Innovazioni tecnologiche e fallimenti storici

Quando il futuro era davanti agli occhi: la storia (quasi dimenticata) del Picturephone.

C’è una foto, scattata in bianco e nero negli USA nei primi anni ’60, che ha il sapore della fantascienza d’altri tempi.

Si vede un’anziana signora che sorride, quasi con le lacrime agli occhi, mentre guarda un piccolo schermo ovale dal quale la osserva un bambino, forse un nipote lontano.

Non è un film di fantascienza nei quali si era abituati a vedere anche scene del genere, ma è una vera chiamata video, nel 1964.

Quel dispositivo si chiamava Picturephone, ed era una delle innovazioni più rivoluzionarie (e incompresa) del suo tempo. Dietro di esso, c’era il colosso delle telecomunicazioni Bell System, la gigantesca rete telefonica americana controllata da AT&T, e c’erano le menti visionarie dei laboratori Bell Labs, gli stessi che avevano inventato il transistor, il laser e il sistema Unix.

L’idea, in realtà, non era nuova: già alla fine degli anni ’20, pionieri come John Logie Baird nel Regno Unito avevano sperimentato forme rudimentali di trasmissione video a distanza.

Ma fu negli anni ’30 e poi nel secondo dopoguerra che la corsa alla “telefonata con immagine” prese davvero slancio.

Si credeva (in effetti poi oggi è veramente così), che il futuro sarebbe stato fatto di videochiamate, televisori o visori di dimensioni più piccole, con cui parlare e comunicazione a distanza visiva, e le fiction come Star Trek alimentavano queste teorie e sperimentazioni.

Eppure, il Picturephone era reale, funzionava veramente ed il prototipo definitivo fu presentato con orgoglio all’Expo di New York del 1964, dove migliaia di visitatori si misero in fila per provarlo.

La signora nella foto, probabilmente, era una delle prime utenti ad ammirare – forse per la prima volta – il volto di un familiare lontano trasmesso in tempo reale.

Il funzionamento era relativamente semplice: un apparecchio con una telecamera interna e uno schermo a tubo catodico, collegato a linee telefoniche dedicate.

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Non solo si poteva parlare, ma ci si vedeva chi parlava con noi, un sogno per l’epoca, un miracolo per molti.

Bell System lanciò il servizio in via sperimentale a New York, Chicago e Washington D.C.. Nelle grandi città, chi voleva poteva prenotare una videochiamata in appositi “centri Picturephone”, per salutare amici, parenti o colleghi a distanza, il futuro sembrava a portata di mano.

Ma qualcosa andò storto.

Nonostante l’emozione, la meraviglia e l’entusiasmo mediatico, il Picturephone fu un clamoroso insuccesso commerciale.

I motivi erano molteplici:

primo fra tutti, il costo: l’apparecchio costava oltre 500 dollari (una fortuna all’epoca), e la chiamata costava circa 16 dollari per tre minuti, quindi una cifra proibitiva anche per chi aveva buone possibilità economiche.

In secondo luogo, il Picturephone non era portatile, abbastanza ingombrante doveva avere posti fissi, come per le cabine telefoniche e per questo motivo non era diffuso nelle case, inoltre aveva bisogno di linee speciali per funzionare.

Ma il vero limite fu culturale, la gente non era pronta a “farsi vedere” mentre parlava, ancora oggi esistono persone che non gradiscono la videochiamata, e sotto il COVID abbiamo anche assistito a intere lezioni, e polemiche per gli studenti in pigiama, oppure vestiti a mezzo busto e magari in mutande .

Perché l’idea di doversi presentare al telefono con un certo aspetto, curati, vestiti bene, risulta ancora oggi invasiva per la privacy e comunque scomoda.

Il telefono, fino a quel momento, era uno spazio d’intimità anche e solo vocale, potevi parlara essere nudo, a letto e come volevi, senza che nessuno potesse vederti e guardarti, e questo lo è ancora oggi. L’aggiunta dell’immagine rompe quel confine.

Eppure, quel progetto, fallito nei numeri ma pionieristico nelle intenzioni, aprì una strada, i Bell Labs non smisero mai di innovare.

Gli esperimenti proseguirono, e i semi tecnologici gettati da quelle macchine degli anni Sessanta avrebbero germogliato decenni dopo, quando internet, webcam, smartphone e reti digitali resero la videochiamata un gesto quotidiano, naturale, quasi banale.

Ma guardando oggi quella foto – quella signora con gli occhi lucidi davanti al Picturephone – non si vede solo un pezzo d’epoca, si vede una scintilla di futuro in anticipo sui tempi, si vede lo stupore puro, lo stesso che proviamo oggi con ogni nuova tecnologia che usiamo e ci cambia la vita.

Si vede un sogno che, anche se non si è realizzato subito, ha resistito nel tempo fino a diventare parte della nostra quotidianità.

Cosa sta succedendo oggi?

Siamo passati al 3G con la TV sul telefonino e oggi possiamo fare tante cose con gli Smartphone.

Oggi esiste l’escamotage della TV a pagamento allora tutto è permesso.

I giovani d’oggi, ma non solo (anche 50/60ennine più) hanno il cellulare smartphone che può fare tutto, hanno internet direttamente sul telefono e tante applicazioni dalle quali ordinano su siti e negozi virtuali qualsiasi cosa, così non ci si sposta più da casa per farsi portare qualsiasi cosa a domicilio, con il rischio di non fare più niente fisicamente grazie alla tecnologia, o peggio non imparare mai a fare qualcosa senza un telefonino o un computer.

Perdendo anche grazie alla Robotica che sta oramai dietro l’angolo, la manualità di certi mestieri che non s’imparano certamente su internet ma soltanto lavorando direttamente e con la fatica, e tanta buona volontà imparando da chi ha più esperienza, gli anziani.

Vi è il rischio che la società del futuro sia video dipendente o computer dipendente, o peggio robot e IA dipendente, e non saprà fare più niente, ma questo è un’altro discorso che approfondirò in un’altro post.

Tornando al Picturephone in realtà non fu un fallimento, fu una profezia, oggi tutti o almeno quasi facciamo almeno una videochiamata a settimana, qualcuno ne fa una o più al giorno, grazie ai telefoni smart di nuova generazione, alle tecnologie di trasmissione dati che le compagnie telefoniche possono usufruire.

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Paolo Bongiovanni
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