La guerra fra URSS e Israele (1967-73): “Io ti misi al mondo, io ti ucciderò”

La guerra fra URSS e Israele (1967-73): “Io ti misi al mondo, io ti ucciderò”

Serie “Israele nei libri” (2) – Prima parte

«Questo libro risolve uno dei grandi misteri della Guerra dei Sei Giorni. Ha tutta l’atmosfera di un giallo e il ritmo avvincente di un romanzo.»
Così Martin Gilbert, storico britannico, all’uscita di Foxbats over Dimona.

Foxbats over Dimona, 2007 è uno dei due libri di Isabella Ginor e Gideon Remez presentati in questa recensione della serie “Israele nei libri”; l’altro è Soviet-Israeli Wars, 2017. (La recensione è suddivisa in due parti; in seguito sarà disponibile in un file unico).
La tesi del libro è la seguente: “L’URSS ha deliberatamente istigato la crisi e la guerra del 1967; lo fece nel contesto di bloccare il programma nucleare israeliano, e ha impegnato truppe e armamenti sovietici al fine di un intervento militare diretto“.

Il quadro d’insieme che ci viene presentato è pertanto agli antipodi di quello che abbiamo visto nella prima recensione (https://www.truciolisavonesi.it/perche-stalin-creo-israele-due-recensioni-israele-nei-libri-1/) — se nel 1947-49 l’URSS favoriva Israele, nel 1967-73 gli dà addosso.

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Chi sono Ginor e Remez?
Gli autori (da qui in avanti G&R) sono partner nel lavoro come nella vita, ambedue professori associati del Harry Truman Research Institute for the Advancement of Peace presso l’Università ebraica di Gerusalemme.

Tuttavia è diverso il punto di partenza: Isabella Ginor è nata in Ucraina e si è formata in Unione Sovietica, mentre Gideon Remez ha vissuto la guerra del 1967 da paracadutista israeliano sul fronte siriano.

La loro ricerca sui rapporti fra l’URSS e Israele li ha portati a definire il conflitto in Medio Oriente in modo ben diverso dalla visione “normale”.
Come scrivono in Foxbats:
“La crisi del maggio 1967 e la guerra che ne seguì sono state descritte principalmente come un conflitto locale, in cui le parti furono sostenute ma anche frenate, in modo abbastanza simmetrico, dalle superpotenze loro protettrici – i principali attori della Guerra Fredda – i quali, pur cercando di ottenere vantaggi in vari ambiti, si assicurarono che questi attriti non sfociassero in uno scontro diretto che avrebbe potuto innescare un cataclisma nucleare. È proprio questo presupposto di base che ci siamo inaspettatamente trovati a contestare, sulla base di prove fino ad allora sconosciute o ignorate.
E siamo caduti in questo ruolo di revisionisti storici così come Alice era caduta nella tana del coniglio.”

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“Io ti misi al mondo, io ti ucciderò”

La contraddizione nella posizione dell’URSS è il risultato della svolta politico-strategica operata dopo il 1948-49: Stalin si era illuso di poter manipolare i leader dello Stato di Israele – i Ben Gurion, le Golda Meir, i Moshe Dayan, gli Ariel Sharon – usando lo stato ebraico come una leva “antimperialista” contro la Gran Bretagna e gli Stati Uniti.

