IL GRAN RIFIUTO

E così il governo dà un colpo di spugna al referendum del 1987 sul nucleare ed emana la legge che lo ripristina. [VEDI] Quella data è importante, perché sta a significare che erano gli ultimi anni di un’Italia libera dai condizionamenti che sarebbero iniziati di lì a poco. E la legge appena approvata rappresenta l’ultimo atto della restaurazione che travolse l’Italia a partire dal 1992, in ossequio agli accordi segreti sul famoso Britannia, che incoronava Mario Draghi come futuro dominus per i successivi decenni e l’avvio delle privatizzazioni selvagge e del dominio della finanza sull’economia reale.

Congelato nel 1987, il nucleare torna in Italia, quasi fosse il calmiere giusto per gli stellari prezzi dell’energia elettrica. Si tratta del frutto avvelenato del Gran Rifiuto del gas russo, che ha trascinato l’economia europea verso la deindustrializzazione coatta e, come risposta, il patetico tentativo di ridarle fiato mediante la conversione degli stabilimenti automotive in fabbriche di armi
I commenti a destra sono tutti di plauso, a partire proprio dal promotore della legge, Gilberto Pichetto, che assomma nella sua qualifica ministeriale quella all’Ambiente e, guarda caso, quella alla Sicurezza Energetica; come dire: la faina a guardia del pollaio, visto lo scarso impulso dato alle energie rinnovabili. Le opposizioni (persino il PD), sono compatte nel bocciare la legge (tranne il solito Calenda); e per una volta sto dalla loro parte.

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Per bocca di Giorgia Meloni, “il nucleare significa per famiglie e imprese più sicurezza energetica, meno dipendenza dall’estero e meno esposizione alle crisi internazionali, energia stabile e a basse emissioni, una risposta concreta alla domanda di elettricità che crescerà con data center e intelligenza artificiale”.
“Meno dipendenza dall’estero”? Non mi risulta che l’Italia sia sede di significative quantità di uraninite (o pechblenda) e carnotite, i due principali minerali da cui si estrae l’uranio. Le più ricche miniere si trovano in Stati non proprio sull’uscio di casa: la parte del leone la fa il Kazakistan (40%), seguito da Canada, Australia e Namibia. I minerali di uranio sono molto diffusi, ma, come l’oro e le terre rare, in percentuali bassissime, richiedendo la frantumazione di tonnellate di roccia per estrarne grammi, con procedimenti non certo ecofriendly. Tanto per cominciare. E qualcuno pensa che il prezzo dell’uranio resterebbe indifferente ai contemporanei aumenti delle altre fonti energetiche? Guardate il carbone: considerato fino all’anno scorso la via d’uscita più economica dai folli costi di petrolio e gas, nel 2026 s’è rapidamente portato ai loro livelli. L’araba fenice non esiste.

Se c’è ancora chi si illude che alcuni materiali energetici costituiscano isole felici, esenti dagli aumenti dei prezzi di tutti gli altri, dovrà scontrarsi con la realtà contraria: vedi il Carbone
“Una risposta concreta alla domanda di elettricità che crescerà con data center e intelligenza artificiale”. Guarda caso, per alimentare il drago energivoro, bisogna ricorrere ad un altro drago, energifero. Entrambi sono quanto di peggio ci voglia per un ambiente già massacrato da un coacervo di offese, dalla sovrappopolazione ai consumi in crescita visti come panacea per stare al passo con i deficit finanziari ormai strutturali delle nazioni “avanzate”.

