La pace invocata, la pace negata
La pace invocata, la pace negata
Sono passati anni – non mesi, non settimane – da quando la guerra è tornata a essere una realtà quotidiana nel cuore dell’Europa. Una guerra che non nasce all’improvviso, ma affonda le radici nel 2014, con l’occupazione della Crimea, quando la comunità internazionale preferì voltarsi dall’altra parte sperando che bastasse chiamarla “crisi” per renderla innocua. Non lo era. Non lo è mai stata.
Da allora l’aggressione della Russia all’Ucraina ha prodotto centinaia di migliaia di morti, milioni di profughi e un Paese sistematicamente colpito nelle sue ossa: infrastrutture, energia, scuole, ospedali, ferrovie. Non obiettivi militari collaterali, ma bersagli deliberati. È la guerra moderna quando rinuncia persino all’ipocrisia.
Eppure, nel dibattito pubblico europeo, la parola “pace” viene spesso usata come una clava. Chi denuncia l’aggressione viene accusato di voler prolungare il conflitto, chi chiede il rispetto del diritto internazionale viene dipinto come un ostacolo al dialogo. Un paradosso grottesco: si invoca la pace mentre si accetta, implicitamente, che essa coincida con la vittoria del più forte.
La pace secondo Mosca
Il Cremlino sostiene di essere pronto a negoziare. Ma negoziare cosa? La resa dell’aggredito, la legittimazione dell’occupazione, l’annessione di territori conquistati con la forza. È una pace fondata sull’umiliazione, non sulla sicurezza. Una pace che non chiude il conflitto, lo congela in attesa della prossima offensiva.
Nel frattempo, mentre si parla di tavoli e mediazioni, i bombardamenti si intensificano. Non per errore, non per eccesso di zelo, ma come metodo. Colpire la popolazione civile significa spezzare la resistenza, rendere la vita quotidiana impossibile, trasformare l’inverno, il buio e il freddo in armi. Questa non è una strategia militare: è una strategia politica del terrore.

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Pace non è oblio
Esiste una verità che molti preferiscono evitare: non esiste pace senza giustizia. Dimenticare i crimini di guerra, archiviare i massacri, chiudere gli occhi sulle deportazioni di bambini e civili significa preparare il terreno alla prossima violenza. Le corti internazionali non sono un vezzo moralista dell’Occidente, ma uno strumento minimo di civiltà giuridica.
Una pace che amnistia tutto non è “realistica”, è fragile. Una pace che ignora la verità è temporanea. La storia europea lo ha dimostrato più volte, spesso a caro prezzo.
Sovranità limitata: un’idea tossica
Il nodo centrale resta uno: l’indipendenza dell’Ucraina. L’idea che uno Stato possa essere costretto ad accettare una “sovranità limitata”, a rinunciare alle proprie scelte politiche e alle proprie alleanze per tranquillizzare un vicino più potente, appartiene a un passato che credevamo sepolto. E invece riaffiora, mascherato da realismo geopolitico.
Accettare questo principio non significa fermare una guerra: significa legittimare un precedente. Oggi Kiev, domani chi?
La responsabilità europea
Quando Vladimir Putin accusa l’Europa di non volere la pace, ribalta la realtà. L’Europa vuole la pace, ma non una pace costruita sulla legge del più forte. La vera scelta non è tra guerra e pace, ma tra una pace giusta e una pace ingiusta. Tra stabilità duratura e tregua armata.
Tacere, relativizzare, equidistanziare non è neutralità: è complicità passiva. E la storia, prima o poi, presenta sempre il conto