libri”, recensendo le opere che studiano la storia dello Stato di Israele e del Medio Oriente. (NB: quando i libri, che di per sé non sono un oracolo, si fondano su una documentazione adeguata con una logica razionale, se ne possono ricavare degli insegnamenti).
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La vulgata “weitlinghiana” che circola a sinistra descrive lo Stato di Israele come “un avamposto coloniale al servizio dell’imperialismo anglo-americano”.
Una bufala colossale.
E per verificare i fatti oggi esamineremo due libri.
Il primo è Staline, Israel et les Juifs di Laurent Rucker, del 2001 (non ancora tradotto in italiano).
Il secondo è Perché Stalin creò Israele, di Leonid Mlecin, del 2005 (tradotto nel 2008).
Laurent Rucker, francese, è un discepolo della storica Annie Kriegel e il suo lavoro ha un taglio accademico; utilizza ampiamente i documenti d’archivio in Russia (fondi del Ministero degli Esteri e del Partito Comunista resi disponibili dopo il 1990), così come altri lavori pubblicati in Occidente e in Russia, con l’obiettivo di analizzare l’interazione tra la determinazione di Stalin nel sostenere i sionisti nel loro tentativo di creare uno Stato ebraico nel Vicino Oriente e la sua politica di repressione degli ebrei all’interno dell’URSS.
Leonid Mlecin, prolifico scrittore russo, si basa sulla sua esperienza di giornalista vicino ai servizi d’intelligenza ai tempi dell’URSS (ci sono voci che lo danno come un ex-membro del KGB o del GRU…), per affermare con forza che Israele ha potuto iniziare a esistere come Stato soltanto grazie all’intervento decisivo dell’Unione Sovietica, per ordine esplicito di Iosif Stalin; da lì il titolo provocatorio del suo libro e di questa stessa recensione.
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Nella Prefazione Mlecin racconta che le persone alle quali diede il suo libro da “leggere in bozza” gli consigliarono un titolo diverso, dicendogli: “In effetti le cose non stanno proprio così. Non fu Stalin a fondare Israele. Quello fu il volere della maggioranza degli stati che facevano parte dell’ONU“.
Ma lui rimase della sua convinzione che “senza Stalin non si sarebbe formato uno stato ebraico in Palestina.” Per di più, secondo Mlecin, “la sua decisione ha inciso non soltanto sul destino dell’odierno Medio oriente, ma ha influito anche sulla storia politica dell’Unione Sovietica e degli Stati Uniti.”
Prima di approfondire la riflessione sul libro di Mlecin e introdurre il libro di Rucker, bisogna ricostruire gli eventi che hanno portato alla proclamazione dell’indipendenza di Israele; e per questo si deve risalire alla prima guerra mondiale.
La fine dell’Impero ottomano
Com’è risaputo, la “Grande guerra” vide la sconfitta degli Imperi centrali – Austro-ungarico, Tedesco e Ottomano – ad opera dell’Intesa (Gran Bretagna, Francia e Russia, più Italia e Giappone).
Alla sconfitta seguì la loro disgregazione.
Per quel che concerne il “malato d’Europa”, ovvero l’Impero ottomano che fino al 1918 aveva controllato Gerusalemme e l’intera regione mediorientale, esisteva un progetto di spartizione del bottino fra i vincitori – Gran Bretagna, Francia, Italia e Russia zarista – ma la rivoluzione in Russia eliminò l’impero degli zar. Inoltre a Mosca i bolscevichi resero pubblica la “diplomazia segreta” delle cancellerie europee, tra cui il trattato Sykes-Picot del 1916.

Nel 1920 fu approvato un piano di spartizione dell’Impero ottomano che si scontrò ben presto con la resistenza turca.
Il generale Mustafa Kemal (in seguito noto come Ataturk, “padre dei Turchi”) prese il potere a Istanbul e condusse una guerra vittoriosa contro le truppe franco-italiane-greche. Il risultato fu un nuovo trattato, firmato a Losanna nel 1923.
Nel resto del Medio Oriente francesi e inglesi riuscirono ad attuare “Sykes-Picot” con la creazione di una serie di stati arabi semi-indipendenti sotto il loro “Mandato” (veri e propri “protettorati”): Libano, Siria, Kuwait, Iraq, Transgiordania, Arabia Saudita, Egitto, e una sfilza di emirati nella regione del Golfo.
