Le pillole della settimana

LUNEDI’
“Wake up, Italians!”, ma non era una sveglia: erano pugni, calci, bastonate.
A Ein al-Duyuk, tra Gerico e il silenzio del deserto, tre attivisti italiani e una volontaria canadese hanno scoperto cosa significa incontrare chi si sente padrone della terra e anche dei corpi degli altri. Dieci coloni mascherati, armati di paura e fucili, hanno picchiato tutti: uomini e donne, senza distinzione.
E alla fine la frase più vigliacca: «Non tornate più».
La violenza che pretende di dare lezioni di proprietà. La sveglia più brutale di tutte.
La stanza del Nazareno: i figli di Berlusconi ridisegnano Forza Italia
A Largo del Nazareno, mentre il Pd discute e riparla di sé, dall’altra parte della piazzetta i muratori lavorano per qualcosa di molto più concreto: la nuova stanza dei figli di Berlusconi. Un ufficio tirato a lucido per Pier Silvio, dove passano Gianni Letta e Confalonieri, e dove – dicono i portieri – arrivano anche gli input per Tajani.
Marina studia i sondaggi, Pier Silvio osserva, valuta, misura: il cognome pesa ancora un 5-7%, abbastanza da orientare il destino di Forza Italia senza nemmeno bisogno di fondare un nuovo partito.
Il palazzo è lo stesso, la regia è cambiata. Ma la sceneggiatura resta berlusconiana: silenzi, segnali, porte socchiuse e un potere che si muove meglio quando non si vede.
Usa-Ucraina: segnali di dialogo, ombre russe
Tre ore di colloqui in un resort di lusso in Florida per dire, in sostanza, che “qualcosa si muove”. Marco Rubio parla di incontro «produttivo», ma la traduzione è semplice: gli americani stanno provando a cucire una trattativa mentre l’Ucraina sanguina e la Russia fa finta di ascoltare.
Rubio lo ammette tra le righe: «C’è un’altra parte che dovrà essere parte dell’equazione».
E quell’altra parte è Mosca, che da tre anni detta il ritmo della guerra e ora dovrebbe, per qualche misterioso motivo, diventare partner affidabile di una pace che non vuole.
Washington dice di «capire bene» le opinioni russe. Le conosciamo tutti:
missili, ultimatum e geopolitica muscolare.
Il tavolo è apparecchiato in Florida, ma la sedia di Putin resta la stessa: quella di chi punta i piedi per non far finire la guerra.
MARTEDI’
Malumori nell’esecutivo italiano
“Più prudenza, per carità: oggi c’è la fila da Putin”
A Palazzo Chigi il clima è teso: l’uscita del militare scappa troppo avanti, la premier richiama tutti alla prudenza — che, si sa, è la virtù più praticata quando si parla di Russia.
Del resto oggi c’è Witkoff da Putin: la diplomazia parallela, quella fatta di strette di mano, sorrisi e miliardi, non conosce tregua. Meloni intanto chiede che “la Russia contribuisca”… a cosa, non è chiarissimo: forse alla pace, forse alla chiarezza, forse semplicemente a non metterci ulteriormente in imbarazzo.
Intanto l’ammiraglio Cavo Dragone annuncia che la Nato sta pensando a un atteggiamento “più aggressivo e proattivo” contro le minacce ibride. Tradotto: mentre l’Alleanza prova a sembrare muscolare, l’Italia continua a recitare il ruolo della zia apprensiva che, prima di uscire, ripete a tutti:
«Però state attenti, eh. Non fate arrabbiare Mosca. Che poi ci tocca rimediare…»
Quando la protesta diventa un hobby da social (e la sinagoga un bersaglio)
Dopo tre giorni di silenzio — probabilmente dovuti alla necessaria riflessione tattica… o al tempo di trovare il filtro Instagram giusto — il Collettivo universitario autonomo di Torino rivendica l’irruzione a La Stampa.
Motivazione ufficiale: “Se ai giovani offrono la leva obbligatoria e la trincea, allora ben vengano giornate come venerdì”.
Motivazione reale: show, visibilità, adrenalina da like.