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Ma il loro sionismo socialista era ben radicato all’interno dei valori del mondo occidentale, e non aveva niente a che spartire col totalitarismo e con la dittatura, nemmeno con la “dittatura del proletariato”.
Dunque un grave errore da parte di Stalin.
Per rimediarlo l’URSS fece una svolta di 180°, puntando sul cavallo arabo: un altro gravissimo errore.
Del resto Mosca non è stata certo la prima potenza a prendere un abbaglio nel valutare le potenzialità di ebrei e israeliti nella resilienza; numerosi imperi ci hanno provato, e poi non hanno fatto una bella fine!
Da Babilonia a Roma, da Berlino a Londra, da Mosca a Tehran…
La “delusion de grandeur” di Stalin e dei suoi successori al Cremlino ha operato verso Israele cercando di distruggerla dopo averla “creata”, in linea con le parole di Taras Bulba: “Io ti misi al mondo, io ti ucciderò”.
Ma questa megalomania rientrava in un comportamento guerrafondaio più generale con cui Mosca ha plasmato il Medio Oriente e la “guerra fredda”. L’URSS ha sempre operato in modo funzionale ai propri obiettivi espansionistici su scala globale.
E così, per poter ricostruire le vicende degli anni 1967-73, G&R si sono visti obbligati a smantellare una “riscrittura della storia” che presenta la Guerra fredda – ossia le tensioni epocali fra le due superpotenze nucleari (USA e URSS) – come un periodo di relativa tranquillità, a partire da un ragionamento detto e ridetto: “erano ambedue attori razionali”.
In realtà questo era vero solo parzialmente per quel che concerne Mosca (e su questo punto gli specialisti militari occidentali non hanno mai avuto molti dubbi).
La preparazione dell’URSS alla guerra atomica infatti non è mai venuta meno; naturalmente a Mosca si sono sempre resi conto di non poter avere il coltello dalla parte del manico contro gli Stati Uniti; anche se questa “sobrietà” (o era una “sana paura”?) entrava in contraddizione con la presunta fiducia messianica dei vari Krusciov, Brezhnev e soci nel “futuro comunista dell’umanità”.
Eppure l’approccio criticato da G&R si perpetua in libri e articoli (vecchi e nuovi), e persiste con pervicacia nell’abbellire il ruolo dell’Unione Sovietica.
I lettori meno giovani si ricorderanno che in occidente la percezione dell’atomica come minaccia esistenziale aveva generato un timore sociale diffuso. Chiunque può vederlo espresso vividamente in alcuni film del periodo come L’ultima spiaggia (1959) e Il giorno dopo (1984). Il loro messaggio è chiaro e crudo nella sua semplicità: in una guerra mondiale combattuta con l’atomica non ci sono vincitori e vinti.

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Foxbats over Dimona, un titolo astruso?

Foxbats è una lettura affascinante e contiene una cornucopia di fatti e dettagli poco noti (purtroppo non esiste in italiano). Vediamone alcuni.
(1) Partiamo dal titolo un po’ criptico – Foxbats over Dimona: The Soviets’ Nuclear Gamble in the Six-Day War (“I foxbat volano su Dimona. Il gambitto nucleare sovietico nella guerra dei sei giorni”; da qui in avanti: Foxbats).
In biologia “Foxbat” è il pipistrello-volpe; mentre nella terminologia militare della NATO designa il MiG 25, un caccia-bombardiere e intercettore sovietico. In quel 1967, quando alcuni Foxbats hanno sorvolato il reattore nucleare di Dimona in Israele, solo i piloti sovietici erano in grado di pilotare questo nuovo aereo, così avanzato (e segreto!).

La centrale nucleare di Dimona (foto del 2000) e una cartina dell’IDF coi sorvoli del Mig-25 fra Dimona (in alto) e la città di Eliat (in basso).

Nel 1967 Israele aveva un’unica batteria missilistica contraerea a protezione di Dimona (un Hawk americano); ma i suoi missili non riuscirono a colpire i Foxbat. Il Mig-25 volava fino a 20.000 metri di altezza a una velocità di oltre 3000 km/ora. Era un’arma formidabile, e all’epoca non c’era in occidente un aereo equivalente. (Solo anni dopo fu possibile per gli F-15 in dotazione all’aviazione israeliana sconfiggere i Foxbat siriani nei cieli libanesi).

L’URSS ha in seguito sviluppato aerei con caratteristiche più avanzate, ma il Foxbat rimane quello più veloce che abbia mai costruito.
(Vedi: https://wiki.warthunder.com/unit/mig_25pd )

(2) Nel 1956 l’avanzata di Israele nel Sinai fu bloccata dalla minaccia sovietica di usare l’atomica contro Israele; dal canto suo il Presidente americano Eisenhower esigeva il ritiro dei parà francesi, inglesi e israeliani; così si sanciva il fallimento dell’operazione congiunta di Francia, Gran Bretagna e Israele contro l’Egitto, che si era appropriato del canale di Suez. L’unica contropartita fu il divieto all’Egitto di inserire propri soldati nel Sinai, dove vennero stazionati i “caschi blu” dell’ONU, sotto comando indiano. Quella sequela di eventi incoraggiò Israele a sviluppare il proprio deterrente nucleare in una stretta (e segreta) collaborazione con la Francia (vedi Avner Cohen, Israele and the Bomb, 1998; e Seymour Hersh, 1991, L’Opzione H.: L’arsenale nucleare israeliano e i rapporti tra CIA e Mossad).
(Parlerò della guerra di Suez del 1956 in un altro articolo).

