La commedia degli equivoci europea
La commedia degli equivoci europea
C’è una scena che si ripete, ormai stanca, sui palcoscenici della grande politica. Attori che entrano e escono di scena con ruoli sempre uguali: c’è chi declama la necessità storica, chi agita cifre da capogiro, chi si appella alla solidarietà, chi minaccia di tirare il sipario e portarsi via tutto. Il copione è scritto male, le battute sono prevedibili, eppure la rappresentazione continua, in una sorta di teatrino dell’assurdo dove nessuno sembra più in grado di distinguere la tragedia dalla farsa.
In questi giorni, da una capitale all’altra, assistiamo all’ennesimo atto di una piece che abbiamo già visto troppe volte. Sul palco, figure istituzionali annunciano piani ambiziosi, giri trionfali tra stabilimenti bellici, percentuali mirabolanti di incremento produttivo. Si parla di migliaia di missili necessari, di fondi miliardari da sbloccare, di un futuro che dipende dalla rapidità con cui si riempiono i magazzini. Ogni gesto è studiato per apparire risoluto, ogni parola pesata per suonare come un monito storico. Ma sotto il trucco pesante, l’impressione è quella di vedere comparse che recitano una parte più grande di loro.

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E mentre i protagonisti si scambiano battute a distanza, ecco che arriva il colpo di scena, puntuale come un orologio. Uno dei comprimari, magari quello con la battuta più facile, alza la voce e minaccia di bloccare tutto. Non per ragioni di principio, non per visioni alternative, ma per una tubatura. Un oleodotto, simbolo di un’amicizia ormai logora, diventa l’asso nella manica per fermare un intero carrozzone. Dall’altra parte, la risposta non è da meno: l’invito a risolvere la questione in modo ben poco diplomatico, quasi fosse una vertenza tra condomini.
A questo punto, immancabile, arriva il suggeritore. Calmo, paterno, dalla scrivania di un palco laterale, arriva l’ammonimento a usare toni più consoni. Il grande fratello europeo, quello che dovrebbe dirigere l’orchestra, si limita a chiedere di abbassare i toni, mentre il tempo stringe e la platea trattiene il fiato.
È in questo scollamento tra la gravità della posta in gioco e la meschinità delle dinamiche che si cela il vero senso della rappresentazione. Ci si affanna a contare missili e miliardi, ma si è incapaci di trovare il bandolo di una matassa ingarbugliata da piccoli egoismi e personalismi. Si invoca la Storia con la S maiuscola, ma poi ci si arena davanti al cratere di un tubo. Si promette un’Europa potenza, forte e coesa, ma si offre lo spettacolo di un teatrino dove ciascuno tira l’acqua al suo mulino, dimenticando che il fiume potrebbe presto prosciugarsi.
E allora, mentre i riflettori sono puntati sul Golfo e le polveri si sollevano altrove, qui da noi si continua a recitare. Con la stessa serietà di chi indossa un costume troppo grande, con la stessa convinzione di chi scambia la propria smorfia per un sorriso. Il pubblico, ormai, ha imparato a guardare oltre le quinte, dove si vedono solo attori che litigano su chi deve pagare il conto, mentre il teatro, lentamente, va a fuoco.