E mentre loro spiegano che non bisogna cadere nella “trappola del vittimismo”, fuori resta una città scossa, una redazione intimidita e — come se non bastasse — lo sfregio alla sinagoga di Roma, ennesimo segnale che l’odio non ha bisogno di argomentazioni, solo di qualcuno che gli apra la porta.
Insomma: protestare è un diritto, certo.
Trasformare la protesta in un carnevale paramilitante, no.
Ma sui social, si sa, basta un post ben scritto per far sembrare un blitz una lezione di civiltà.
Da Atreju a Montepulciano: Schlein e Conte, due festival e un solo ego
Tra Atreju e Montepulciano non passa solo la distanza geografica: passa il solco sempre più marcato tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, impegnati in quella che sembra la versione politica di chi ce l’ha più lungo… il seguito mediatico.
Conte, che ad Atreju ci va da quando era premier (anche quando lo contestavano sotto Palazzo Chigi), vive la sortita di Elly come uno sgarbo al cubo: lui l’invito l’aveva già accettato, lei lo snobbava anni fa e adesso arriva a far la voce grossa “in casa d’altri”, giusto per mostrare che la leader è lei.
Al Nazareno hanno pensato fosse un colpo basso conto terzi; Conte, invece, ha pensato fosse un colpo basso contro di lui.
Morale: mentre l’opposizione dovrebbe costruire un progetto, i due litigano su chi ha più diritto di posare sul palco del festival politico di turno.
L’ambizione davanti al progetto?
Macché: qui l’ambizione è il progetto.
MERCOLEDI’

PUBBLICITA’
Lo Zar, l’Europa e l’impasse infinita
Putin torna a battere sul suo tasto preferito: minacciare l’Europa. «Se vuole la guerra siamo pronti», ha scandito lo Zar, trasformando un incontro con Witkoff — che doveva servire a “sbloccare qualcosa” — nell’ennesimo rituale di propaganda. Nulla si muove, nulla cambia: il nodo resta sempre lo stesso, i territori occupati che Mosca considera ormai “sacri” e che Kiev non è disposta a barattare.
Nel frattempo, dagli Stati Uniti, Trump osserva e commenta con la consueta sintesi brutale: «È un casino». Un giudizio che, paradossalmente, fotografa meglio di qualsiasi analisi l’impasse di una guerra che continua solo perché Putin non vuole né perdere né realmente trattare. Europei avvisati: con il Cremlino non c’è spazio per le mezze misure.
Mogherini-gate, l’Europa torna a tremare
L’Unione europea è di nuovo sotto choc. Dopo il Qatargate, ecco il Mogherini-gate: un’inchiesta belga sull’assegnazione dei fondi per la formazione dei giovani diplomatici Ue porta a perquisizioni nelle istituzioni europee e ai fermi eccellenti di Federica Mogherini e Stefano Sannino.
Al centro del caso, il Collegio d’Europa di Bruges, la prestigiosa scuola dei futuri funzionari europei. L’accusa? Aver ricevuto informazioni riservate prima della pubblicazione del bando per l’“Accademia diplomatica Ue”, un progetto da milioni di euro destinato a 50 giovani aspiranti diplomatici. Se confermato, il vantaggio informativo avrebbe falsato la gara.
Per Bruxelles è un nuovo terremoto reputazionale: un’altra crepa nella narrativa della “trasparenza europea”, con l’ombra crescente di un sistema che, tra lobby, fondi e relazioni opache, rischia di trasformare la meritocrazia in fiction istituzionale. L’Europa ufficiale predica legalità, ma intanto continua a inciampare nei suoi stessi palazzi.
Qivalis, l’Europa scopre le cripto (ma con il guinzaglio delle banche)
L’Europa prova a recuperare terreno nel mondo dei pagamenti digitali e delle criptovalute. Nasce Qivalis, la stablecoin bancaria paneuropea che vedrà la luce nel 2026: una moneta digitale ancorata all’euro, gestita da dieci tra i principali istituti del continente e vigilata dalla banca centrale olandese.