Franco Cotana, Professore Ordinario di Fisica Tecnica Industriale, Dipartimento di Ingegneria, Università di Perugia. “Il futuro dei data center e quello dell’energia nucleare sono sempre più interconnessi poiché il significativo e crescente fabbisogno energetico dei data center, sospinto dall’intelligenza artificiale, si sposa perfettamente con le caratteristiche dell’energia nucleare, in particolare degli small modular reactor (SMR). […] Attualmente, un singolo data center può richiedere tra i 30 e i 100 MW di potenza continua, con cluster di data center che nel prossimo decennio potranno superare i 500 MW.” Ecco cosa ci attende. Per confronto, la centrale termoelettrica di Vado Ligure era di 1.250 MW. (!) [VEDI]
Basta una scorsa su Youtube o altri siti social per rendersi conto di come sia benvenuta questa nuova minaccia dei data center ovunque si trovino o se ne prospetti l’installazione: la stessa avversione che nel 1987 portò al referendum abrogativo del nucleare. Tant’è che alcuni Stati americani, cioè della nazione con la loro maggiore intensità, ne stanno vietando l’installazione. I motivi sono sostanzialmente due: gli abnormi consumi di acqua e di elettricità, per cui un singolo data center ne consuma quanto una città di 800.000 abitanti. Dove l’acqua serve per raffreddare volumi termici ineliminabili, con la formazione di un’immensa isola di calore, che si espande ben oltre il sito degli impianti. Basta affiancare il data center con un reattore nucleare e il problema è apparentemente risolto: così sembra dire la nostra Meloni, sorvolando che questo accoppiamento raddoppia i consumi di acqua. Tuttavia, l’energia elettrica si può produrre ad libitum, l’acqua no: sta diventando più preziosa del petrolio, con la siccità crescente ovunque. E le centrali elettriche, a maggior ragione se nucleari, ne usano a dismisura; se poste a lato di fiumi, devono chiudere nelle ormai lunghe stagioni di secca.
Vogliamo allora focalizzarci sull’acqua? [VEDI] Il suo principale consumatore è l’agricoltura, che ne consuma il 70%.

Irrigazione a pioggia. Si scava un pozzo e si pompa l’acqua, come fosse infinita. Durante le giornate torride, l’acqua nebulizzata evapora in buona parte, prima di toccar terra
Dove la prende? Succhiandola dalla falda, che, nella pianura padana, era in passato alimentata da due sorgenti: dalle piogge e, nella stagione secca, dallo scioglimento dei ghiacciai alpini. Negli ultimi anni, le piogge sono sempre più rare e i ghiacciai si stanno ritirando col diminuire delle nevicate. Queste due defezioni fanno sì che il livello della falda non faccia che abbassarsi. Il fenomeno è ancora più marcato dove non ci sono monti dell’altezza delle Alpi, quindi privi di ghiacciai, ossia lungo tutto l’arco appenninico: un destino che si profila anche per le Alpi, al crescente ritmo di scioglimento degli ultimi 40 anni. Abbiamo già avuto degli anticipi in alcune recenti estati, col Po attraversabile a piedi e le centrali elettriche lungo il suo corso chiuse per mancanza di acqua.
C’è da aggiungere che il continuo emungimento delle acque sotterranee provoca il fenomeno della subsidenza, ossia abbassamenti territoriali di dimensioni persino continentali. Una tendenza che favorisce, nelle zone costiere, l’intrusione dell’acqua marina, che, col decrescere della falda, sia per emungimento che per subsidenza, o entrambe, riesce ad invadere e salinizzare la falda stessa, rendendola inutilizzabile. [VEDI]