Anche l’Iran (che non è arabo, ma persiano) ottenne uno status di quasi-indipendenza.
E naturalmente si posero anche le basi per la creazione di uno stato ebraico nelle terre ancestrali degli israeliti.
Oggi è controverso parlare di “terre ancestrali” ebraiche, eppure ci fu un tempo, in Italia e in Europa, quando nessuno dubitava del legame indissolubile fra gli Ebrei e Gerusalemme.
Vedi le opere letterarie di Ludovico Ariosto e Torquato Tasso (L’Orlando Furioso e La Gerusalemme Liberata) e il Nabucco di Verdi – col suo meraviglioso inno alla libertà, quel “Va’ pensiero sull’ali dorate” degli ebrei prigionieri a Babilonia che invocano nostalgicamente la patria perduta; non a caso questo brano immortale diventò un simbolo della lotta per l’indipendenza italiana.
Il “Mandato di Palestina” 1920-1947
Questo Mandato scaturì dalla Dichiarazione Balfour, il documento del 1917 con cui il Ministro degli Esteri britannico Arthur Balfour aveva informato il presidente dell’0rganizzazione sionista mondiale, Chaim Weizmann, che il suo governo vedeva con favore:
«la costituzione in Palestina di una casa nazionale per il popolo ebraico, restando chiaramente inteso che nulla sarà fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle esistenti comunità non ebree in Palestina, o i diritti e lo status politico di cui godono gli ebrei negli altri Paesi.»
Questa formulazione aprì la via per la rinascita dello stato ebraico, mentre tutelava anche i diritti degli “arabi” in quell’area e degli “ebrei” in ogni altro paese.
Nel 1920 il nuovo ministro degli esteri britannico Lord Curzon faceva ratificare quell’impegno dalla Conferenza internazionale di Sanremo.
In tal modo le potenze vincitrici e la neonata Società delle Nazioni fissavano le basi giuridiche (il “diritto internazionale”) per la creazione di un futuro stato di Israele.
Si può osservare che il “Mandato di Palestina” nel 1920 occupava un’ampia area sulle due sponde del Giordano.

Nel 1923 quel territorio si era ridotto enormemente, poiché i due terzi a Est del Giordano erano stati usati per creare il “Mandato di Transgiordania”, uno degli stati arabi di cui sopra, separandolo dal vero e proprio “Mandato di Palestina”.
Si noti che nell’area della Transgiordania si vieta esplicitamente qualunque insediamento ebraico,
mentre l’area della Palestina è quella che rimane riservata per il “Focolaio nazionale ebraico”.
[ un antesignano della formula “Due popoli, due stati” nella versione della Società delle Nazioni dopo la Prima guerra mondiale: Palestina ebraica e Transgiordania araba ]
Si può osservare che nel 1923 i confini di un futuro stato ebraico includono non soltanto l’area dell’odierno Stato di Israele, ma anche Gaza, e l’area di Giudea e Samaria (la cd. “Cisgiordania” dei media italiani).
Invece il Golan è stato ceduto dalla Gran Bretagna alla Francia.
Negli anni fra il 1920 e il 1947 il governo britannico esercita l’autorità nel protettorato “destinato agli Ebrei”.
La documentazione dell’epoca è molto chiara. E nessuno fa confusione in quegli anni. Gli arabi sono semplicemente “arabi” e si rifiutano di accettare per se stessi il termine “palestinese”.
Gli unici “palestinesi” all’epoca sono gli ebrei che si recano in Palestina (e anche quelli che ritornano in Europa), basta aprire un libro di Giorgio Bassani (Il giardino dei Finzi-Contini, ad es.) per verificarlo.
Vengono create varie istituzioni che usano il termine “Palestina”: Governo della Palestina(l’amministrazione civile britannica); Palestine Police Force (la forza di polizia coloniale britannica che includeva personale britannico, arabo ed ebreo); Palestine Railways (Ferrovie della Palestina); Palestine Post Office (Servizi postali ufficiali del Mandato, che emetteono francobolli con la dicitura “Palestine” in tre lingue: inglese, ebraico e arabo.); Palestine Public Works Department (Dipartimento dei Lavori Pubblici); Anglo-Palestine Bank (la banca anglo-palestinese è la principale banca della comunità ebraica durante il Mandato); The Palestine Post (Giornale in lingua inglese fondato nel 1932 a Gerusalemme, oggi The Jerusalem Post); Palestine Archaeological Museum (oggi Rockefeller Museum).
