Il cabotatore del mugugno

Il cabotatore del mugugno
 Sottotitolo: Bucci e la navigazione a vista tra dossier, consigli di bagarre e l’autonomia che divide: anatomia di un governatore che cerca il largo senza perdere la costa

C’è un modo di navigare che non prevede rotte oceaniche, che non ambisce alle grandi traversate, che non ha bisogno di carte nautiche sofisticate. È il cabotaggio: la navigazione sotto costa, dove la terra è sempre in vista e il porto è a poche miglia. I vecchi marinai liguri lo conoscevano bene: non era la rotta dei capitani di lungo corso, quelli che solcavano l’Atlantico, ma era la rotta di chi sapeva leggere il vento, le correnti, gli umori del mare. Il cabotatore non cerca la gloria: cerca di arrivare. E per arrivare, deve conoscere ogni insenatura, ogni scoglio, ogni secca. Il cabotaggio è l’arte del poco che conta e del nulla che non conta.

Marco Bucci è un cabotatore. Non nel senso metaforico, ma nel senso più letterale: prima di essere sindaco, governatore, manager, Bucci è un marinaio. Ha imparato a navigare a tre anni, quando il padre lo gettò in mare per insegnargli a nuotare; a undici anni smontava il motore del gozzo di famiglia sul tavolo di casa, tra le urla della madre; a quindici anni, il 10 giugno 1974, fece la sua prima traversata oceanica — da Nervi a San Fruttuoso di Camogli, dieci giorni dormendo sull’eliporto, ogni giorno a vela verso Cala dell’Oro. «Sono un marinaio», dice di sé. «Prima velista, poi presidente».

E da luglio a ottobre 2026, il presidente della Regione Liguria ha navigato esattamente come un cabotatore: sotto costa, con prudenza, senza mai perdere di vista la terraferma. Ogni mossa, ogni silenzio, ogni parola è stata calibrata per preservare la propria immagine senza mai affrontare il mare aperto dello scontro frontale.

 Luglio: il mugugno come bussola

Il mese di luglio si apre con un attacco del Partito Democratico sulla Tari. Il segretario ligure Davide Natale e il capogruppo Armando Sanna puntano il dito: «Il costo della Tari e ogni disservizio hanno un nome e un cognome: Marco Bucci». L’accusa è pesante: dieci anni di governo di destra non hanno prodotto un solo progetto Pnrr per gli impianti di trattamento dei rifiuti, il piano regionale è «un completo fallimento». La replica di Vince Liguria è affidata a Matteo Campora: «L’aumento della Tari a Genova è avvenuto nel 2021 determinato da una delibera in cui la Corte dei Conti verificava i debiti maturati tra il 2014 e il 2017 mai messi a bilancio». Bucci non interviene personalmente. Lascia che siano gli altri a rispondere. È la prima lezione del cabotaggio: non tutte le onde meritano di essere affrontate di prua.

Ma è a fine mese che Bucci compie la mossa più significativa: il lancio di «Liguria Insieme», il movimento civico che riunisce le liste che hanno sostenuto il centrodestra alle regionali. «È un movimento civico, qualcosa che nasce dalle persone che non si riconoscono nell’identità dei partiti e vogliono partecipare alla vita civile», spiega. Il coordinamento è affidato all’ex assessore Matteo Campora, affiancato da Pietro Piciocchi e Federico Bogliolo. L’obiettivo è chiaro: creare un contenitore politico che possa raccogliere il consenso personale di Bucci, indipendentemente dalle sorti dei partiti che lo hanno sostenuto.

Il governatore non è preoccupato per la tenuta della maggioranza, anche se il fenomeno Vannacci sbarca in consiglio regionale con l’acquisto del primo esponente, l’ex Fdi Gianmarco Medusei. «A me interessano i 18 voti per poter andare avanti», dice. «Possono venire da chiunque, mi va bene lo stesso perché vuol dire che i cittadini ci supportano». È una frase che rivela la filosofia politica di Bucci: i voti sono voti, da qualunque parte arrivino. Il cabotatore non si preoccupa della bandiera che sventola sul porto: si preoccupa di attraccare.

E poi c’è il mugugno. Bucci non lo dice, ma lo pratica. Il mugugno genovese è un’espressione di scontento a voce bassa, a denti stretti, che i vecchi marinai conoscevano bene. Nelle galere della Repubblica di Genova, i rematori liberi — quelli che avevano scelto di imbarcarsi volontariamente — avevano un diritto che i forzati non avevano: il diritto al mugugno. La Magistratura dei Conservatori del Mare aveva regolamentato due tipi di ingaggio: il primo prevedeva paga elevata e niente mugugno; il secondo paga più bassa ma diritto al mugugno. I genovesi, dice la tradizione, preferivano guadagnare meno e potersi lamentare. Il mugugno era libertà.