Nel progetto ci sono nomi pesanti: Banca Sella, ING, CaixaBank, Danske Bank, DekaBank, KBC, Raiffeisen, SEB, UniCredit e BNP Paribas. L’obiettivo è chiaro: entrare nella partita globale dei pagamenti on-chain, oggi dominata dal dollaro e dai colossi americani e asiatici.
Qivalis non è la criptovaluta “libera” del mondo decentralizzato: è la risposta istituzionale, regolata, garantita dalle banche. Un euro digitale privatissimo ma con timbro ufficiale, che segna l’inizio della competizione europea nel fintech che conta davvero. Se funzionerà, potrebbe ridisegnare gli equilibri dei pagamenti in rete. Se fallirà, resterà l’ennesimo tentativo europeo di inseguire chi corre più veloce.
GIOVEDI’
Restituire tutto a Mosca: l’ultima idea brillante per arrivare alla pace… consegnandosi
Dopo il niet della Bce, l’Ue continua a puntare sull’uso degli asset sequestrati a Mosca per sostenere Kyiv. Ma ecco che, come sempre, nel teatrino europeo spunta la voce fuori dal coro: la Lega.
Da Bruxelles arriva la linea dura: “Gli asset congelati devono servire per la ricostruzione ucraina”.
Da via Bellerio, invece, la controproposta che nessuno aveva chiesto:
“Restituiamo tutto ai russi”.
Un po’ come se, dopo aver scoperto un ladro in casa, la soluzione fosse offrirgli anche il garage, il frigorifero e le chiavi dell’auto, così magari si calma.
Le prospettive di pace? Sempre più sfuggenti.
Von der Leyen tira dritto.
La Lega si mette di traverso.
E l’Europa, intanto, sembra un incrocio: c’è chi vuole andare avanti, chi fa retromarcia, e chi mette la freccia a sinistra ma gira a destra.
Asset russi: Ursula accelera, gli altri frenano. L’Europa intanto gratta la frizione
A Bruxelles il copione è sempre lo stesso: Ursula von der Leyen preme sull’acceleratore, la Bce tira il freno a mano, e il Belgio mette le quattro frecce.
Nonostante Lagarde scuota la testa e il premier belga De Wever invochi prudenza, Von der Leyen ha deciso: si va avanti con l’uso degli asset russi congelati per sostenere l’Ucraina. E, già che c’è, si aggirano pure i veti grazie al voto a maggioranza qualificata.
Tradotto: “Se qualcuno vuole fare muro, gli passo di fianco”.
In alternativa, Ursula propone il debito comune Ue per finanziare Kyiv. Lì però serve l’unanimità, cioè la magia rara quanto un tramonto verde fosforescente: evocata spesso, vista mai.
Il 18 dicembre i leader dovranno decidere.
E probabilmente lo faranno come al solito: guardando il dossier, sospirando forte e pensando che una bella delega alla BCE, alla Provvidenza o al fato risolverebbe tutto.
Intanto, l’unica cosa davvero congelata resta… l’unità europea.
Educazione sessuale solo dalle medie: la destra mette il lucchetto, l’opposizione il megafono
Alla Camera passa il ddl sull’educazione sessuo-affettiva: consenso informato, sì… ma solo dalle scuole medie in poi. Per le elementari, evidentemente, il governo ritiene sufficiente l’educazione preinstallata nella cicogna.
Opposizioni in piazza, cartelli alla mano:
«Più educazione, meno violenza»,
«Educare per prevenire»,
«L’educazione sessuo-affettiva è un diritto».
Slogans semplici, diretti… tutto l’opposto del provvedimento votato.
Elly Schlein, presente al flash-mob, lo dice senza giri di parole:
“È il contrario di ciò che servirebbe al Paese per contrastare la violenza di genere”.
Tradotto in satira: mentre la destra rivendica di “proteggere i bambini”, in pratica sta proteggendo solo l’ignoranza.
Perché per prevenire la violenza servirebbe parlare prima, non dopo.
Così il governo festeggia il suo passo avanti.
E le opposizioni festeggiano il passo indietro.
Risultato?
La scuola rimane ferma. E i ragazzi… pure.