Le strutture arabe non usano il termine “Palestina”, vedi il Supreme Muslim Council (Consiglio Supremo Musulmano), l’Arab Executive Committee (Comitato Esecutivo Arabo), l’Arab Higher Committee(Comitato Arabo Supremo) e i partiti National Defence Party (filo-britannico) e Reform Party, Istiqlal Party (pan-arabista). Unica eccezione il Palestine Arab Party (il partito husayni) del cugino del Muftì di Gerusalemme. Sì, quel Amin al-Husayni che nel 1940 va a Berlino per organizzare con Hitler e Himmler dei reparti combattenti arabi (in Bosnia) da inquadrare nelle formazioni militari delle SS.
Il Medio Oriente fra le due guerre
La realtà del Medio Oriente viene sconvolta negli anni che intercorrono fra le due guerre mondiali da tre eventi: (1) la scoperta del petrolio, (2) la vittoria della rivoluzione bolscevica in Russia e (3) l’ascesa del nazismo in Germania.

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Il petrolio e i suoi derivati diventano sempre di più decisivi per tutto quel che concerne vari usi industriali, civili e militari. Le marine militari di tutto il mondo, ad esempio, impegnate in una sfida durissima i cui effetti si vedranno in seguito, hanno ormai sostituito la propulsione a carbone con quella a petrolio (o nafta) per tutto il naviglio di superficie – i sottomarini usano motori diesel in superficie e batterie elettriche in immersione.
La scoperta del petrolio in alcuni paesi del Medio Oriente, dall’Irak all’Arabia Saudita, dal Kuwait a vari emirati del Golfo, fino all’Iran, ha delle ripercussioni enormi: improvvisamente gli arabi (e gli iraniani) diventano importanti e corteggiati.
Nascono compagnie potenti come Aramco (Arabian American company) che lega l’Arabia Saudita agli USA; e British Petroleum (BP), nata come Anglo-Persian Oil Company.
Intanto sull’onda della rivoluzione russa nascono vari partiti comunisti in Egitto, Siria e Iraq, mentre l’ideologia nazista si diffonde anche in un’ottica nazionalista e anti-inglese.
In parallelo sorgono i partiti “Baath” (nazionalisti-socialisti) in Iraq e Siria, dai quali in futuro emergeranno le dittature sanguinarie di Saddam Hussein e della famiglia Assad.
Nel 1941 un sollevamento anti-britannico in Iraq illustra il legame fra nazionalismo arabo e nazismo, e si produce il Fahrud, il pogrom di Baghdad. Per due giorni la capitale irachena fu teatro di violenze indicibili. Furono assassinati almeno 200 ebrei (alcune stime menzionano cifre superiori), oltre 1000 furono feriti, centinaia di donne furono violentate e circa 900 case e negozi di proprietà ebraica furono saccheggiati e rasi al suolo.
È su scala globale che la condizione degli ebrei peggiora drasticamente negli anni Trenta e Quaranta in una tragica sequela di eventi.
L’avvento di Hitler al potere in Germania nel 1933, e le “Leggi razziali” dell’Italia fascista nel 1938) preparano le condizioni. Il tutto precipita nel 1942 quando Hitler dà il via allo sterminio sistematico della popolazione ebraica dalla Polonia all’URSS, dalla Francia all’Italia, dall’Ungheria alla Jugoslavia, ovvero in tutta l’Europa sotto il tallone del Terzo Reich. Si crea la grande macchina dello sterminio, da Auschwitz a Mauthausen, da Birkenau a Treblinka.
Nel contesto del grande massacro bellico – 70–85 milioni di morti, circa il 3% della popolazione mondiale dell’epoca – s’innesta la Shoah, il massacro pianificato di sei milioni di ebrei. È l’evento per il quale verrà coniato nel 1945 il termine “genocidio” – il progetto di eliminare una popolazione – un evento anticipato nel famigerato Mein Kampf di Adolf Hitler (uscito nel 1926).
(la copertina MK in tedesco e in arabo – questa edizione si deve alle edizioni Bisan di Beirut, in Libano nel 1963: essa è tuttora ampiamente ristampata e venduta in vari paesi del Medio Oriente, da Gaza al Cairo, da Ramallah a Baghdad, con questo aspetto)
A facilitare lo sterminio ha contribuito tragicamente il blocco all’immigrazione ebraica in Palestina imposto dalla Gran Bretagna, così come il rifiuto di tanti paesi europei, americani e asiatici di accogliere chi cercava di fuggire dall’Europa occupata da Hitler.