(3) G&R rivelano anche un episodio comico; il primo messaggio inviato dalla Casa Bianca di Johnson al Cremlino col ”telefono rosso”, in risposta a una nota sovietica, fu indirizzato al “Caro Compagno Kosighin”! Il motivo di questo ridicolo faux pas? Non sapendo in che modo rivolgersi in russo al primo ministro sovietico, l’interprete chiese lumi alla centralinista di Mosca…

Nell’insieme Foxbats smentisce la favola ripetuta fino alla nausea di un’Unione Sovietica “amante della pace” – con la frase “miru mir” (“pace al mondo”) appesa sui palazzi insieme ad un’incauta colomba bianca.

Naturalmente i capi comunisti hanno sempre invocato l’“internazionalismo proletario” e la “solidarietà con le istanze nazionali dei popoli arabi” per giustificare la propria ingerenza militare e politica in Medio Oriente (e altrove, bastava togliere “arabi” e scrivere: “italiani”, “latinoamericani” o “africani”…)
Giacché nel mondo reale Mosca non ha mai veramente contribuito al progresso di nessun popolo, né ad alcun processo di pace; invece ha sempre gettato benzina sul fuoco delle tensioni locali in funzione dei propri interessi complessivi.

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1967: All’inizio fu il verbo

Per capire come G&R siano giunti alle loro conclusioni partiamo da quello che hanno scoperto:
“Nel corso del nostro lavoro giornalistico nel 1999, una scansione di routine dei media dell’ex Unione Sovietica ha portato alla luce un articolo curioso e di interesse molto attuale. Su un quotidiano ucraino, un ex ufficiale della marina sovietica [Yuri Khripunkov] raccontava come, il primo giorno della Guerra dei Sei Giorni nel giugno 1967, a bordo di una fregata nel Mediterraneo orientale, gli fosse stato ordinato di preparare e guidare una forza “volontaria” di 30 uomini per uno sbarco sulla costa israeliana [ad Haifa]. Poi descriveva in che modo l’operazione fosse stata ripetutamente rinviata fino all’ultimo giorno di guerra; e quando fu attivata fu solo per essere interrotta mentre la nave si avvicinava alla sua destinazione. Ci guardammo l’un l’altro increduli, e l’incredulità crebbe quando consultammo le opere storiche più autorevoli del periodo. Inoltre, come dissero a Isabella i redattori di Haaretz, il giornale israeliano sul quale lei scriveva, ‘nessuno dei nostri esperti ne ha mai sentito parlare’; insomma la nozione che Mosca intendesse intervenire nella guerra sembrava palesemente assurda.”
Il titolo di quell’articolo era “Desant na Haifu” [Sbarco ad Haifa]; ed Haifa è il principale porto israeliano, a pochi chilometri da Tel Aviv.
Poiché G&R non avevano un intento “demistificatorio”, per riuscire a superare il proprio stupore hanno dovuto iniziare a cercare degli elementi concreti.
G&R hanno intervistato in più occasioni Khripunkov – all’epoca tenente d’artiglieria a bordo di una nave antisommergibile sovietica (SKR-6) della Flotta del Mediterraneo (5ª Squadra navale) – e hanno incrociato la sua testimonianza con quella di altri militari sovietici di stanza in Egitto e in Medio Oriente.
Nella versione di wikipedia in lingua russa (consultata da me nell’agosto 2026) non si trova menzione di Khripunkov. In compenso c’è una voce dedicata a Ivan Kapitanez, ammiraglio della Marina sovietica, nella quale è scritto:
“Durante la guerra arabo-israeliana dell’ottobre 1967, ha preso a bordo una forza di sbarco della fanteria di marina e si è mosso in stato di allerta verso le coste della Siria, per prevenire uno sfondamento delle truppe israeliane nell’interno del Paese e garantire l’eventuale evacuazione dei cittadini sovietici.“
A parte un palese errore “ottobre 1967” (invece era giugno – la guerra d’ottobre è quella del 1973, e questo forse spiega la confusione) si noterà che qui non viene smentita la preparazione ad un intervento militare diretto da parte dell’URSS; ma lo si maschera col presunto carattere difensivo della presenza militare sovietica, in modo da rimanere nel quadro della versione “ufficiale”.
Fra gli elementi ricostruiti da G&R, c’è proprio la massiccia presenza della marina militare sovietica nel Mediterraneo orientale fra maggio e giugno 1967.
Il lavoro di G&R ha tratto beneficio da quel breve periodo di tempo dei primi anni Novanta, in cui fu possibile accedere in Russia ad una diffusa informazione anche sugli eventi del 1967-73.
Se teniamo conto del contesto sociale ed economico successivo all’implosione del comunismo sovietico, ci possiamo spiegare perché, accanto alla parziale apertura degli archivi a Mosca, c’era anche la disponibilità di tanti ex-militari russi a far sentire la propria voce.
Nel 1989, dopo una guerra durata dieci anni, le truppe sovietiche si erano ritirate dall’Afghanistan. Molti dei veterani e delle vedove dei caduti si rivolgevano al proprio governo (sovietico prima e russo poi) per ottenere un riconoscimento ufficiale e il conferimento di pensioni e di onorificenze appropriate. Queste prese di posizione avevano incoraggiato altri ex-militari, che avevano preso parte ad episodi bellici meno noti (alcuni dei quali segreti), a raccontare le proprie vicende e a rivendicare un riconoscimento.
In seguito, incoraggiate dalla linea sempre più aggressiva di Putin, sono proliferate associazioni e siti web. Ad esempio il sito del “Consiglio dei veterani della guerra in Egitto” ( vedi: http://hubara-rus.ru/ ) dove si associano la bandiera della Federazione russa e la bandiera egiziana, quasi ad indicare un desiderio di ristabilire il legame che era esistito fra l’URSS e l’Egitto di Nasser (e del primo Sadat).

