Maurizio Pallante alla Ubik

Il teorico della Decrescita Maurizio Pallante alla Ubik:
“Siamo in un’epoca di imbarbarimento: devastazione dell’ambiente, sovrapproduzione di cemento e di energia senza utilità. C’è bisogno di una rivoluzione culturale…”

Il teorico della Decrescita Maurizio Pallante alla Ubik:
“Siamo in un’epoca di imbarbarimento: devastazione dell’ambiente, sovrapproduzione di cemento e di energia senza utilità.
 C’è bisogno di una rivoluzione culturale…”
Stefano Milano della libreria Ub!k

Secondo Pallante, nella società globalizzata, siamo sempre più in mano agli interessi delle grandi aziende che impongono una sovrapproduzione di merci e che controllano le fonti di energia utili alla produzione, con la complicità della politica e di molti partiti. Non a caso anche tutte le guerre di questi anni sono state fatte per controllare le fonti energetiche.

 Le innovazioni tecnologiche accrescono la produttività, ovvero consentono di produrre quantità sempre maggiori di merci con un numero sempre minore di occupati, quindi c’è un aumento di offerta merci ma, essendoci meno salari da lavoro dipendente, c’è contemporaneamente meno possibilità di acquistarle, e quindi meno domanda.

L’indebitamento complessivo dei paesi industrializzati (che tra settore pubblico, famiglie e imprese supera il 200 per cento del Prodotto Interno Lordo) si è reso necessario proprio per assorbire la produzione crescente di merci che altrimenti rimarrebbero invendute. In altre parole, se si riduce il numero degli occupati, si riduce il numero delle persone provviste di reddito, per cui la crescita del debito è diventata indispensabile per sostenere la domanda 

Il meccanismo della crescita e l’incremento della competitività sono la causa della crisi in corso. Tutti i tentativi di rilanciare la crescita e di incrementare la produttività non solo non possono consentire di superare la crisi, ma se riuscissero, contribuirebbero ad aggravarla. Questa crisi non è una crisi congiunturale, ma una crisi di sistema che gli strumenti tradizionali della politica economica non sono in grado di affrontare.

Ciò che occorre è trovare il denaro per gli investimenti senza accrescere i debiti pubblici.

Questo denaro si può ricavare soltanto dalla riduzione degli sprechi (energetici e  produttivi), ovvero dallo sviluppo di innovazioni tecnologiche finalizzate ad accrescere l’efficienza con cui si usano le materie prime, in particolare l’energia, e a recuperare le materie prime contenute negli oggetti dismessi, che del tutto impropriamente vengono definiti rifiuti.

In altre parole, occorre uscire dalla logica quantitativa nella valutazione della produzione e utilizzare criteri di valutazione qualitativi.

Non proporsi di produrre di più, ma di produrre quello che serve.  

Per esempio, il nostro patrimonio edilizio consuma mediamente per il riscaldamento invernale da 2 a 10 volte di più delle case tedesche.

Maurizio Pallante

 Nella (in) cultura della crescita si diceva “quando tira l’edilizia, tutta l’economia gira”. Oggi si può pensare di uscire dalla crisi costruendo altre case, quando l’eccesso di offerta incrementa in continuazione l’invenduto? L’unica strada per rilanciare l’edilizia è la ristrutturazione energetica delle case esistenti.

Se il consumo delle case scendesse dei due terzi si risparmierebbe il denaro necessario a pagare gli investimenti e ad accrescere l’occupazione senza accrescere i debiti pubblici.

 Ma se i consumi energetici delle nostre case si riducessero dei due terzi diminuirebbero da subito le emissioni di anidride carbonica e diminuirebbe anche il Prodotto Interno Lordo. Un’efficiente raccolta differenziata, finalizzata al recupero delle materie prime contenute negli oggetti dismessi, consentirebbe inoltre di risparmiare le enormi somme di denaro che vengono spese per seppellirli sotto terra o per distruggerli bruciandoli (un rischio presente anche nella centrale a carbone di Vado Ligure, ndr). Ma se si riutilizzano le materie prime contenute negli oggetti dismessi diminuirebbe da subito il consumo di materie prime e, una volta ammortizzati gli investimenti, diminuirebbe ancora il Prodotto Interno Lordo.

Ci hanno abituati a pensare che il ‘nuovo’ è meglio del ‘vecchio’, acquistiamo un prodotto, e poco dopo è già ‘superato’. Nel mondo dell’innovazione, un prodotto più nuovo e avanzato ci sarà sempre.

Il marketing produce una insoddisfazione permanente, acquisti inutili, e quindi rifiuti, discariche. Il tutto non per soddisfare bisogni, ma per tenere alta la domanda e la possibilità di acquisto delle merci prodotte dai grandi potentati economici.

Il PIL non è (come è stato detto erroneamente da alcuni economisti) un indicatore ‘incompleto’, è proprio un indicatore sbagliato, perché è un indicatore quantitativo, mentre occorrono indicatori qualitativi.

In questo contesto, è impressionante l’ottusità di molti partiti, ma soprattutto dei sindacati,  per cui quello che conta è sempre e comunque il posto di lavoro, la produzione. In quest’ottica, allora dovremmo essere contenti se un bambino afgano sale su una bomba di produzione italiana, rimanendo senza gambe.

 Stamo assistendo alla fine dell’epoca nata 250 anni fa con la rivoluzione industriale.

A titolo di esempio, l’aglio che compriamo nei supermercati spesso arriva dall’Egitto, dalla  Cina. Per ottenere 1 caloria alimentare, ne occorrono 12 di calorie fossili. Un’assurdità. In tale contesto, l’aumento del costo del petrolio e delle altri fonti fossili aumenterà inevitabilmente il costo dei prodotti alimentari, nuovamente a danno della popolazione.

 C’è bisogno di un nuovo Rinascimento, di una rivoluzione culturale. Per superare la crisi senza accrescere i debiti pubblici occorre sviluppare un pensiero più evoluto di quello che si limita a perseguire la crescita della produzione e dell’occupazione in quanto tali.

Bisogna tenedere a una riduzione ‘selettiva’ del PIL, bisogna creare occupazione in lavori utili e la cosa più utile da fare in questa crisi, che è contemporaneamente economica ed ecologica, è ridurre il consumo delle risorse e le emissioni inquinanti (vedi i combustibili fossili, tra cui il più pericoloso di tutti per l’umanità, il carbone) sviluppando le innovazioni tecnologiche che ci consentono di stare meglio.

C’è un mare di cose utili ancora da fare. Meno e meglio. Sono molte le ‘buone’ occupazioni, per ottenere ciò che serve realmente alla gente.

Per uscire dalla crisi, e dalla logica di potere dei grandi gruppi industriali, è importante tendere verso l’autosufficienza delle singole comunità ristrette. Le comunità autosufficienti nella produzione sono al riparo dalla crisi di sistema.

Sono tantissime le persone che ovunque singolarmente stanno già facendo riflessioni personali su queste prospettive, cercando complicità e conferme negli altri. E’ per questo che si partecipa a questi incontri…

 Stefano Milano 

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