Questa è una tragica storia ampiamente documentata, e varrà la pena di ritornarci.
Il secondo dopoguerra
Nella fase conclusiva della seconda guerra mondiale, fra il 1944 e il 1945, gli Alleati (Stati Uniti, Unione Sovietica e Regno Unito) costruiscono sulle ceneri della fallita Società delle Nazioni, l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), la cui Carta fondativa entra in vigore il 24 ottobre 1945.
Questo organismo eredita anche la patata bollente del Mandato di Palestina: in preda a una profonda crisi economica e politica, il Regno Unito sta perdendo vari pezzi dell’Impero (in primo luogo l’India); e Londra dichiara di non volersi più occupare della Palestina dopo il 1947.
Cosa succede a questo punto?
L’ONU si è dotata di due livelli strutturali – l’Assemblea generale (AG), cui partecipano tutti gli stati-membri (all’epoca sono 57 paesi l’URSS ha ben tre voti, sotto forma di “URSS” propriamente detta, “Ucraina” e “Bielorussia”) e il Consiglio di Sicurezza (CdS).
L’AG non ha poteri esecutivi, che sono riservati al CdS, nel quale vengono inseriti cinque paesi come membri permanenti con diritto di veto (Stati Uniti, UK, Francia, URSS e Cina), mentre altri dieci membri vengono eletti ogni anno dall’AG.
L’ONU dibatte ampiamente la questione nel corso del 1947. L’AG vota nel 1947 la risoluzione 181 sulla “spartizione della Palestina”, come raccomandazione priva di valore decisionale: tuttavia essa ebbe un enorme peso politico e morale.
A favore votano gli Stati Uniti e la maggior parte dei paesi europei e americani alleati, più il blocco sovietico e i pochi paesi asiatici e africani membri.
Contrari i paesi arabi e islamici (Afghanistan, Cuba, Egitto, Grecia, India, Iran, Iraq, Libano, Pakistan, Arabia Saudita, Siria, Turchia, Yemen) cui si aggiugono Cuba, Grecia e India.<
Astenuti Argentina, Cile, Cina, Colombia, El Salvador, Etiopia, Honduras, Messico, Regno Unito, Jugoslavia.
Non sono membri dell’ONU nel 1947 né i tre grandi sconfitti (Germania, Giappone e Italia), né altri paesi europei filo-nazisti (Austria, Ungheria, Bulgaria, Romania, Finlandia, Spagna).<
C’è chi descrive la creazione di Israele come un prodotto della 181 (anche gli amici russi di Mlecin lo pensavano); ma nel farlo si compie un duplice errore.
Sul piano giuridico internazionale l’idea di Israele è stata adottata dalla Società delle Nazioni nel 1920 (e l’ONU la ereditava, come ogni altro impegno della SdN non esplicitamente respinto).
Sul piano geopolitico il voto è un riflesso di un preciso intento congiunto statunitense-sovietico di sostenere la nascita di Israele, ma un riflesso è pur sempre un effetto e non una causa.
È molto importante quel voto all’ONU proprio perché indica in modo sostanziale che i rapporti di forza della comunità internazionale sono a favore della nascita di Israele. (Ma va ricordato che quella del 1947 è l’unica istanza in cui un voto all’ONU è stato a favore di Israele. Ogni altra votazione dell’AG si è espressa in maniera contraria a Israele. E numerose risoluzioni del CdS che hanno imposto i “cessate il fuoco” in Medio Oriente sono sempre intervenute per fermare l’avanzata israeliana. Mentre va notato che ogni proposta di condanna di Israele in sede del CdS è stata bloccata dal veto USA).<
L’astensione britannica sulla 181 – Londra voleva votare contro ma fu “fortemente sconsigliata dal farlo” da Washington – la dice lunga sul presunto supporto inglese a Israele, di cui parlano i “Weitling” di sinistra (e anche quelli di destra).<
Infatti è vero proprio il contrario.
Dietro la cortina fumogena della neutralità, nel periodo finale del Mandato, il governo laburista di Attlee-Bevin in realtà si schierò più o meno apertamente dalla parte degli arabi. Fino al punto che prima del 14 maggio 1948, l’esercito britannico abbandonava nelle mani degli arabi caserme, armi e munizioni; e in ogni caso la “Legione araba”, ovvero l’esercito della Transgiordania, gestita da ufficiali britannici poté ricevere armi e munizioni a volontà.
