Il punto di Alberto Bonvicini: Bruno Contrada, la lunga ombra del dubbio

La rubrica firmata da Alberto Bonvicini, già comandante della Polizia Postale di Savona,  ci accompagnerà con riflessioni dedicate all’impatto dei social network, di internet e delle nuove tecnologie sulla nostra società.
Con lo sguardo esperto di chi ha vissuto in prima linea l’evoluzione (e le derive) del mondo digitale, Bonvicini ci offrirà analisi lucide e senza filtri su temi che toccano da vicino il nostro quotidiano: dalle devianze giovanili alla cultura dell’emulazione, dal web come strumento educativo o distruttivo fino al lento smarrirsi del senso critico.
Uno spazio di pensiero libero, per leggere con occhi diversi quello che ci succede intorno.

Bruno Contrada, la lunga ombra del dubbio

E così se n’è andato pure lui… ma chi? Chi è?
Ma sì, Bruno Contrada… ma chi, il dottore?

Sì, sì, il dottore Contrada. Perché in Sicilia si dice così: il dottore non è il medico come, per esempio, qui in Liguria. Il dottore è il dottore, come era pure il dottore Falcone oppure il dottore Borsellino, Ninni Cassarà, Vito Chinnici.

Eh sì, se n’è andato a 94 anni.
94? Ne dimostrava di meno… ma insomma, 94: però una bella età.

Peccato che da 35 anni circa, e quindi ne aveva 60, viveva molto male: da indicato come infame, colluso, mentitore, Giuda, vigliacco. E quindi prima avvisato, poi fermato, poi arrestato… poi macchia, rovina, insulti, tanto carcere e diecimila pagine di giornali contro.

Arrivano i giorni della Cassazione e del Tribunale dei diritti umani a pronunciare innocenza, o presunta innocenza, che non è e non sarà mai la consolazione, ma solo il prendersi ancora gioco di chi, per anni, nonostante la vita distrutta, la carriera disintegrata, la vita rasa a zero, cerca di continuare con enormi difficoltà a vivere: con la mente confusa, lo sguardo assente, i denti che non ci sono più, il portafoglio vuoto, e non sai se è finita davvero.

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E allora cosa diciamo noi, come al solito?
Subito si ascolta la notizia, i tg, i dossier eccetera eccetera, e poi più che le prove — che non ci sono mai state e mai ci saranno state — cosa si fa? Si ascolta solo la solita storia: il poliziotto infedele.

E nei film te lo fanno vedere mentre sia Falcone che Borsellino parlano al telefono con il dottore Contrada, che solleva la cornetta in un ufficio qualunque. Così poi è pronto a passare a chi di dovere le notizie o i tragitti interessanti.

Poi si sprecano i filmati o i conoscitori della verità che si susseguono a dire: a Falcone Contrada non piaceva per niente e anzi si raccomandava con i sottoposti, in quest’ora, di non parlare di nulla, di accertamenti in corso e di un arresto che, a dire orologeria, chissà cosa si vuole riferire.

Innanzitutto ci voleva il grande vecchio da mettere nel mirino.
Il poliziotto importante, qualcuno che più in vista di così non si può… che doveva fare il capro espiatorio per tutto.

E da lì comincia la stagione del fango, dell’agenda rossa sparita, dei “chi lo sapeva e chi no”, del “mi sembrava una faccia un po’ poco raccomandabile”.

E se ricordate, nel ’93 una foto emblematica era il dottore Contrada con la divisa da generale di pubblica sicurezza e i capelli lunghi sotto il berretto. Per quei tempi le cose erano più che incompatibili.

Però sono quelle cose che ti fanno capire che serviva uno un po’ presuntuoso, molto presuntuoso, che come minimo pagasse qualcosa.

Il resto sono stati anni di sentito dire: del tipo “Contrada riferiva subito alle cosche”, “Contrada è uno che si fa notare”, “gli piace la bella vita”.

E così il collage è completo. Come asso c’è proprio la frase di Falcone detta a tutti: a Martelli, al suo collega inferiore. E poi il marchio — così non lo levi più — un marchio su una frase che prima di tutto bisognerebbe vedere se è stata detta.

E mettiamo pure di sì. A questi sapientoni non può venire il dubbio che sia un altro caso Enzo Tortora?

A questo punto vi chiederete: ma cosa c’entra?
Eppure sì che c’entra. Le modalità più o meno sono le stesse: prima l’agguato, poi le mazzate, e poi via con lo sputtanamento totale e i telegiornali dedicati.

Ma gli anni passano e non è più nulla come prima.
La verità che passa è che il dottore Contrada, dopo il filo del telefono piegato all’ascolto della scorta che segnala l’arrivo del convoglio, dell’autorità o della personalità in arrivo, poi mette giù e chiama Giovanni Brusca che già è lì col telecomando… poi bum bum, finito.

Ma non finirà così. Verrà il tempo — sempre molto distante — che queste vergogne, queste infamie verranno messe a disposizione di un vero tribunale: onesto, sincero, competente, imparziale e pulito. Ultra pulito.

Ma qui non c’entrano riforme o leggi nuove.
Un giorno si spiegherà il perché e il come di certi omicidi, di stragi o di vergogne varie.

Ma intanto il tempo va via, se ne va, e un altro uomo di Stato — di sicuro eccentrico, di sicuro un po’ fuori dalle righe, furbo e un po’ scaltro — ma non certo un mafioso colluso, va a seguire la strada con i silenzi tipici che in quegli anni avevano a che fare con il lavoro e con la vita.

Con la situazione già definita e certificata dal patto tra Stato e mafia, che viene nominato sempre meno.

E con il gran arbitro con la giacca da yankee che, a seguito delle stragi, con il silenzio, lo spavento e lo sconcerto, metteva nel mirino uno con una faccia o un aspetto che più che altro diventava quello ideale da far vedere alla gente in TV come il solo grande traditore.

Mentre i veri responsabili, detti anche burattinai o menti raffinatissime, seguono — seguiranno o hanno seguito — la certificazione del capro espiatorio ideale, a fare la vittima sacrificale.

Se poi non si ammazza nel carcere, ci pensi tu, ok?

E così per La Barbera, altro capo della Mobile come il dottore Contrada, cioè Arnaldo La Barbera.

Sì sì, proprio lui, quello che poi ha depositato tutto sull’agenda rossa.

Arnaldo La Barbera e Bruno Contrada

Eppure il popolo italiano non brilla solo per pasta e pizza, ma per intelligenza, estro, ingegno, ma pure per la fantasia.

E forse è stato proprio quest’ultimo pregio a essere utilizzato, condizionato, imposto, modellato e fatto credere alla rovescia.

E poi, quando uno arriva al pannolone, cieco, sordo, all’ultimo mezzo giro di vivere, gli si dice:
“Ma sì, è vero, forse non è così, forse non c’entravi del tutto… ma andavi bene, eri l’ideale”.

E poi con quei capelli alla Gérard Depardieu sotto il berretto con la greca e la stella dei generali — che poi è il grado anche dei questori — ci hai dato un fastidio che non ti dico.

E siccome stavi anche antipatico a Falcone — e lo hanno sentito — sarà un gioco da ragazzi dire che andavi al cinema o a teatro con i biglietti gratis forniti da Salvo Lima o da Michele Greco.

Alberto Bonvicini 

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