VENERDI’
Macron in Cina: missione pace, obiettivo Airbus (Ursula non pervenuta)
Emmanuel Macron vola in Cina per la quarta volta, ufficialmente per parlare di Ucraina e convincere Xi Jinping a “spingere” Putin verso la pace. Come se bastasse una pacca sulla spalla orientale per fermare un impero nucleare.
Ma il vero campo di battaglia, sotto il tappeto rosso della Grande Sala del Popolo, è un altro: gli Airbus.
Perché tra un appello diplomatico e l’altro, il presidente francese sogna decolli… economici.
E Ursula von der Leyen?
Due anni fa lo accompagnò per dare l’immagine di un’Europa compatta. Oggi invece è sparita dalla foto. Macron preferisce il tête-à-tête con Xi: niente Bruxelles, niente coro europeo, solo il solista francese che punta tutto sul bilaterale.
Un format perfetto per Xi Jinping, che ama dialogare con i singoli leader così come si sceglie una carta vincente al mahjong.
Insomma:
La missione dichiarata è la pace.
La missione reale è l’export.
E l’unica cosa ad alare davvero… rischia di essere l’ego diplomatico francese.
Antisemitismo e Pd: il ddl Delrio accende il fuoco… e il partito porta la benzina
Nel Pd scoppia l’ennesimo incendio interno: Graziano Delrio presenta un ddl contro l’antisemitismo e, invece di un applauso, si ritrova un plotone d’esecuzione politica… del suo stesso partito.
La segreteria è in imbarazzo: da mesi Elly Schlein usa il termine “genocidio” per Gaza, ma ora deve spiegare perché un ddl che condanna l’odio verso gli ebrei sembra improvvisamente “non allineato”.
Nel frattempo Avs attacca frontalmente:
“Così volete zittire chi critica Israele!”.
Che è un po’ come dire: “Difendere qualcuno è pericoloso perché potrebbe indirettamente difendere qualcun altro”.
Francesco Boccia prova la moral suasion:
“Delrio, ritira il ddl, non è la posizione del partito”.
Ma Delrio non si muove di un millimetro.
I co-firmatari, invece, si muovono eccome:
alcuni sfilano la firma con la velocità di chi stacca la spina a un tostapane in fiamme.
Morale della storia:
La battaglia è contro l’antisemitismo,
ma il Pd riesce a trasformarla nella solita battaglia contro se stesso.
Un partito largo, larghissimo… a tal punto che le posizioni non si incontrano mai.
Tatiana ritrovata in mansarda: il giallo diventa noir, il paese diventa tribunale
Tatiana è viva, ed è già una notizia che vale più di qualsiasi commento. Ma il resto della storia sembra scritto da una penna che non conosce il senso del limite: undici giorni di ricerche, un amico come ultimo contatto, una mansarda che diventa nascondiglio — o rifugio, o prigione, a seconda dell’ipotesi.
Il 30enne che la ospitava (o tratteneva?) ora è sotto inchiesta, e il reato oscilla come un pendolo: prima istigazione al suicidio, poi forse sequestro. Gli inquirenti scavano: tabulati, chat, telecamere, casa perquisita, ore di interrogatorio.
E mentre i carabinieri lavorano, Nardò fa ciò che ormai fa l’Italia intera:
si raduna, mormora, giudica, condanna.
La piazza sotto casa del ragazzo si trasforma in tribunale popolare, con tensioni e urla come se la sentenza fosse già stata pronunciata.
In un Paese dove la verità è spesso un dettaglio posticipato, la mansarda diventa il nuovo simbolo del “rompicapo all’italiana”: tutti parlano, nessuno sa.
È una fortuna che Tatiana stia bene.
Ora sarebbe altrettanto utile che, almeno per una volta, stesse bene anche il buonsenso collettivo.
SABATO
Lo strappo americano
Gli Stati Uniti, stanchi di fare da guardiani notturni d’Europa, hanno finalmente deciso: dal 2027 il servizio “Protezione NATO Prime” non sarà più incluso nel pacchetto base.
Gli europei, che da anni vivono come in un Airbnb geopolitico con colazione compresa e sicurezza h24, restano spaesati: «Come sarebbe a dire che dobbiamo difenderci… da soli? Ma non c’è un numero verde? Un help desk? Un chatbot del Pentagono?»