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Bucci incarna questo spirito. Le sue risposte alle accuse del Pd, ai rilievi del ministero, alle critiche dell’opposizione, sono sempre un po’ mugugnate: «Mi sembra che abbiano già parlato in parecchi di questa storia», dirà a settembre sullo striscione della scuola Daneo. «Io non ne so assolutamente nulla», dirà a ottobre sull’esclusione di Salis dal palco del Salone Nautico. Il mugugno è la sua forma di resistenza passiva: non negare, non confermare, lasciare che il tempo faccia il suo corso.

 Agosto: la navigazione sotto costa

Agosto è il mese della pausa estiva, ma Bucci non si ferma. Il 19 agosto è a Portovenere, dove incontra la famiglia del giovane disperso in mare e i soccorritori impegnati nelle ricerche. Il 22 agosto è a Rimini, dove incontra Papa Leone XIV al termine della Santa Messa officiata al porto. «Lo aspettiamo nella nostra Liguria», dice. Il 29 agosto è al Santuario della Madonna della Guardia per la festa dell’Apparizione. «Una celebrazione che unisce Genova e l’entroterra».

Sono mosse apparentemente marginali, ma rivelano la strategia del cabotatore: presidiare il territorio, esserci, farsi vedere. Non è la politica dei grandi annunci, ma è la politica della presenza costante. Il cabotatore non si allontana mai dalla costa: sa che il consenso, come il vento, cambia direzione, e per non perdere la rotta bisogna restare vicini alla terraferma.

Sul fronte politico, agosto è il mese dell’intervista all’Italpress. Bucci parla di sanità — «Arriviamo a circa 8 mila trattamenti al mese nelle case di comunità, mentre nei pronto soccorso i numeri stanno diminuendo» — e di autonomia differenziata: «Anzitutto la protezione civile. Noi saremo in grado di poter dare i contributi per l’emergenza uno, due o tre giorni dopo. Oggi bisogna aspettare talvolta otto mesi, se non addirittura un anno». È il Bucci manager che parla, quello che ha gestito un miliardo e mezzo di dollari e che ha ricostruito il ponte Morandi in meno di due anni. Il cabotatore sa che i numeri, a differenza delle parole, non mugugnano.

Settembre: la tempesta evitata

Settembre è il mese più difficile. Il 9 settembre arriva il via libera del Consiglio regionale all’intesa sull’autonomia differenziata. Bucci la presenta come «un grande vantaggio»: «Potremo dare i rimborsi il giorno dopo a chi ha perso un negozio per un’alluvione». Ma l’opposizione attacca: «È un regalo per la Lega», «significa dividere il Paese». Il governatore incassa e va avanti. Sa che l’autonomia è un tema divisivo, ma sa anche che è una delle poche cose che può rivendicare come risultato concreto del suo governo.

Il 28 settembre, a margine della conferenza stampa di presentazione del Salone Nautico, Bucci commenta la rimozione dello striscione «Qui nessuno è straniero*» all’ingresso della scuola primaria Daneo. La sua risposta è un capolavoro di mugugno: «Io sono favorevole alla riforma e mi dispiace che ci siano dei bambini che scrivono con gli asterischi, questo non va bene e mi preoccupa parecchio. Ma dubito che ci siano stati dei bambini ad aver scritto con gli asterischi. La rimozione? Sarà stato un misunderstanding». Il cabotatore non prende posizione netta: riconosce il problema, ma lo relativizza, lo sposta, lo attribuisce a un equivoco. È la navigazione a vista: non si espone, non si compromette, lascia che la corrente lo porti dove vuole.

Ma è il 29 settembre che arriva la tempesta. In Consiglio regionale, durante la discussione su un ordine del giorno presentato da Federico Romeo (Pd) sui finanziamenti per il prolungamento della metropolitana a Rivarolo, Bucci perde la calma. «A me ricorda esattamente quel giorno, purtroppo, della caduta del ponte Morandi, quando il sottoscritto ti ha chiesto di stare in ufficio a gestire i problemi e sei andato davanti ai giornalisti a fare comunicazione. Questo è totalmente scorretto». Romeo replica: «Io ho difeso e tutelato una comunità e l’ho fatto con amore. Ti devi vergognare, sei arrivato quattro giorni dopo, hai lasciato una comunità sola e io ti ho difeso di fronte ai cittadini che ti fischiavano».

È il momento in cui il cabotatore perde la rotta. La lite è furiosa, la seduta viene chiusa anticipatamente, il Pd annuncia l’interruzione dei rapporti. Bucci, fuori dall’aula, prova a ricucire: «A me è dispiaciuto molto quello che ha fatto Romeo quel giorno lì». Ma il danno è fatto. La ferita del ponte Morandi — il trauma collettivo di Genova, il simbolo della fragilità e della rinascita — è stata riaperta in diretta.

 Ottobre: il naufragio evitato

Il 1° ottobre, al Salone Nautico, Giorgia Meloni taglia il nastro e la sindaca Silvia Salis non viene chiamata sul palco. Bucci commenta: «Io non ne so assolutamente nulla. Mi hanno chiamato e sono andato su. Uno sgarbo? Io non vedo queste cose, ma non so nulla. Dal cerimoniale nemmeno a me avevano detto che dovevo andare su. Io da sindaco ci sono sempre andato». È il mugugno nella sua forma più pura: io non c’entro, non ho visto, non so. Il cabotatore si defila, lascia che siano gli altri a gestire l’onda.