“Consiglio dei veterani della guerra in Egitto”

In URSS e poi in Russia c’è sempre stata un’ampia pubblicistica dedicata alle vicende belliche, non soltanto per celebrare la “Grande guerra patriottica” del 1941-45, ma anche l’espansione della Russia zarista. Vedi questa pubblicità delle edizioni “Secoli” (Vece) che pubblicano anche qualche libro di memorie dall’Egitto, dall’Angola e dall’Afghanistan.

Tra l’altro c’è un aspetto che G&R sottolineano, ovvero lo stupore dei loro interlocutori ex-sovietici nel constatare che degli occidentali (per di più giornalisti e storici) ignoravano il ruolo di Mosca nel 1967-73 in Medio oriente, mentre in URSS/Russia questa era una “cosa risaputa”.
E cosa succedeva intanto a Washington in quella primavera del 1967?
Il direttore della CIA, Helms affermava “di non poter fornire una valutazione indipendente del potenziale o delle intenzioni dei sovietici”, ma vari altri consiglieri del presidente Johnson e alti funzionari della Casa Bianca erano più espliciti nell’escludere la possibilità di un’azione sovietica.
Eppure la flotta sovietica in loco comprendeva un’impressionante lista di navi da guerra. Il Quinto Squadrone Operativo [Eskadra in russo] aveva il proprio quartier generale a Sebastopoli in Crimea e si appoggiava a porti alleati come Tartus e Latakia in Siria, nonché a Port Said in Egitto. Era una Eskadra composta da sei task-force per un totale di varie decine di unità (da 30 a 70, secondo le fonti); anche se per il Capo di stato maggiore dell’IDF, Yitzak Rabin, “erano ancora di più di 70”, come scrivono G&R in Foxbats.
La discrepanza delle cifre si spiega così: 30 è il dato ufficiale fornito in pubblicazioni russe del XXI secolo, e si riferisce alle unità da combattimento, compresi almeno “tre incrociatori, vari cacciatorpedinieri missilistici, e sottomarini”. Ai quali vanno aggiunte “unità per l’intelligence e per il supporto logistico” (comprese petroliere, navigli “scientifici” e navi da sbarco); ma i numeri sono truccati. Infatti G&R fanno notare che “la presenza di quattro navi-appoggio per sottomarini smentisce il dato ufficiale di [solo] due sottomarini di classe S”. Ma accanto ai sottomarini diesel (classe S), varie fonti russe menzionano i sottomarini nucleari (classe K) “che sta per Kreiser [incrociatore] e sono quelli a propulsione nucleari, di solito dotati di armi atomiche”.
Un riferimento specifico: “il K-172 fu inviato dalla base artica della Flotta del nord nel Mediterraneo orientale. Il suo comandante, Nikolai Shashkov, riferisce che prima di partire ricevette un ordine orale da Gorshkov [l’ammiraglio comandante della marina sovietica]: ‘stai pronto a scagliare missili nucleari su Israele’ in risposta ad una presunta e anticipata ‘congiunta operazione di sbarco israeliano-americana sulla costa siriana’ — che è un altro esempio del loro metodo di ‘presentare le cose con un’immagine a specchio’, dal momento che erano i sovietici che stavano preparando un proprio sbarco in Israele”.
È significativo che in nessuna ricostruzione storica della guerra del 1967 si faccia menzione di un’equivalente presenza militare americana nell’area più calda del conflitto in Medio oriente.
Dov’erano le navi con la bandiera a stelle e strisce?
A quel che si sa Washington aveva ordinato alla “Quinta flotta” di ritirarsi dal Mediterraneo orientale e di spostarsi fra Malta e Gibilterra; si noti che questo avvenne in risposta a una precisa richiesta sovietica del febbraio 1967: e chissà perché Mosca aveva preteso quel ritiro?

