La vera paura dei partiti? Le preferenze degli elettori
La vera paura dei partiti? Le preferenze degli elettori
Da giorni la politica discute animatamente della nuova legge elettorale. Ufficialmente il confronto riguarda aspetti tecnici, soglie di sbarramento, premi di maggioranza e meccanismi di governabilità. In realtà il nodo vero è molto più semplice: chi deve scegliere i parlamentari, i cittadini oppure i partiti?
La questione delle preferenze sta facendo emergere tutte le contraddizioni della maggioranza. Giorgia Meloni sostiene di voler restituire agli elettori la possibilità di scegliere i propri rappresentanti. Lega e Forza Italia, invece, frenano. E non è difficile capire il perché.
Le preferenze rappresentano infatti un rischio per gli apparati di partito. Con le liste bloccate i vertici decidono chi sarà eletto e chi resterà fuori. È un sistema comodo, controllabile, che premia la fedeltà al capo più che il consenso tra i cittadini.
Da quasi vent’anni il Parlamento italiano è popolato da nominati più che da eletti. Deputati e senatori che devono la loro carriera non agli elettori ma alle segreterie politiche. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una crescente distanza tra istituzioni e cittadini, un astensionismo record e una sfiducia che continua a crescere.

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Oggi molti parlamentari sembrano preoccupati che gli italiani possano tornare a scegliere.
È una situazione paradossale.
Tutti i partiti, quando sono all’opposizione, chiedono più democrazia, più partecipazione e più coinvolgimento popolare. Poi, una volta arrivati al governo o nelle stanze del potere, scoprono improvvisamente i vantaggi delle liste bloccate.
La verità è che la politica italiana ha sviluppato una certa diffidenza verso gli elettori.
Si invoca continuamente la sovranità popolare, ma quando si tratta di affidare davvero una scelta ai cittadini scattano paure, resistenze e distinguo. Si parla di “soluzioni ingegnose”, di liste semi-aperte, di formule ibride e compromessi tecnici. Tradotto dal politichese: si cerca un modo per dare l’impressione di far scegliere gli elettori continuando però a mantenere il controllo delle candidature.
Intanto il Paese assiste all’ennesima discussione autoreferenziale.
L’Italia ha salari fermi da decenni, un debito pubblico gigantesco, giovani che emigrano, una crisi demografica senza precedenti e servizi pubblici sempre più in difficoltà. Eppure una parte significativa del dibattito politico ruota attorno a una domanda che interessa soprattutto i professionisti della politica: chi deciderà quali candidati avranno il posto sicuro in Parlamento?
Forse il problema non è la legge elettorale in sé.
Forse il problema è che da troppo tempo le leggi elettorali vengono scritte non per rappresentare meglio i cittadini, ma per favorire la sopravvivenza dei gruppi dirigenti.
Cambiano i nomi: Mattarellum, Porcellum, Rosatellum, Italicum, ora Stabilicum o Melonellum. Ma la logica resta sempre la stessa: costruire regole che garantiscano equilibri politici e spartizioni di potere.
Nel frattempo l’astensione cresce elezione dopo elezione.
E forse il messaggio che arriva dalle urne è più chiaro di qualsiasi sondaggio: milioni di italiani hanno smesso di votare perché hanno la sensazione che il loro voto conti sempre meno.
Se davvero la politica vuole riconquistare credibilità dovrebbe partire da un principio semplice: gli eletti dovrebbero essere scelti dagli elettori.
Tutto il resto rischia di essere soltanto un sofisticato esercizio di ingegneria politica per continuare a decidere dall’alto ciò che dovrebbe essere deciso dal basso.