Molti laghi del passato sono oggi delle pozzanghere salmastre, mentre gran parte del fondo è una distesa di terra sterile e facile preda dei venti. L’esempio più eclatante è il lago d’Aral: un monito a tanti altri laghi e corsi d’acqua in procinto di replicare il processo
In un panorama generale così sconsolante, la notizia del ritorno al nucleare dovrebbe far parte dei necrologi, anziché delle liete novelle. Per la Meloni si tratta di “notizia coraggiosa e di buon senso”. Due pregi che, nei suoi 4 anni di governo, sono stati del tutto assenti. Coraggio: avrebbe dovuto dimostrarlo, sia pronunciandosi contro le stragi (per alcuni genocidio) di palestinesi messe in atto da Israele; sia prelevando un pur piccola parte degli extra profitti di banche e società energetiche; sia sganciandosi dal rapporto “privilegiato” con Donald Trump, prima che fosse lui a tranciarlo brutalmente; sia opponendosi, anziché accodandosi, alle politiche europee schierate contro la Russia (coraggio l’hanno invece dimostrato capi di Stato come l’ungherese Orban e lo slovacco Fico), solo per citare i casi più eclatanti. Buon senso: avrebbe dovuto usarlo invece di schierarsi platealmente con Zelensky e la sua cricca neonazi e truffaldina, convogliandovi armi e soldi di cui gli italiani avrebbero avuto, e tuttora hanno, grande bisogno, privandosi volutamente del gas russo, per sostituirlo con fornitori sul mercato molto più dispendiosi, a cominciare dall’America di Trump, che, con la tecnologia del fracking, della Russia era diventata concorrente. Una posizione di auto-evirazione non rinsavita neppure davanti al tranciamento del gasdotto Nord Stream, effettuato per emarginare la Russia, escluderla dalle nostre forniture di gas a buon mercato, che pure erano state basilari nel rifornire l’industria e i consumi delle famiglie, non solo italiani, ma anche europei. Un Gran Rifiuto, ribadito ad ogni occasione e che è alla base della sciagurata decisione odierna di ricorrere al nucleare, pur di continuare a demonizzare la Russia, anche tramite una dozzina di sanzioni e l’accarezzato furto di fondi della sua Banca Centrale depositati a Bruxelles.

Le ricerche sul sabotaggio dei gasdotti Nord Stream 1 e 2, avvenuto nel Mar Baltico nel settembre 2022, erano state sulle prime depistate, assegnandone la paternità nientemeno che alla Russia, che pure ne aveva finanziato l’esecuzione e la posa. È di pochi giorni fa la notizia dell’arresto in Croazia di un secondo sospettato, Vladimir K., ucraino, dopo che l’anno scorso era stato arrestato in Italia un altro ucraino, Sergei K, entrambi su mandato d’arresto europeo della Procura Generale tedesca. I sospetti, a parte i tentativi iniziali di deviare le indagini, erano tosto caduti sull’Ucraina, al fine di privare di fondi la Russia. Da notare che l’attentato aveva lasciato indifferenti chi ne avrebbe subito le maggiori conseguenze: UE e nazioni europee, quasi fosse un indesiderato disturbo nella loro guerra per procura a oltranza contro la Russia
Naturalmente, Giorgia non è sola in questo autogol, condiviso da altrettanti strateghi al contrario di vari Stati europei, dalla Francia alla Germania alla Gran Bretagna ai vertici UE; con una folle ricetta conseguente al Gran Rifiuto, in campo industriale: il carburante troppo caro penalizza le imprese automobilistiche? Riconvertiamole in fabbriche di armi. Nessuno che batta il mea culpa per non aver capito che con la Russia, anziché contro la Russia, l’Europa sarebbe diventata un blocco produttivo paragonabile alle altre due grandi potenze: USA e Cina. (Plaudo alle idee di Marco Travaglio a questo riguardo). Invece, siamo qui a lesinare –o peggio, a prendere a debito- i soldi indispensabili al buon funzionamento dell’Europa, in primis della nostra stessa Italia, per dirottarli proprio verso la causa prima della nostra indigenza, l’Ucraina, mettendo a repentaglio anche la nostra sicurezza, cercando con ogni mezzo per far perdere la pazienza alla Russia, fino a dover subire, in un futuro prossimo, le artigliate dell’Orso ferito.

Del resto, a chi giova assistere al cruento spettacolo di due nazioni che si stanno distruggendo a vicenda in una guerra dalla quale usciranno entrambi sconfitti e in macerie? La Meloni ha dichiarato oggi che della ricostruzione dell’Ucraina dovrà farsi carico la Russia (in ginocchio), dimenticando le buone ragioni per cui la Russia s’è trovata costretta ad aggredire l’Ucraina; quasi Europa e USA non abbiano il minimo concorso di colpa in questa guerra, sin dal suo insorgere. E non dimentichiamo che una grande potenza, sconfitta e umiliata con ingenti danni di guerra, cova i germi di una rivincita altrettanto disastrosa. Ieri la Germania, domani la Russia, nell’improbabile caso della sua sconfitta e resa incondizionata, così come la sognano Zelensky e la NATO?
Marco Giacinto Pellifroni 27 settembre 2026