La società in novanta minuti Dentro una partita si vede come funziona una comunità
La società in novanta minuti
Dentro una partita si vede come funziona una comunità
Ivano Malcotti
Il calcio è uno dei pochi luoghi in cui una società intera può essere osservata mentre accade. In novanta minuti emergono il talento e il limite, la gerarchia e la ribellione, il bisogno di appartenere e quello, altrettanto forte, di distinguersi. C’è chi crea, chi protegge, chi obbedisce, chi interpreta, chi aspetta, chi sbaglia e deve continuare a giocare come se l’errore non fosse appena accaduto. È per questo che il calcio, prima ancora di essere uno sport, è una forma elementare di antropologia.
Johan Huizinga aveva intuito che il gioco non è un’interruzione marginale della vita seria, ma uno dei modi attraverso cui una cultura si esprime e si organizza. Il calcio rende quasi visibile questa intuizione, perché possiede uno spazio delimitato, un tempo proprio, regole condivise, ruoli, gerarchie, rituali, trasgressioni e forme di appartenenza. Dentro il campo, come dentro ogni società, nessuno esiste completamente da solo, e ogni gesto acquista significato in relazione a quello degli altri. Una squadra non funziona perché undici giocatori diventano uguali, ma perché differenze profonde riescono a comporsi in una forma comune. La sua forza non nasce dall’uniformità, bensì dalla differenza organizzata.
Il numero 10, il fantasista, rappresenta forse la figura più evidente di questa tensione. È colui che introduce nel sistema qualcosa che prima non c’era, che vede una possibilità prima degli altri e prova a realizzarla. In termini antropologici è l’artista, l’inventore, talvolta il dissidente, cioè colui che costringe il gruppo a confrontarsi con una forma nuova del possibile. Ma ogni comunità vive un rapporto ambiguo con il talento: ne ha bisogno e nello stesso tempo lo teme. Se lo disciplina troppo, rischia di sterilizzarlo; se lo trasforma in privilegio assoluto, finisce per subordinare il gruppo all’ego del singolo. Il calcio mostra dunque che anche il dono ha bisogno di una misura, perché il talento senza relazione può facilmente diventare narcisismo.
Il regista incarna una forma diversa di intelligenza, meno appariscente ma altrettanto decisiva. Non vive necessariamente dell’invenzione improvvisa, quanto della capacità di dare ordine a ciò che accade. Il suo talento è soprattutto temporale, perché consiste nel vedere il gioco con qualche secondo di anticipo, rallentando quando tutti accelerano e accelerando quando gli altri esitano. È la figura di chi organizza senza occupare per forza il centro della scena, e proprio per questo ricorda il mediatore, il coordinatore, il buon amministratore. Anche qui, tuttavia, la virtù contiene la propria ombra: il desiderio di ordine può trasformarsi in bisogno di controllo, e l’intelligenza, quando pretende di governare ogni variabile, può finire per temere proprio ciò che rende viva ogni realtà umana, cioè l’imprevisto.
Ancora più interessante è il trequartista, perché abita uno spazio intermedio e trae forza proprio dal fatto di non appartenere pienamente a una categoria. Sta tra centrocampo e attacco, tra costruzione e finalizzazione, tra ciò che è già accaduto e ciò che potrebbe accadere. Victor Turner avrebbe definito liminale questa posizione, sospesa tra due stati e proprio per questo capace di aprire nuove possibilità. Il trequartista è una figura profondamente intellettuale, non perché sia “più intelligente” degli altri, ma perché il suo compito consiste nel percepire relazioni non ancora evidenti. Il suo limite, però, è decisivo: nessuna visione individuale basta a se stessa. Un passaggio geniale è inutile se il compagno non lo comprende e non si muove. In questo senso il trequartista è una delle metafore più precise del rapporto tra intellettuale e comunità, perché l’intuizione resta sterile finché qualcuno non decide di crederle.
All’estremo opposto sembra collocarsi il mediano, il portatore d’acqua, la figura di chi recupera ciò che altri perdono, copre gli spazi lasciati vuoti e corre perché qualcun altro possa creare. Il suo valore è spesso inversamente proporzionale alla sua visibilità, e proprio per questo rappresenta una delle immagini sociali più potenti del calcio. Ogni comunità celebra volentieri chi conclude l’azione, molto meno chi l’ha resa possibile. Eppure famiglie, scuole, ospedali, istituzioni e luoghi di lavoro sono tenuti insieme da una quantità enorme di gesti invisibili che diventano evidenti soltanto quando vengono a mancare. Il calcio insegna così una verità semplice e insieme scomoda: il riconoscimento non coincide necessariamente con il valore.
Persino il gioco senza palla possiede una straordinaria densità antropologica. Lo spettatore segue naturalmente ciò che vede, cioè il pallone, ma spesso l’azione decisiva avviene altrove, in un movimento che porta via un difensore, apre una linea di passaggio o libera uno spazio che sarà occupato da un compagno. È una metafora precisa della cura e del servizio, di tutte quelle attività che rendono possibile qualcosa senza necessariamente comparire nella scena finale. Ciò che sostiene una struttura è spesso proprio ciò che riceve meno attenzione.