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Che cos’è stata la “guerra dei sei giorni”?

Il conflitto arabo-israeliano del 1967, durato meno di una settimana, è stato un formidabile attacco preventivo da parte di “Davide contro Golia”, un blitzkrieg (o guerra lampo) di notevole impatto; per questo è ancora oggi ricordato e studiato.
E non ci sono dubbi che la capacità di iniziativa dell’IDF abbia giocato un ruolo fondamentale nella vittoria israeliana. Vedi cartine e dati nel riquadro che accompagna quest’articolo.
Ma come si giunse a quell’azione? E perché?
Il punto centrale è il seguente.
Nel 1967 Israele era sul punto di acquisire l’arma atomica – sarebbe stato il sesto paese ad averla, dopo USA, URSS, Gran Bretagna, Cina e Francia (se ne trova conferma in un documento della CIA del 1968, rimasto segreto per decenni).
Per Mosca questa era una cosa insopportabile; ma era necessaria una scusa per colpire e distruggere il programma nucleare israeliano.
Ci voleva una guerra in cui lo stato ebraico compisse le prime mosse belliche; a quel punto sarebbe stato possibile in qualche modo “giustificare” un drammatico intervento risolutivo da parte dell’Unione Sovietica per “proteggere i poveri fratelli arabi aggrediti”
Nasser voleva attaccare Israele a fine maggio, e aveva chiesto l’appoggio sovietico per la sua azione, ma Mosca gli impose di rimanere sulla difensiva, perché bisognava indurre Israele a fare l’attacco iniziale in modo da poterne denunciare “l’aggressione”.
Perfino le memorie di Evgeny Primakov non riescono nell’intento di camuffare l’evidenza:
“Il 26 maggio, quando Badran [ministro della guerra egiziano] si trovava ancora a Mosca, disse al primo ministro sovietico Aleksei Kossighin che gli egiziani avevano avuto degli indizi che gli israeliani stavano per attaccarli, e che era necessario anticiparli — ma Kossighin lo aveva messo in guardia dal procedere in tal senso. ‘Non dovete farlo’, gli disse, riflettendo la posizione dell’intera leadership sovietica. ‘Farebbe apparire l’Egitto come l’aggressore’.”
La frase chiave qui è “farebbe apparire”. Bisognava far credere al mondo intero che Israele era l’aggressore. Insomma, la guerra del 1967 scaturì da una provocazione congiunta sovietico-egiziana.
La citazione è tratta da Russia and the Arabs: Behind the Scenes in the Middle East from the Cold War to the Present, il libro del 2006 in cui questo alto funzionario sovietico, in seguito Ministro degli esteri e Primo ministro della Federazione russa di Putin, perpetua la tipica frottola dell’URSS (e della Russia) pacifica.

