L’ARMATA BRANCALEONE: TUTTE LE BRUTTE FIGURE DI DONALD TRUMP NEL SUO SECONDO MANDATO (E QUELLE CHE VERRANNO)

L‘ARMATA BRANCALEONE: TUTTE LE BRUTTE FIGURE DI DONALD TRUMP
NEL SUO SECONDO MANDATO (E QUELLE CHE VERRANNO)

C’era una volta un uomo che prometteva di porre fine a tutte le guerre. Poi si è ritrovato invischiato in una guerra dopo l’altra, come un pompiere che entra in una casa in fiamme con una tanica di benzina. Ma andiamo con ordine, perché l’elenco delle umiliazioni del presidente americano Donald Trump nel suo secondo mandato è lungo come la lista della spesa di un’ottantenne in promozione.

Partiamo dalla guerra in Ucraina. Trump aveva giurato che l’avrebbe chiusa in ventiquattr’ore. Sono passati mesi, e la guerra non solo non è finita, ma lui continua a ripetere come un mantra che “Putin vuole finire la guerra, lo vuole fortemente”, mentre i missili continuano a piovere su Kiev. Nel frattempo, ha ricevuto Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale e lo ha umiliato davanti al mondo intero, chiamandolo “comico di modesto successo”. Un vero capolavoro di diplomazia: prendere per i fondelli l’uomo che sta combattendo per la sopravvivenza del suo paese.

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Poi c’è la crisi del Venezuela. Trump ha fatto rapire il presidente Nicolas Maduro il 3 gennaio 2026, dichiarando solennemente che “ora gli Stati Uniti gestiranno il Venezuela”. Ha promesso una transizione ordinata, aiuti umanitari, chissà che altro. Poi sono arrivati i terremoti, e il Venezuela è sprofondato in un disastro umanitario. E Trump? Trump ora dice che il regime di Maduro è “nostro nuovo e grande amico”. Dall’essere “in carica” all’essere “amici” in meno di sei mesi: un record di marcia indietro che nemmeno un gambero riuscirebbe a eguagliare.

E che dire delle minacce alla Groenlandia e al Canada? Trump ha annunciato che la Groenlandia è “un’assoluta necessità” per la sicurezza nazionale e che gli Stati Uniti ne prenderanno il controllo, con la forza se necessario. Ha anche minacciato il Canada di trasformarlo nel 51esimo stato. Poi, dopo aver sollevato un polverone internazionale che ha visto Francia e Canada aprire consolati in Groenlandia per sfidarlo, ha fatto marcia indietro e rinunciato alle minacce di usare la forza. Tutto questo rumore per poi finire con la coda tra le gambe: un leone che si trasforma in gattino spaventato.

Passiamo alla Spagna. Trump ha minacciato Pedro Sánchez con punizioni commerciali e addirittura l’esclusione dalla Nato. Ha definito la Spagna “un autentico disastro” e “terribile” perché non vuole pagare le spese militari. Poi? Silenzio tombale. Sánchez ha mantenuto la sua posizione senza battere ciglio, e Trump non ha più avuto il coraggio di rincarare la dose.

E poi c’è la vicenda Meloni, che è un capolavoro di autolesionismo. Trump ha raccontato a una televisione italiana che Meloni lo “aveva supplicato” per una foto al G7. Lei lo ha smentito con un video in cui dice: “Io e l’Italia non imploriamo mai”. Lui ha rincarato con una foto su Truth Social in cui lei sembra guardarlo con adorazione, scrivendo “serve un’ordinanza restrittiva”. E Meloni? Manco gli risponde più. I ministri italiani hanno detto che non replicheranno oltre alle provocazioni. Trump è rimasto a parlare da solo, come un vecchio che urla contro il vento.

E il Papa? Trump ha definito Papa Leone XIV un “debole” che “sta mettendo a rischio i cattolici” e che senza di lui “non sarebbe in Vaticano”. I vescovi americani hanno espresso “sconforto”, la politica italiana si è indignata. E il Papa? Non lo ha considerato. Ha risposto con dignità, dicendo che Trump “sta mettendo a rischio i cattolici”, e ha continuato per la sua strada. Trump ha insultato il capo della Chiesa cattolica e si è ritrovato a parlare al muro.

Meloni Trump (foto dal Corriere.it)

La guerra con l’Iran è stata un’altra gemma. Trump l’ha scatenata il 28 febbraio 2026, promettendo una “vittoria totale e completa” e una “resa incondizionata” dell’Iran. Ha millantato grandezza, ha detto di aver “arrasato” il nemico. Risultato? I media iraniani festeggiano la sconfitta degli Stati Uniti, e persino i media americani danno Trump come perdente. Ha dichiarato vittoria, ma è come se avesse perso la guerra. Una strategia degna di un generale che vince le battaglie ma perde la guerra, e poi festeggia lo stesso.

Ha attaccato Emmanuel Macron, deridendolo per la lite con la moglie e dicendo che “Macron si sbaglia sempre”. Ha attaccato Ursula von der Leyen, perché evidentemente non riesce a smettere di prendersela con le donne forti. Ha attaccato Keir Starmer dicendo che “non è un Winston Churchill”, definendolo “debole e incerto”. Ha attaccato Friedrich Merz. Praticamente ha insultato mezzo mondo, e si è ritrovato sempre più isolato.

Infantino e Trump (foto da Repubblica)

E poi il capolavoro: i Mondiali di calcio. Trump ha telefonato al presidente della Fifa Gianni Infantino per chiedere la revisione di un cartellino rosso a un giocatore americano. Ha ammesso candidamente: “Non sapevo cosa fosse il cartellino rosso”. La squalifica è stata sospesa. Poi gli Stati Uniti sono stati eliminati agli ottavi di finale dal Belgio. Tutta quella telefonata, tutto quel peso politico speso per un cartellino rosso, e la squadra è stata comunque eliminata. Una metafora perfetta del suo intero mandato: tanta spesa, poca resa.

Al vertice Nato di Ankara, al di là dell’esito, il suo atteggiamento non ha certo favorito inizialmente il clima.

E questo è solo quello che è già successo. Le elezioni di medio termine si avvicinano, e un crescente isolamento internazionale lo sta trasformando in un’anatra zoppa molto prima del previsto. Ma la sua incapacità di leggere la realtà è tale che probabilmente continuerà a insultare, minacciare e marciare indietro fino all’ultimo giorno.

La verità è che Donald Trump, psicologicamente, è come un ubriaco che guida contromano una utilitaria in autostrada dove viaggiano soltanto tir carichi di esplosivo. L’ubriaco crede di andare nella direzione giusta, suona il clacson agli altri perché si tolgano di mezzo, insulta chi gli fa notare che sta sbagliando strada, e continua a premere sull’acceleratore convinto di essere nel giusto. Ma prima o poi arriverà lo scontro. E quando arriverà, non sarà solo la sua utilitaria a finire distrutta, ma tutto ciò che gli sta intorno. Perché nella sua follia narcisistica, Trump non si rende conto che sta giocando con il destino del mondo intero. E come tutti gli ubriachi, prima o poi, il conto arriva.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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