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Il difensore introduce invece un principio che la cultura contemporanea tende a guardare con sospetto: il limite. Viviamo immersi in un linguaggio che esalta il superamento, la crescita, l’espansione, l’andare oltre, mentre il difensore pronuncia una parola diversa: “fin qui”. Il limite, però, non è necessariamente paura o chiusura; può essere protezione, forma, responsabilità. Norbert Elias ha mostrato come le società moderne non eliminino gli impulsi, ma li trasformino attraverso forme sempre più complesse di autocontrollo. Anche il calcio funziona in questo modo, perché rende possibile lo scontro ma lo inscrive dentro una cornice condivisa. Il problema nasce quando la protezione degenera in immobilismo e la prudenza diventa incapace di accettare il cambiamento.
Il portiere radicalizza ancora di più il tema della responsabilità, perché appartiene alla squadra e nello stesso tempo ne è separato. Indossa una maglia diversa, usa le mani, abita un territorio speciale e soprattutto conosce una forma particolare di solitudine, quella di chi sa che un proprio errore può diventare immediatamente conseguenza. Per questo il suo mestiere possiede una dimensione psicologica quasi assoluta: deve ricordare abbastanza da imparare, ma dimenticare abbastanza da continuare. Troppa memoria paralizza, troppo poca rende irresponsabili, e tra questi due estremi si trova forse una delle definizioni più profonde della maturità.
La panchina pone una domanda che la società della prestazione sopporta con difficoltà: chi siamo quando non veniamo scelti? In una cultura che tende a identificare il valore con la visibilità e l’identità con il ruolo occupato, il panchinaro rappresenta l’arte dell’attesa attiva. Non rinuncia all’ambizione, ma impedisce che l’ambizione si trasformi in risentimento. Continua a prepararsi senza avere la certezza di essere chiamato, e proprio per questo incarna una forma di maturità rara: accettare che il proprio valore non coincida sempre con il proprio protagonismo.

L’arbitro Rocchi
Anche l’arbitro appartiene a questa antropologia del calcio, forse come figura più chiaramente politica. La sua funzione non è vincere, ma rendere possibile la competizione; non deve essere protagonista, ma garante della cornice dentro cui gli altri possono confrontarsi. La vera prova di un’istituzione comincia quando la regola viene accettata anche nel momento in cui ci penalizza, perché senza questa disponibilità non esiste più gioco, ma soltanto forza. In questo senso il calcio diventa una piccola scuola di civiltà.
Roger Caillois ricordava che il gioco crea un universo separato proprio perché i partecipanti accettano liberamente di sottoporsi a regole che limitano la loro libertà e, paradossalmente, la rendono possibile. È qui che il calcio smette di essere una semplice metafora della vita e diventa qualcosa di più: una drammatizzazione rituale dei suoi conflitti fondamentali, tra talento e disciplina, libertà e appartenenza, conflitto e cooperazione, potere e limite, errore e riparazione.
Una squadra non diventa forte perché tutti fanno la stessa cosa, ma perché ciascuno riesce a esercitare la propria qualità senza trasformarla in arbitrio. Il fantasista deve poter inventare, il mediano deve poter servire senza diventare invisibile, il difensore deve proteggere senza chiudere, il leader deve guidare senza dominare, il portiere deve assumersi la responsabilità senza esserne schiacciato. La forza, in altre parole, nasce dalla differenza organizzata.
Alla fine, il calcio continua a commuoverci forse per una ragione molto semplice: nessuno può vincere davvero da solo. Anche il gesto più individuale dipende da uno spazio aperto da qualcun altro, da una corsa che non abbiamo visto, da una copertura rimasta fuori dall’inquadratura. Il campo ci ricorda così ciò che la vita tende continuamente a farci dimenticare: che diventiamo individui soltanto dentro relazioni che ci precedono, ci limitano e, proprio per questo, ci rendono possibili.

Ivano Malcotti è psicopedagogista d’impresa, esperto di comunicazione strategica, autore e regista teatrale. È presidente della Società Genovese di Cremazione – SO.CREM Genova ETS. La sua attività si concentra soprattutto sui temi della fragilità, del fine vita, dell’elaborazione del lutto, della memoria civile e della violenza di genere. È l’ideatore di Teatro DiLetto, progetto nato a Genova per portare il teatro accanto a persone affette da gravi malattie o prossime alla fine della vita.