L’intermissus e la politica svanita: l’Io, il Me e l’Altro nel teatro della democrazia sospesa

Mead, Musk, Meloni e i moribondi di Palazzo Carignano: la soggettività politica in cerca di Sé tra scenari globali, algoritmi, e un Parlamento ridotto a eco senza voce.
L’intermissus e la politica svanita: l’Io, il Me e l’Altro nel teatro della democrazia sospesa

Tra l’illusione dell’agire e la contemplazione dell’inerzia, il paradigma dell’intermissus illumina il disarmo della politica italiana e la crisi della rappresentanza.

In un tempo in cui l’agire politico sembra relegato all’invisibile, e il Parlamento assomiglia sempre più a una liturgia ridotta del potere, torna utile – o addirittura necessario – riscoprire la figura dell’ intermissus, dell’essere sospeso tra potenza e atto. Uno status che nella sua apparente inconcludenza è oggi forse l’unica chiave ermeneutica per comprendere l’Italia e l’Europa del 2025.

L’ intermissus– né attore né spettatore, ma coscienza in potenza, pronta all’azione senza ancora averne compiuta una – incarna quella condizione liminale tra il dire e il fare, tra la legittimità e la rinuncia, che assilla le democrazie contemporanee. In particolare, rappresenta il Sé politico smarrito in un corpo rappresentativo che non rappresenta più, in un governo che sopravvive di inerzia, e in un popolo che, nella sfiducia, si limita ad osservare.

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George Herbert Mead, nel suo monumentale contributo alla sociologia, ci consegna uno strumento perfetto per decifrare questa crisi attraverso la teoria del Sé: l’Io (l’elemento creativo e spontaneo),  il Me (la parte riflessiva, conformista, legata alle norme sociali) e l’Altro Generalizzato, la coscienza della collettività interiorizzata. Il Parlamento dovrebbe essere l’Altro Generalizzato per eccellenza, l’arena in cui il Me si modella attraverso il confronto e l’Io osa proporre. Ma oggi, quel Sé è rotto: l’Io è anestetizzato, il Me è automatizzato, e l’Altro Generalizzato ha perduto volto e voce.

Non stupisce, allora, che mentre l’Italia si lascia vivere da eventi internazionali — da Trump a Musk, dal crollo dei dazi all’intelligenza artificiale spin doctor — il dibattito politico interno assuma l’aspetto di una bonaccia irreversibile. L’unica battaglia che accende gli animi è quella di Wimbledon, non quella parlamentare.

Il recente sondaggio Swg mostra Fratelli d’Italia e PD in calo, mentre il M5S cresce appena. Ma che cosa cresce davvero? Una partecipazione viva? Un desiderio di confronto? Nulla di tutto ciò. Cresce solo il disinteresse. È il riflesso politico di un Sé collettivo atrofizzato, che non gioca più. E se, per Mead, il gioco è la prima forma di sviluppo dell’identità, allora il venir meno del gioco democratico — fatto di ruoli, scambi, sorprese — è la prova definitiva della morte del Sé politico nazionale.

Persino gli atti di dissenso – come quelli, negli USA, dei tre senatori repubblicani che hanno votato contro il “big beautiful bill” di Trump – da noi si sono estinti. Nessuno sfida più nulla, né per convinzione né per strategia. La politica ha fatto harakiri nella tentazione dell’obbedienza. Eppure, proprio quei rari atti di libertà, diceva qualcuno, sono il vero sale della democrazia. Sono gli attimi di rottura che rivelano che il Me non ha ucciso l’Io, che il sistema può ancora produrre Sé.

Anche la grande narrazione dell’efficienza algoritmica — con Musk che affida al chatbot Grok l’analisi politica e la revisione della spesa — si innesta in questo vuoto, fingendo razionalità là dove c’è solo nichilismo travestito da novità. L’Ai come Altro Generalizzato postumano, che rimpiazza il Parlamento e i partiti? Forse. Ma è un Altro che non conosce gioco, che non sbaglia mai e dunque non insegna mai nulla. L’intermissus, invece, sa che tra l’errore e la sospensione può rinascere l’atto.

Chi oggi ha memoria della storia parlamentare italiana — dal sarcasmo dei “moribondi di Palazzo Carignano” all’indisciplina gloriosa del sessantotto, fino ai comizi oceanici della Prima Repubblica — non può non accorgersi del progressivo slittamento della politica da funzione attiva a gesto in differita. Il referendum costituzionale che ha dimezzato i parlamentari è solo l’ultimo fotogramma di una mutilazione più profonda: la fiducia nei corpi intermedi, nei tempi lunghi del confronto, nella necessità di mediazione.

Nel declino della rappresentanza, nel tramonto della deliberazione, l’intermissus può allora tornare a dire qualcosa. Egli non è il fannullone parlamentare che fa il weekend lungo, ma il simbolo esistenziale di chi trattiene il gesto per dare significato all’attimo. È l’archetipo di una soggettività consapevole del vuoto, che non agisce per riempirlo ma per comprenderlo. È il nuovo Mazzini silente, il Togliatti osservante, l’Andreotti che pensa e non ancora risponde. È l’Io che attende il Me, è l’identità che rifiuta l’automatismo.

In questa Italia che ha smesso di interrogarsi, tra crisi internazionali e sondaggi come meteo quotidiano, è forse proprio il silenzio consapevole dell’intermissus – quello vero, non l’assenteismo, ma la riflessione ontologica– a potere salvare ciò che resta della nostra democrazia.

Perché non è detto che la sospensione sia morte. A volte, è solo respiro. E il respiro, si sa, è la prima cosa che fa un neonato quando diventa individuo.

Anche il Sé politico potrebbe rinascere. Purché qualcuno abbia il coraggio di restare, per un attimo ancora, intermissus.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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