Del resto, la stessa posizione degli Stati Uniti all’epoca non è saldamente a favore di Israele. Della cosa c’è ampia evidenzia nella stampa; eccone alcuni esempi.
New York Times
- 15 maggio 1947 — Titolo principale: “Russia Urges U.N. to Split Palestine” (Russia spinge l’ONU a dividere la Palestina). Articolo sul discorso di Gromyko che propone la spartizione se lo Stato binazionale non è possibile.
- 16 maggio 1947 — Titolo: “Palestine Excited over Soviet Stand” (“La Palestina eccitata per la posizione sovietica”). Descrive l’entusiasmo nel Yishuv ebraico per il sostegno di Gromyko.
- 30 novembre 1947 (giorno dopo il voto) — Titolo principale: “Assembly Votes Palestine Partition; Margin Is 33 to 13” (L’Assemblea vota la spartizione della Palestina; margine 33 a 13). Enfatizza il ruolo congiunto USA-URSS.
The Times (Londra)
- Nel novembre 1947 fa riferimento alla “Spartizione della Palestina” e analizza il fattore chiave di ostilità alla posizione britannica nel voto sovietico. Il Times riconosce l’indebolimento della posizione inglese in Medio Oriente.
Le Monde (Francia)
- Articoli del maggio-novembre 1947 sul discorso di Gromyko e sul voto ONU, mettono l’enfasi sul rovesciamento della tradizionale politica sovietica anti-sionista, sottolineando il sostegno del blocco orientale alla nascita di Israele.
Neue Zürcher Zeitung (Svizzera)
Si dettaglia in modo preciso e sobrio il ruolo della delegazione sovietica, mettendo in evidenza la realpolitik di Stalin e il voto decisivo del blocco orientale.
Mappa del piano di spartizione votato dall’Assemblea generale e mai attuato.
Frequenti nei giornali dell’epoca, mostrano la divisione proposta (circa 56% agli ebrei, 43% agli arabi, Gerusalemme affidata a una sorta di tutela internzionale).
Ma il piano non fu mai attuato per il rifiuto arabo, e pertanto la sua “validità giuridica” è nulla.
La tesi di Mlecin in Perché Stalin creò Israele smentisce la vulgata
La vulgata della sinistra italiana e mondiale che vuole la creazione di Israele come un’estensione (e uno strumento) dell’influenza anglo-americana nella regione è smentita dal libro di Mlecin.
Per questo risulta forse sorprendente che l’editore di Perché Stalin creò Israele sia Sandro Teti, notoriamente su posizioni filorusse, filosovietiche, “carriste”, “kabuliste” e putiniane. Ma “a caval donato non si guarda in bocca”…
Su cosa si basa il ragionamento di Mlecin?
E quali prove esistono al riguardo?
Scrive Mlecin: “[ci sono] centinaia di documenti desecretati negli archivi di politica estera della Russia; sono disponibili in due raccolte ciascuna in due volumi. Una compilata dal Ministero degli esteri della Russia: Le relazioni sovietico-israeliane. 1941-1953; l’altra si trova nel fondo Internazionale ‘Democrazia’: Il conflitto mediorientale. 1947-1956.”
Anche gli archivi delle Nazioni Unite forniscono una documentazione molto importante – vedi https://www.un.org/unispal/document/auto-insert-183337/
Qui si trova il testo completo (in francese) del discorso di Gromyko, futuro ministro degli Esteri, nel maggio 1947 delegato sovietico all’ONU.
Nel contesto del dibattito sulla fine del Mandato britannico di Palestina, esso ci consente di comprendere le finalità dell’impostazione sovietica.
Gromyko parte da una critica al “fallimento del mandato”, per poi descrivere la tragedia degli ebrei:
“Durante l’ultima guerra il popolo ebraico subì dolori e sofferenze eccezionali. Senza esagerazione: queste sofferenze sono indescrivibili. È difficile parlarne in base alle crude statistiche delle vittime ebraiche degli aggressori fascisti. Gli ebrei nei territori occupati dagli hitleriani furono sottoposti ad un annientamento quasi totale. Si stima intorno ai sei milioni il numero totale degli ebrei sterminati dai carnefici nazisti. Solo circa un milione e mezzo di ebrei dell’Europa occidentale sopravvisse alla guerra.”