Primakov scrive testualmente:
“Nonostante il fatto ovvio che l’URSS e gli USA abbiano appoggiato un diverso contendente nella guerra dei sei giorni, ambedue le superpotenze si sono date da fare per fermare la guerra prima di un’escalation in un conflitto globale”.
Ma noi sappiamo che se “gli egiziani avevano avuto indizi che gli israeliani stavano per attaccarli”, tali “indizi” erano falsi ed erano stati forniti proprio da Mosca, nel quadro di una martellante propaganda “antisionista”.

La tipica propaganda sovietica dell’epoca: “Israele minaccia i suoi vicini arabi” (1967)

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“Operazione Kavkaz“ (Caucaso):
distruggere Israele con l’atomica?

Per Mosca era necessario provocare Israele ad agire per primo; la presunta minaccia di un utilizzo dell’atomica da parte israeliana sarebbe stata la scusa per un attacco sovietico contro Dimona; e la distruzione di Israele era considerata un colpo decisivo contro gli Stati Uniti nel contesto della guerra fredda; inoltre si riteneva che il rischio di un’escalation fosse contenuto, proprio per le tensioni esistenti fra Gerusalemme e Washington riguardo il programma nucleare israeliano.
Infatti, a partire da Kennedy, vari presidenti americani (e i loro consiglieri) hanno sempre manifestato preoccupazione per la proliferazione nucleare, e hanno cercato di fermare Israele.
Oggi si sa che il piano sovietico aveva preso le mosse con una falsa accusa: Gerusalemme minacciava i paesi arabi (Egitto e Siria).
Nel 1967 era ancora possibile inventarsi “immagini satellitari che rivelano la presenza di divisioni corazzate israeliane che minacciano la Siria”; gli arabi non disponevano certo degli strumenti con cui verificare se ciò era vero oppure no. (Adesso basta una ricerca su internet per scoprire se ci sono davvero armi e soldati…)
Quello fu il pretesto per aprire la crisi, istigando Nasser a adottare una serie di mosse avventate e irreversibili, tra cui (a) la chiusura dello stretto di Tiran per bloccare l’accesso israeliano al Mar Rosso; e (b) l’espulsione dei caschi blu dell’ONU, cui seguiva (c) la mobilitazione delle forze armate egiziane per entrare nel Sinai e avvicinarsi minacciosamente a Israele.
Nasser giunse perfino al punto di chiedere a Mosca anche l’atomica; dopo aver ricevuto un ovvio rifiuto, in alternativa chiese (e ottenne) l’estensione dell’ombrello nucleare sovietico a protezione dell’Egitto.

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Cos’è andato storto per Mosca nel 1967?

Ok, ma allora se i sovietici volevano un attacco israeliano come “pretesto”, e se l’attacco c’è stato davvero, perché non sono intervenuti e non hanno colpito Israele?
Secondo G&R, “nel 1967 la parte iniziale del piano sovietico ha funzionato fin troppo bene”:
In poche parole: l’attacco aereo israeliano è stato così efficace da favorire l’ulteriore avanzata devastante dell’IDF nel Sinai e nel Golan.
E così, mentre nei giorni successivi al 5 giugno a Mosca la leadership dell’Unione Sovietica dibatteva se usare o no le armi nucleari contro Israele, il “momento buono” era sfumato. L’avanzata israeliana era stata così veloce da rendere inutile qualunque discussione.
G&R scrivono che a quel punto se i carri armati israeliani avessero puntato su Damasco e/o sul Cairo, Mosca avrebbe potuto impiegare l’atomica (citano fonti russe e americane); e pare che questa minaccia abbia motivato Moshe Dayan, all’epoca ministro della difesa di Israele, ad intervenire vigorosamente per frenare l’avanzata israeliana proprio per evitare di correre quel rischio.
Riguardo la cosiddetta “documentazione ufficiale sovietica”, ecco come la smascherano G&R:
“La vulgata convenzionale sostiene che, nonostante l’Unione Sovietica avesse scatenato la crisi formulando accuse false ad Israele di concentrare le sue truppe per attaccare la Siria, in seguito Mosca si sia mossa per contenere il conflitto e prevenire la guerra; inoltre allo scoppio delle ostilità, l’URSS avrebbe collaborato con gli Stati Uniti per porvi fine. La narrazione convenzionale sostiene che la dirigenza sovietica, segnata dalla sconfitta nell’avventura missilistica cubana e avviata alla distensione, avesse elaborato nel 1967 una politica estera cauta e responsabile; e che, benché fosse ancora in competizione con Washington a livello mondiale e in Medio Oriente, escludeva il rischio di uno scontro diretto tra superpotenze nucleari, a prescindere dall’importanza dei suoi interessi nella regione.”

