Intellettualandia: l’antropologo da Talk Show

Benvenuti a Intellettualandia
La rubrica settimanale che esplora, con spirito caustico e sorriso sarcastico, il magico mondo degli intellettuali.

Ogni domenica apriamo le porte di questo strano luna park del pensiero per presentarvi una figura simbolica del nostro tempo: non mancheranno filosofi assorti, politologi infallibili (a posteriori), sociologi multitasking, storici ossessionati dal passato e ogni altro esemplare della specie intellectus sapiens, quella che parla difficile per non farsi capire.
Non si offenda nessuno (o almeno si offenda con stile): Intellettualandia non vuole demolire, ma semplicemente smontare e osservare — con la lente del buon umorismo — i tic, i vezzi e le pose di chi si prende sempre molto sul serio. Questa settimana:

L’antropologo da Talk Show: lo  sciamano di cartone

C’è chi ha passato una vita a studiare i riti arcaici dell’Amazzonia, e chi li ha letti su Wikipedia il giorno prima di andare ospite in TV. Indovina a quale delle due categorie appartiene l’Antropologo da Talk Show?

Dotato di una gestualità solenne e di un lessico vagamente tribale, il nostro eroe si presenta come il massimo esperto di “società fluide” e “forme rituali del desiderio collettivo”. Il suo mantra è semplice: basta infilare la parola “tribale” o “totemico” in qualunque frase, e nessuno oserà contraddirlo.

PUBBLICITA’

Lo riconosci subito:

  • Ha l’aria di chi “ha capito tutto” delle comunità umane, pur non capendo granché del traffico sotto casa.

  • Parla di “forme di aggregazione post-moderne” mentre si autocita in terza persona (“Come spiego nel mio saggio…”).

  • Quando non è in diretta, fa finta di ricevere messaggi urgentissimi da una popolazione dell’Oceania che, stranamente, non sa neanche della sua esistenza.

La sua specialità è spiegare l’ovvio con parole altisonanti:

“Il Black Friday è la manifestazione di un bisogno totemico di condivisione simbolica, un rito di passaggio verso un’economia di iper-consumo in cui il desiderio è performativo.”

Tradotto: la gente compra cose in saldo.

Sul piano mediatico, l’Antropologo da Talk Show è imbattibile:

  • Siede accanto al conduttore con l’aria del veggente.

  • Annuisce lentamente, come se sapesse che il destino dell’umanità si decide in quello studio televisivo.

  • Chiude ogni intervento con un concetto “definitivo” che nessuno capisce, ma che tutti applaudono per non sembrare ignoranti.

Quando si parla di qualunque argomento – dalle guerre al Festival di Sanremo – lui sorride sornione e sussurra: “Si tratta di un processo di costruzione identitaria che rimanda ai clan originari…”

Se qualcuno osa contraddirlo, lo guarda come si guarda un cinghiale entrato per sbaglio in un salotto.

Il suo sogno segreto? Essere riconosciuto come l’ultimo sciamano urbano da un pubblico che confonde la cultura con i titoli in sovrimpressione.

Quando cala il sipario del talk show, l’Antropologo da Talk Show sparisce in un taxi che chiama “la navicella di transito fra culture”. In realtà va dritto alla presentazione del suo libro autoprodotto, intitolato: “Tribalismi liquidi: l’estasi collettiva dell’iperconnessione” (Disponibile, ovviamente, solo in edizione deluxe con copertina “eco-sostenibile”).

Alla fine della serata, rilascia un’ultima dichiarazione a favore di microfono spento: “In fondo, tutto è simbolico, compreso il mio cachet.”

E mentre si allontana, controlla compulsivamente se qualche influencer abbia taggato il suo profilo per garantirsi un nuovo invito in TV.

L’ esploratore di cervelli complicati

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.