Il ritorno di Picchiatello: quando il comico americano Jerry Lewis faceva ridere, il suo erede tragico Donald Trump fa solo piangere

Il ritorno di Picchiatello: quando il comico americano Jerry Lewis faceva ridere,
il suo erede tragico Donald Trump fa solo piangere

Jerry Lewis

C’era una volta, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, un comico ebreo americano di nome Jerry Lewis. Con il corpo snodato come una molla, la faccia da bambino scemo e una mimica facciale che sembrava fatta di gomma, Lewis incantò il pubblico di tutto il mondo interpretando il suo personaggio più celebre: il professor Julius Kelp ne “Il professor matto” (The Nutty Professor, 1963), un “picchiatello” goffo, strampalato, imbranato, che riusciva sempre a fare danni con le sue assurde invenzioni ma che, alla fine, faceva semplicemente ridere. Anche la critica più severa lo definiva un “clown fragoroso” e uno “sperimentatore esplosivo”, capace di far sbellicare dalle risate le sale cinematografiche di mezzo mondo. Quello era un “picchiatello” bonario: le sue stramberie erano innocue, i suoi disastri una metafora delle fragilità umane che con un sorriso ci aiutavano a sopportare.

Oggi, a distanza di decenni, sembra essere tornato sulla scena un secondo “picchiatello”, ma in una versione diametralmente opposta: si chiama Donald Trump, siede alla Casa Bianca, e le sue stravaganze – lungi dal far ridere – provocano danni reali, alimentano tensioni internazionali e gettano nel panico alleati e mercati. Se il primo “picchiatello” era un comico tragico (ma che faceva ridere), questo secondo è un “tragico” che non fa ridere affatto: le sue uscite isteriche sembrano scritte da un surrealista ubriaco, ma sono decisioni di governo, minacce annessionistiche, guerre commerciali e atti di forza militare.

Negli ultimi tempi, la lista delle “follie” trumpiane è diventata un florilegio dell’assurdo: prima ha detto di voler comprare la Groenlandia, poi si è messo a parlare di annettere il Canada come 51esimo Stato, minacciando dazi zero in cambio della resa della sovranità canadese. Subito dopo ha agitato la prospettiva di “riprendersi” il Canale di Panama con la forza, senza escludere un’azione militare. Ha attaccato il Messico, ha bollato il Venezuela come un paese da “liberare” (tanto da far arrestare il presidente Nicolas Maduro con un blitz lampo a gennaio 2026), ha intensificato la “massima pressione” contro l’Iran minacciando bombardamenti e sanzioni pesantissime, e ora ha puntato il mirino su Cuba.

PUBBLICITA’

Nelle ultime settimane, l’amministrazione Trump ha strozzato l’embargo petrolifero sull’isola, schierato una portaerei nel mar dei Caraibi e fatto addirittura incriminare l’ex presidente cubano Raul Castro per abbattimenti aerei risalenti a trent’anni fa. Il tycoon ha dichiarato che “nessun presidente prima di me” ha avuto il coraggio di intervenire a Cuba e che “sarà lui a farlo”.

E tutto questo condito da un’arsenale di dazi punitivi che hanno colpito non solo Cina e Canada, ma anche l’Europa, con un dazio medio del 15% su gran parte dei prodotti del Vecchio Continente e l’ultimatum lanciato all’Unione europea: “Rispettate l’accordo entro il 4 luglio, o le tariffe aumenteranno vertiginosamente”. E sono proprio i dazi a fotografare la differenza tra il “picchiatello” di ieri e quello di oggi: mentre Jerry Lewis rompeva i vetri del laboratorio dell’università e provocava risate, Trump rompe l’economia reale. Basta guardare i dati del commercio mondiale: l’export di vino italiano verso gli Usa è crollato del 13% solo nel primo bimestre del 2026, con una perdita secca di 340 milioni di euro in un anno.

Il professor Kelp era un sognatore maldestro, il cui unico effetto collaterale era far piegare in due il pubblico. Donald Trump, invece, è un “picchiatello” pericoloso: un megalomane che gioca a fare l’imperatore con il potere reale in mano, che confonde i confini geopolitici con le proprietà immobiliari e che usa la retorica dell’ “asso piglia tutto” per distruggere l’ordine mondiale esistente senza alcun criterio se non il proprio tornaconto elettorale. Non c’è nulla di divertente nel vedere un presidente degli Stati Uniti che non esclude l’uso della forza contro alleati Nato come la Danimarca (per la Groenlandia), o che scherza sull’annessione del Canada mentre paralizza i mercati con tariffe punitive.

Il primo “picchiatello” americano era l’emblema del comico involontario, un clown che si smonta da solo e che finisce per redimere le sue fragilità con l’autoironia. Il secondo “picchiatello” è un despota che si prende terribilmente sul serio, un personaggio uscito da un film di Kubrick piuttosto che da una commedia di Jerry Lewis. Per questo, davanti alle ultime sparate trumpiane su Cuba, sul Venezuela o sull’Iran, non viene da ridere. Viene, semmai, un groppo alla gola e una domanda: quanto dovrà ancora durare questo “secondo tempo” del picchiatello tragico prima che il sipario cali su un mondo che, invece di scoppiare a ridere, scoppia davvero?

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.