E Gromyko aggiunge:
“Il fatto che nessuno Stato dell’Europa occidentale sia stato in grado di garantire la difesa dei diritti elementari del popolo ebraico e di proteggerlo dalla violenza dei carnefici fascisti spiega l’aspirazione degli ebrei a creare un proprio Stato. Sarebbe ingiusto non tenerne conto e negare al popolo ebraico il diritto di realizzare questa aspirazione.”
Possiamo verificare sui giornali dell’epoca le ripercussioni della posizione sovietica in tutto il comunismo mondiale che si schierava con Israele – vedi gli organi dei PC d’Italia, Francia, Belgio e Regno Unito, rispettivamente, l’Unità, l’Humanité, Drapeau Rouge e Morning Star.

Nel 1947 (con la spartizione proposta dall’ONU):
La stampa comunista esalta il voto sovietico e del blocco orientale come decisivo; critica duramente la Gran Bretagna.
Nel Maggio 1948 (alla proclamazione di Israele):
il tono si fa trionfale, Israele è visto come uno Stato progressista (con kibbutz socialisti).
Durante la Guerra 1948-49:
si condanna l’aggressione araba sostenuta (o tollerata) dagli inglesi contro il nascente Stato democratico.
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La svolta anti-israeliana avverrà gradualmente dopo il 1950, quando i vari partiti comunisti locali si allineano al cambiamento di linea deciso in Unione Sovietica da Stalin e dai suoi successori al Cremlino.
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La conferma della tesi di Mlecin è peraltro fornita anche dal libro di Rucker. Il taglio più accademico di Staline, Israel et les Juifs ne presenta una versione più sfumata, e l’autore colloca il tema fondativo di Israele nel contesto più ampio dell’ostilità viscerale di Stalin contro gli ebrei, retaggio della sua educazione in seminario dove ha assorbito l’antisemitismo cristiano (“gli ebrei hanno ucciso nostro Signore!”).
In questo senso Rucker riflette anche le valutazioni presenti nei grandi quotidiani europei, da Le Monde alla Neue Zurcher Zeitungfino al Times di Londra, che mettono in risalto che la “svolta” di Stalin e dell’URSS, e l’abbandono (temporaneo, parziale e strumentale) del proprio storico antisionismo fanno parte di un progetto: è l’idea di manipolare Israele in funzione anti-britannica.
L’importanza di questa presa di posizione non sfugge a nessuno.
Lo espresse molto chiaramente il New York Times del 15 maggio 1947: “La Russia urge l’ONU a scindere la Palestina se non si può costruire uno stato duale”.
Nasce Israele – e sette paesi arabi l’invadono
Un anno dopo, il 14 maggio 1948, è il parlamento israeliano (la Knesset) a votare l’indipendenza: sono gli ebrei in prima persona a creare il proprio stato, lo Stato d’Israele.
A questo punto USA e URSS riconoscono il nuovo stato, ma c’è una differenza non banale: l’URSS riconosce de jure, gli USA solo de facto, perché il presidente Truman si scontra con la resistenza dell’apparato degli Esteri USA, che impone l’embargo su armi e volontari.
Appena nato Israele sette paesi arabi lo attaccanosubito dopo, il 15 maggio 1948.
Accanto ai cinque eserciti invasori – Egitto, Transgiordania (oggi Giordania), Siria, Libano e Iraq – ci sono dei volontari inviati da Arabia Saudita e Yemen (sotto comando egiziano); più altre forze irregolari come la Arab Liberation Army di Fawzi al-Qawuqji e alcune milizie locali tribali “palestinesi.
Nel loro insieme le truppe arabe sono circa 25.000 all’inizio, per poi aumentare in modo significativo; del resto il bacino cui attingere sono molte decine di milioni di arabi. Manca però un comando unificato; solo la Legione araba giordana ha un addestramento militare di un certo livello, e dispone di ufficiali britannici. Ma dove la superiorità militare araba è particolarmente evidente è nella dotazione di artiglieria, di carri armati e blindati e di aerei caccia-bombardieri (Egitto, Siria e Iraq).
Contro questa forza allo scoppio della guerra Israele ha solo armi leggere, fornite in buona parte dalla Francia, e nessun aereo.
