L’impotenza dell’inetto [Il Flessibile]

L’impotenza dell’inetto [Il Flessibile]

Devo ritornare alla letteratura italiana di più di un secolo fa per riprendere memoria della figura dell’inetto.
Al liceo lessi le opere più importanti di Italo Svevo; non posso dire di averle amate tout court ma oggi sono certo che se non avessi letto “La coscienza di Zeno” e “Una vita” mi mancherebbe un pezzo di vissuto.

Ne sono testimone quotidianamente, nella vita di ogni giorno, sul lavoro, nell’ambiente musicale, in ambito politico: l’inetto ha decisamente preso il sopravvento.
Pensavamo avesse fatto il suo tempo, lo ha raccontato con arguzia il cinema del dopoguerra, illustrato con dovizia di particolari il mondo dei fumetti Disney degli anni Sessanta e Settanta, dipinto con fantasia una fetta artistica del Novecento, cantato con rabbia il rock rivoluzionario.
Nonostante tutto ciò, a metà di questi anni Venti siamo circondati da una manica di inetti che non hanno strumenti e qualora anche li avessero non sanno usarli.

Mi accade spesso – e sono sicuro che molti lettori avranno la medesima sensazione – di pensare che al posto di quel sindaco o di quel ministro o ancora di quel presidente avrei agito differentemente.

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È più facile aspettare che gli eventi si verifichino o è più facile provare a intercettarli influenzandoli?
È più facile stare fermi a guardare o agire?
Quando si occupa un posto di responsabilità si deve essere attori e non spettatori.

Lo so benissimo, qualcuno obietterà che è necessario considerare gli equilibri, rispettare le sensibilità altrui e così via… inetti anche costoro.
L’omissione è la cifra dell’inetto ed è la manifestazione della propria impotenza.

Il ruolo che ciascuno sceglie o che gli viene assegnato non può rappresentare solo un fregio da esibire nelle parate e nelle occasioni mondane: è un impegno assunto di fronte ad un paese, a una città, al mondo intero.

Ci aspettiamo l’impotenza dell’inetto nelle parodie a teatro e in tivù perché se è reale non abbiamo scampo e siamo perduti.

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