Ma c’è un’altra vicenda che pesa sulla sua immagine. Da mesi, l’inchiesta sui presunti dossier redatti dal suo staff comunicazione è aperta in Procura. Bucci e il suo portavoce Federico Casabella hanno incontrato il procuratore Nicola Piacente, depositando querele per diffamazione contro il direttore del Secolo XIX Michele Brambilla. La vicenda riguarda materiali inviati all’editore del quotidiano durante la campagna elettorale per le comunali di Genova del 2025, con l’obiettivo, secondo Brambilla, di «condizionare la linea editoriale». Bucci si difende: «Non sono Mussolini». Ma le chat, secondo quanto riportato da Repubblica, lo smentiscono.

È qui che entra in gioco la psicologia della Gestalt. Il «patimento continuo» è quello stato in cui la persona resta intrappolata in una gestalt incompleta: un conflitto irrisolto che non trova chiusura, una tensione che si ripete all’infinito. Nella Gestalt-terapia, il «ciclo dell’esperienza» — sensazione, consapevolezza, energia, azione, contatto, ritiro — si blocca quando le resistenze diventano abituali. La persona non riesce a chiudere il cerchio, e il conflitto si ripropone continuamente, accumulando «gestalten inacabadas» che generano un senso di patimento senza fine.

Per Bucci, il patimento continuo è la vicenda dei dossier. Non si chiude, non si risolve, si riapre ogni volta che un nuovo dettaglio emerge. Il governatore non può ritirarsi, perché il ritiro significherebbe ammettere la sconfitta. Ma non può nemmeno agire, perché ogni azione rischia di peggiorare la situazione. È l’impasse gestaltico: il conflitto tra il bisogno di difendersi e il bisogno di andare avanti, tra la necessità di chiudere la questione e l’impossibilità di farlo.

E poi c’è la questione dell’ospedale San Paolo, declassato secondo quanto riportato da Trucioli il 1° ottobre: «Se lo “scambio politico” di Bucci declassa l’ospedale San Paolo. E chi ha lasciato morire il Comitato “Amici del San Paolo”. Premiata l’area del centro…». Il cabotatore deve gestire anche le secche della sanità, dove ogni decisione — l’accorpamento delle Asl, lo spostamento dei primariati, la riorganizzazione dei servizi — crea malcontento e mugugno.

 Il cabotatore e il mare aperto

Alla fine, la domanda è una sola: Bucci riuscirà a uscirne fuori? La risposta, per un cabotatore, è quasi sempre la stessa: sì, se non perde di vista la costa. Il cabotaggio non è la navigazione più gloriosa, ma è la più sicura. Il cabotatore non cerca l’onda perfetta, non sogna la traversata epica. Cerca di arrivare a destinazione, con la barca integra e il carico intatto.

Bucci ha dalla sua una dote che pochi altri amministratori liguri possiedono: la capacità di navigare a vista. Non è un ideologo, non è un uomo di partito, non è un animale da comizio. È un manager prestato alla politica, un uomo che ha gestito un miliardo e mezzo di dollari e che ha ricostruito un ponte crollato. La sua forza è la concretezza: i numeri delle case di comunità, i cantieri della diga, il Salone Nautico che «è andato bene, con più barche e più visitatori». Il poco si conta e il nulla no: questa è la filosofia del cabotaggio.

E poi c’è il mugugno. Il mugugno è la valvola di sfogo del cabotatore, la sua forma di resistenza. Bucci mugugna, ma non si ribella. Mugugna con il Pd, mugugna con il ministero, mugugna con il cerimoniale. Ma alla fine accetta le regole del gioco: firma l’intesa sull’autonomia, partecipa ai vertici di maggioranza, va al Salone Nautico anche se non è stato invitato sul palco. Il mugugno è la sua libertà, ma anche il suo limite: gli permette di sopportare il patimento continuo, ma non di superarlo.

In una cornice di amministratori — di sinistra e di destra — che appena sanno nuotare, Bucci è forse l’unico che sa navigare. Sa leggere il vento, sa evitare gli scogli, sa quando è il momento di issare le vele e quando è il momento di gettare l’ancora. Ma la navigazione sotto costa ha un prezzo: non si allontana mai abbastanza per vedere l’orizzonte. E in politica, come in mare, a volte l’orizzonte è l’unica cosa che conta.

Il cabotatore del mugugno arriverà al porto. Ma il porto, per un cabotatore, non è mai la meta: è solo il punto di partenza per la prossima traversata. E la prossima traversata, per Bucci, saranno le prossime elezioni regionali, il giudizio dei liguri, la conferma o la sconfitta. Il cabotatore sa che il mare non perdona, ma sa anche che la costa è sempre lì, a poche miglia. Basta non perdere la rotta.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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