Nel 1948 nessuno si fa grandi illusioni sulle chances di vittoria di Israele, perché il confronto fra le forze in campo è tremendamente sfavorevole agli ebrei.
Sul piano militare, le forze armate israeliane si sono formate unendo tre organizzazioni prima ostili fra di loro (Haganah, Irgun Zwi Leumi [Etzel o Irgun] e LEHI [Gruppo Stern]).
Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) contano circa 30.000 uomini.
Ma c’è un forte squilibrio: nel neonato stato ebraico si trovano circa 600.000 ebrei e un 250.000 arabi. Meno di un milione di persone.
Nel 1948 i paesi arabi che aggrediscono Israele hanno una popolazione complessiva di circa 25 milioni di abitanti.
Oggi (2026) ne hanno circa 200 milioni.
La popolazione musulmana nel mondo conta oltre due miliardi di persone (25% della popolazione mondiale). Mentre gli ebrei sono circa 16 milioni (0.2%) , di cui poco più della metà in Israele, dove vivono anche due milioni di arabi. Prima della Shoah la popolazione ebraica mondiale contava quasi 17 milioni di persone. (Si vede cosa vuol dire “genocidio”: dopo 90 anni ci sono ancora meno ebrei di prima dello sterminio nazista).
Nel 1948 il grosso problema per Israele è che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno imposto un embargo “totale” alla vendita di armi ai paesi belligeranti, facilmente aggirato dagli arabi, ma applicato in modo rigido contro lo stato ebraico.
Numerosi volontari accorrono in Israele da vari paesi del mondo, tra di loro molti veterani che hanno combattuto contro il nazifascismo fino al 1945 e vedono in questa lotta una prosecuzione del loro impegno per la libertà e la democrazia; ma i cittadini americani si scontrano con la proibizione imposta da Washington che ne minaccia l’imprigionamento.
Fra gli arabi sono presenti un certo numero di ex ufficiali nazisti, che rivendicano la continuità fra gli obiettivi del Terzo Reich e quelli degli stati arabi: il collante è l’odio per gli ebrei.
Un ruolo cruciale per Israele lo gioca il grande lavoro di Golda Meir negli Stati Uniti, dove raccoglie 50 milioni di dollari (oggi equivalenti a quasi 700 milioni di dollari/euro) coi quali si possono comprare armi e munizioni sul mercato nero.
Ed ecco dove diventa cruciale il contributo dell’URSS.
Per aggirare l’embargo, è infatti la Cecoslovacchia a fornire nascostamente 25 caccia Avia S-199 (copie dei Messerschmidt 109) a Israele.
In occasione di un controverso intervento al Congresso USA nel 2015 con Obama presidente, Netanyahu ricordava pubblicamente le vacillazioni americane nel 1948.
In varie altre occasioni il primo ministro israeliano ha sottolineato il ruolo positivo della Cecoslovacchia.
Gli aerei furono trasportati in Israele in aerei da cargo smontati in pezzi per poi essere ricostruiti e resi funzionanti. Questi aerei con la Stella di Davide che combatterono nei cieli della Palestina erano a tutti gli effetti degli Me-109, ovvero copie prodotte a Praga di un aereo che fu un simbolo della Luftwaffe nazista.
L’Egitto invece aveva alcuni Spitfire inglesi. Così Messerschmidt e Spitfire invertirono i ruoli rispetto alla seconda guerra mondiale.

Un disegno raffigurante uno scontro nei cieli, dove Messerschmidt e Spitfire combattono a parti invertite rispetto alla seconda guerra mondiale (i “buoni” nel 1948 hanno i Me-109 e i “cattivi” gli Spitfire)
La rivista specialistica italiana Aerei nella storia dedica un dossier alla guerra del 1948-49 nel 2011. intitolato “1948: La battaglia per Israele”
All’inizio la guerra va avanti a fasi alterne; ma, come diventerà sempre più evidente nel corso del conflitto, fra i due campi c’è una diversità cruciale.
Per gli arabi c’è sempre l’opzione di rientrare ad Amman, al Cairo, a Damasco, a Beirut o a Baghdad, ma per gli ebrei non ci sono alternative: “O vincere o morire!”