Da Washington il messaggio è chiarissimo:
«Ragazzi, noi dobbiamo occuparci dell’Indo-Pacifico. Voi arrangiatevi un po’. Non possiamo giocare due partite insieme. È già tanto se riusciamo a ricordarci in che continente state.»
Risultato: i diplomatici europei hanno immediatamente aperto un tavolo d’urgenza per capire due cose fondamentali:
Quanto costa una difesa “fai da te” (spoiler: parecchio).
Dove si accende ‘sto benedetto carro armato.
E mentre Washington spinge il carrello in direzione Indo-Pacifico, l’Europa scopre che “autonomia strategica” non è un concetto filosofico, ma un conto salato che arriva dopo anni di dipendenza affettiva e militare.
In attesa di istruzioni, Bruxelles ha già convocato il vertice straordinario intitolato:
«Come facciamo senza l’America?»
con sessioni tematiche del tipo:
– “La difesa europea: mito, leggenda o semplice miraggio?”
– “Comprare più armi senza litigare: missione impossibile?”
– “Chiediamo a Elon Musk di proteggerci?”
Per ora una sola certezza: gli Stati Uniti hanno deciso di tagliare il cordone ombelicale.
E l’Europa, che si credeva figlia emancipata, scopre di non aver ancora imparato a camminare senza il papà.
Americano, per giunta.
Cippo ghandiano
Eccolo lì, l’autocrate dal curriculum pieno di «terapie alternative» a base di carri armati, presentarsi in versione guru di pace: postura composta, mani raccolte, occhi semichiusi come un santone del geopolitico fai-da-te.
Un cippo gandhiano, insomma.
Di quelli che ti aspetti stiano per dirti «Sii acqua, sii compassione, sii… invadente.»
L’atto scenico sfiora il sacrilegio: l’uomo che tratta i confini altrui come tappetini da scuotere indossa l’aura da filosofo zen, pronto a dispensare saggezza ai suoi tre discepoli preferiti: Trump, Xi e ora Modi. Un triangolo spirituale capace di illuminare qualunque stanza… purché sia una stanza con poche finestre e molta sorveglianza.
E intanto, noi: l’Occidente dei “decideur” flessibili come gomme da masticare riscaldate al sole.
Quelli che, prima della Grande Paura del 2014, prima che certe maschere cadessero, guardavano al santone del Cremlino con una tenerezza interessata, un misto di fascinazione e convenienza.
“Che male può fare? È così meditativo…”
Dicevano, mentre lui meditava strategie che facevano venire l’orticaria persino al Politburo originale.
Così oggi ci ritroviamo davanti a un paradosso da esportazione: un autocrate che recita la parte del pacifista, un guru che predica la calma mentre accende incendi, un cippo gandhiano che vorrebbe convincerci che il mondo è in equilibrio…
purché a tenerlo in equilibrio sia la sua mano.
Una mano che, diciamolo, non ha mai brillato per delicatezza.
Affascinati dagli autocrati
Pillola satirica sull’Italia “selvaggia” del Censis
Benvenuti nell’Italia del 2025: un Paese «selvaggio, del ferro e del fuoco», come lo chiama il Censis.
Tranquilli: non è una descrizione antropologica dell’Età del Bronzo, ma una radiografia aggiornata delle nostre abitudini quotidiane.
Gli italiani, pare, si aggirano tra mutui impossibili, ansie a tasso variabile e scaffali con pochi libri e tanto sesso – soprattutto venduto in streaming a 9,99 euro al mese.
D’altronde, se la cultura costa e l’amore pure, il desiderio rimane l’ultima forma democratica di intrattenimento.
Nel frattempo la politica… evapora.
Il 72% non crede ai partiti, il Parlamento viene considerato un noioso talk show senza conduttore, e l’astensionismo funziona come la nuova religione civile: non ci si va, ma ci si crede moltissimo.
E mentre la democrazia arranca, ecco spuntare il fascino esotico dell’uomo forte:
Putin, Orbán, Erdogan, Trump, Xi.