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Le ripercussioni della guerra dei sei giorni

Subito dopo la disastrosa disfatta Nasser si era inferocito contro l’Unione Sovietica, perché la sua idea iniziale prevedeva un attacco contro Israele da parte di Egitto e Siria, ma poi lui si era lasciato convincere da Mosca ad aspettare “per non apparire come l’aggressore”.
A caccia di un capro espiatorio, uno dei primi candidati fu il comandante in capo delle forze armate egiziane, il Feldmaresciallo Abd al-Hakim Amir, che aveva garantito che le sue truppe erano all’altezza… Insieme a lui fu arrestato anche Shams Badran, allora Ministro della guerra.
Tuttavia la responsabilità diretta di questo immenso disastro epocale per gli arabi ricadeva su Nasser, che aveva annunciato con grande fanfara la “distruzione di Israele”.

Le sue dimissioni furono un passo logico, e anche se le ritirò dopo le “manifestazioni spontanee” in suo supporto al Cairo, la frittata ormai era fatta; ogni sua velleità di diventare un grande leader del mondo arabo e/o islamico era stata liquidata per l’eternità. Secondo alcuni la morte del Rais per infarto avvenuta un paio d’anni dopo fu una conseguenza inevitabile del suo grande fallimento. Eppure ogni tanto qualcuno ci prova ancora a presentarsi come un “novello Saladino” (Saddam, Gheddafi, Khomeini, adesso il turco Erdogan).
Ma non è che in URSS fossero tranquilli e contenti. Su scala mondiale la disfatta araba del 1967 aveva infatti comportato una tremenda perdita di prestigio della leadership del Cremlino; a distanza di oltre 30 anni si è saputo che Brezhnev disse a giugno: “Adesso Nasser si sta flagellando, ma non è che noi stiamo molto meglio” (citato da James Hershberg nel libro da lui curato nel 2004: The Soviet Bloc and the Aftermath of the June 1967 War: Selected Documents from East-Central European Archives).

Il confronto militare fra un alleato degli Stati Uniti e gli alleati dell’URSS era stato devastante, e gli armamenti occidentali avevano surclassato quelli sovietici (in quel caso si trattava in primo luogo di aerei francesi, i Mirage con l’ala triangolare).

Sempre Brezhnev, in una riunione di leader del Patto di Varsavia poche settimane dopo, affermò che “non è facile spiegare” in che modo Israele aveva sconfitto gli arabi nonostante le armi e i consiglieri sovietici.
Ma il risultato complessivo della guerra – ovvero ,“il fallimento dell’URSS nel salvare Nasser” fu visto in ogni caso “come un segno di debolezza“. Ed in particolare, suscitò grossi timori tanto fra i suoi satelliti europei come a Cuba.
Era stata, insomma, una dimostrazione pratica del detto popolare: “Il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi”.
Nel 1967 si generava anche subito un certo timore in tutti i paesi satelliti e clienti dell’URSS: “e se gli imperialisti adesso sfruttassero la situazione?” (Come si sa, il ladro pensa che nel mondo tutti siano dei ladri, e gli invasori vedono invasori dappertutto).
Il risultato della guerra forse contribuì in modo cruciale a fornire a Israele un punto d’appoggio più solido; secondo un rapporto della CIA del febbraio 1968, l’Unione Sovietica “disse molto chiaramente che Israele [è] destinata a rimanere qui, e che loro non… ne faciliteranno la distruzione”.
Certo, sembra un po’ la storia della volpe e dell’uva: “quell’uva deve esser ancora acerba; non la mangerei nemmeno se me la servissero su un piatto d’oro” (Esopo).
La situazione militare, però, non si stabilizzò, anzi, e di questo si parla nella seconda parte di questa recensione. Nel 1973 ci sarebbe stato un confronto più complessivo fra gli armamenti quando prima dozzine, e poi centinaia, di carri armati israeliani distrussero migliaia di carri siriani ed egiziani di produzione sovietica.