Il primo “cessate il fuoco” dell’11 giugno 1948 dura 28 giorni (fino all’8 luglio 1948); il Consiglio di Sicurezza dell’ONU (con la Risoluzione 50 del 29 maggio 1948) voleva fermare i combattimenti e permettere negoziati. Un secondo “cessate il fuoco” ha inizio il 18 luglio 1948, dopo la Risoluzione 54 del 15 luglio (la ris.53 del 7 luglio non aveva avuto effetto) e ha una durata teoricamente indefinita; rimase in vigore formalmente fino all’autunno, ma con violazioni frequenti, soprattutto sul fronte egiziano.
Quei mesi di tregua sono cruciali per Israele, che si riarma e nella seconda fase della guerra passa all’offensiva. La ripresa limitata delle ostilità dura dall’ottobre 1948 al gennaio 1949. E gli attacchi israeliani furono decisivi, mettendo l’Egitto in grave difficoltà.
L’immediato dopoguerra: armistizio
Nel 1949 a Cipro (sotto controllo britannico) si firmano diversi armistizi separati: Egitto 24 febbraio; Libano 23 marzo; Transgiordania (Giordania) 3 aprile 1949; Siria 20 luglio. L’Iraq non firmò alcun armistizio (ma non condivideva un confine con Israele).<
Si fissa la cosiddetta “Linea Verde” (Green Line), che su insistenza degli Stati arabi non viene definita come confine internazionale, ma soltanto come “linea di demarcazione dell’armistizio” (Armistice Demarcation Line). E si dice esplicitamente che la linea non pregiudica le rivendicazioni territoriali future delle parti.
Dopo l’armistizio rimangono così sotto controllo arabo alcune zone del vecchio “Mandato”: Gaza è sotto l’Egitto; mentre la Giudea/Samaria e la parte orientale di Gerusalemme sono sotto la Giordania.
C’è un alto numero di rifugiati ebrei cacciati dai paesi arabi, circa 800-900mila persone, mentre un numero quasi uguale di rifugiati arabi hanno abbandonato Israele, in grande misura su esplicito ordine trasmesso dalle radio dei paesi arabi.
Ma c’è un’ enorme differenza fra i due gruppi di rifugiati, non soltanto per il modo come sono diventati tali – gli ebrei cacciati e gli arabi spinti dalla propaganda araba.
Infatti Israele si impegna con le sue scarse risorse a incorporare un numero di esuli superiore all’intera popolazione dell’anteguerra.
Invece Egitto, Giordania, Siria, Libano e gli altri paesi arabi trattano i rifugiati come persone di serie B. Gli abitanti di Gaza e di Giudea/Samaria diventano pedine sfruttate dagli arabi per giocare una sporca partita nel periodo successivo (vedi UNRWA, che crea rifugiati in eterno, figli e nipoti che “ereditano” il titolo di rifugiati, e migliaia di loro sono “impiegati UNRWA” di giorno e terroristi di notte).
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Questa è la cosiddetta “Nakhba” (sconfitta o disfatta, in arabo) parola con la quale nel 1949 nei paesi arabi si riconosce il fallimento del primo intento di distruzione di Israele (nei decenni successivi ce ne saranno altri tre, sempre finiti allo stesso modo con una disfatta araba).
Oggi il termine si usa per parlare dei “palestinesi”; ma all’epoca non lo faceva nessuno, per il semplice motivo che “palestinesi” non erano ancora stati inventati.
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Mlecin si chiedeva “Per quale motivo Stalin ha voluto Israele? Che piani aveva per il Medio Oriente? E perché in seguito la linea sovietica sul Medio Oriente è cambiata in modo così radicale? E che cosa ha comportato per il nostro paese?”
Il 1° maggio del 1949 a Tel Aviv sfilano le foto di Lenin e Stalin
L’obiettivo che Mlecin si prefiggeva col suo libro è ben chiaro:
“Questo libro non riguarda Israele, questo libro riguarda la politica sovietica in Medio Oriente. La storia non è una roba sgradevole, che riguarda gli altri… Chi ragiona così, non è in grado di comprendere per quale motivo i nostri amici di un tempo – gli arabi, o per lo meno alcuni di loro, come hanno riferito i servizi segreti russi, si sono uniti ai combattenti ceceni in alcune città russe per attaccare le scuole e uccidere dei bambini.“
La traduzione italiana del libro, concordata con l’autore, omette la parte conclusiva dell’originale russo, quella nella quale Mlecin dettaglia l’aiuto massiccio fornito dall’URSS ai paesi arabi. (E la loro successiva e sanguinosa “riconoscenza”).
Su questo ritorneremo in un prossimo articolo.
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