Una collezione che ricorda quei figurini di calcio Panini: li incolli, li ammiri, ma speri sempre che non scendano davvero in campo.
Il 30% degli italiani pensa che il potere assoluto sia la soluzione.
Del resto, il potere assoluto ha un vantaggio indiscutibile: non deve fare coalizioni, né aggiornare lo status su Instagram.
E nel vuoto pneumatico dei sogni collettivi – evaporati per il 63% – resta una sola figura che ispira fiducia a 6 italiani su 10: papa Leone XIV.
Probabilmente perché è l’unico che non promette un bonus.
Così, mentre le librerie chiudono e i debiti aprono, l’Italia “selvaggia” cerca un capo tribù:
non per farsi guidare, ma per farsi raccontare che va tutto bene.
Con tono fermo, sguardo deciso
e possibilmente senza chiedere in cambio il 730.
DOMENICA
Bruxelles irritata: decidiamo noi
Domani a Londra Macron, Starmer e Merz si vedranno per parlare di sicurezza, difesa e soprattutto di come l’Europa debba tornare protagonista dopo anni di scossoni geopolitici.
E mentre i tre preparano il vertice, da oltreoceano arriva il consueto fulmine: Elon Musk decreta che l’Unione Europea “va abolita”, e che occorre «restituire la sovranità ai singoli Paesi».
Bruxelles, già irritata da settimane di ingerenze politiche e tecnologiche americane, non la prende bene. Il tono è quello di chi non vuole farsi dettare l’agenda: «Decidiamo noi», trapela dai palazzi europei.
Intanto Paolo Gentiloni, di fronte alla nonchalance di Giorgia Meloni verso le provocazioni di Musk, avverte: «Minimizzare è miope». Perché quando le pressioni arrivano dall’esterno — che si chiamino Silicon Valley o Casa Bianca — il rischio è sempre lo stesso:
che l’Europa discuta del proprio futuro mentre altri provano a scriverlo al posto suo.
Consob gela i pm di Milano
La montagna dell’inchiesta rischia di trasformarsi in una collina.
La Consob, con una relazione riservata del 15 settembre 2025, ha infatti gelato la procura di Milano, smontando l’ipotesi del patto occulto per la scalata a Mediobanca e, a cascata, per il controllo delle Generali.
Secondo l’Autorità di vigilanza, «non sussiste il patto occulto» tra Caltagirone, Milleri (Delfin) e Lovaglio (Mps). E soprattutto, «non sussiste il concerto con Siena», elemento chiave nell’impianto accusatorio dei pm.
A rivelare il documento è stato Il Sole 24 Ore, che cita gli estratti della relazione in cui la Consob ripercorre mesi di verifiche, controlli incrociati, esposti e ricostruzioni successive alle mosse che avevano messo Mediobanca — guidata da Alberto Nagel — sotto pressione.
Per ora, il segnale è chiaro:
le certezze della procura non lo sono affatto per la vigilanza.
E la partita Mediobanca–Generali, già di per sé complessa, si complica ancora di più
Crosetto sbotta, la Lega esplode
Guido Crosetto rompe gli argini e dice ciò che molti pensano ma pochi osano pronunciare:
«Per Trump l’Europa non serve più».
Uno sfogo che sa di allarme strategico, ma soprattutto di schiaffo politico interno. La Lega reagisce con furia: accuse, controaccuse, sospetti di tradimento della linea sovranista. Una rissa a cielo aperto nella maggioranza.
E mentre Roma litiga, domani a Londra si riunisce il vero “direttorio europeo”:
Macron, Starmer, Merz e Zelensky attorno allo stesso tavolo per discutere sicurezza, difesa e futuro degli equilibri continentali.
Giorgia Meloni non ci sarà.
Assenza pesante, soprattutto nel momento in cui l’Europa tenta di capire come convivere con un’America di nuovo imprevedibile — e con un presidente Usa che, almeno secondo Crosetto, considera il Vecchio Continente un orpello superfluo.
Il risultato?
Mentre gli altri decidono, l’Italia continua a litigare sul perché non sia stata invitata.