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L’opzione “Sansone” – L’atomica israeliana

G&R toccano anche un tema considerato di solito tabù nei materiale israeliani: la discussione ai massimi livelli del governo di Gerusalemme sull’impiego della propria bomba atomica.
Per quel che concerne il 1967 Moshe Dayan aveva proposto di effettuare un’esplosione dimostrativa nel deserto – e lo stesso Shimon Peres lo rivela in un’intervista del 1995, riferendo di avere anche lui sostenuto un’iniziativa del genere con funzione di deterrenza.
(Chiunque può immaginarsi la scena: sarebbe stato un altro “Trinity”, il test americano a Los Alamos nel luglio 1945, ma stavolta fatto dinanzi agli occhi del mondo intero).
Per quel che concerne il 1973, vi rinvio alla seconda parte di questa recensione in un prossimo Trucioli savonesi.

Possiamo dar credito a un piano sovietico
di colpire Israele con l’atomica?

Confesso che anch’io, la prima volta che ho letto Foxbats anni fa, faticavo a credere a quello che leggevo.
Ma abbiamo già ricordato che nei mesi antecedenti la guerra, l’aviazione sovietica aveva effettuato una ricognizione accurata della centrale nucleare di Dimona in Israele col Mig-25 “Foxbat”. E gli israeliani avevano tentato senza riuscirci ad abbatterlo. È la cartina dell’ IDF riprodotta sopra, con il percorso dei sorvoli dei Foxbats nell’area fra la centrale di Dimona e la città israeliana di Eilat sul Mar Rosso.
In realtà un modo per verificare la plausibilità di quanto denunciato da G&R c’è e ce lo fornisce lo studio di un ricercatore ucraino, Nikolai Saychuk in un saggio del 2017 intitolato «La pianificazione operativa e la preparazione sovietica di uno sbarco nello stretto dei Dardanelli», in cui studia un piano delle forze armate sovietiche del 1969 per prepararsi a colpire la NATO.
Scrive Saychuk:
“L’obiettivo della ricerca è lo studio della preparazione di operazioni in Europa durante la Guerra Fredda in vista della possibile partecipazione di forze americane. Per catturare la zona del Bosforo, la pianificazione — basata su un wargame strategico e su esercitazioni dello stato maggiore del fronte del Comandante del Distretto Militare di Odessa del 1969 — prevedeva fino a cinque sortite di squadre aeree e l’assegnazione di 12-15 bombe nucleari”. (enfasi aggiunta, LD)
Significativo il riferimento quasi banale a una dozzina di bombe atomiche caricate sugli aerei e “impiegate” nel corso di un’esercitazione militare sovietica; fino a far scrivere a Saychuk, “La cartina degli Stretti era costellata dai simboli di esplosioni nucleari. Sembrava ci fossero abbastanza scoppi da far ‘esplodere’ un altro stretto nella zona”.
Saychuk è uno storico ucraino, membro della Ukrainian Association for American Studies. (Vedi: https://www.researchgate.net/publication/328905289_The_operational_planning_and_preparation_of_soviet_landing_in_the_Black_Sea_Straits )
Qui troviamo una conferma del ragionamento di G&R su un possibile progetto di impiego dell’atomica contro Israele, nel senso che una cosa del genere rientrava perfettamente nella logica delle forze armate dell’URSS: la dottrina militare sovietica prevedeva l’impiego di armi nucleari “tattiche” per fermare colonne di carri armati nemici (forse “ordigni di bassa potenza”, come le bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki nel 1945).
Altro che “darsi da fare per fermare la guerra”, come vaneggia Primakov!
Insomma il mondo fu vicino a una ripetizione della crisi dei missili a Cuba nel 1962. Solo che del rischio del 1967 la maggior parte di noi comuni mortali, specialmente in occidente, non sapeva quasi niente.
Per di più, come vedremo nella seconda parte, la situazione nel 1973 fu in effetti ancora più tesa e più vicina ad un conflitto nucleare.

(segue)

Luciano Dondero

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