G20 – 2 = G18

Tanto per cominciare, il G20 si è ridimensionato, con 2 partecipanti del massimo livello mondiale, Cina e Russia, che hanno preferito evitare imbarazzanti confronti sullo scottante tema del riscaldamento globale. Ossia: le nostre economie non ci permettono di cambiare passo, se non di qui a 40 anni; per il momento non possiamo che declinare ogni invito a ridurre produzione e consumi, anzi, dobbiamo aumentare entrambi con un uso accentuato di combustibili fossili, in special modo il carbone, più a buon mercato di petrolio e gas. Lo stesso ha detto l’India, con un lasso di tempo addirittura maggiore: 50 anni per azzerare le emissioni.

Clean up your mess! (Rimediate al casino che avete fatto!) gridano i giovani a Glasgow, dove si sta celebrando il 26° rito per salvare la Terra; ma con un punto fermo: rimandare a un domani il più lontano possibile ciò che oggi non si può né si vuole fare, perché sconvolgerebbe gli attuali assetti, la nostra stessa esistenza. Quindi, se la vedano i nostri discendenti. È uno dei triti limiti di ogni democrazia

Non diversamente stanno procedendo i colloqui al COP26, con le stesse defezioni del G20. Il numero 26 la dice lunga sui minimi, se non nulli, risultati raggiunti nei 25 Forum mondiali sin qui tenuti sull’ambiente.

Come le varie delegazioni sono arrivate a Glasgow per il COP26 svela senza infingimenti quanto davvero stia loro a cuore il tema ambientale [VEDI]

I titoli dei giornali di questi giorni sono altrettanti pugni nello stomaco per un ambientalista e per ogni persona di buon senso, soprattutto dopo aver sentito Draghi affermare, a conclusione del G20, che “abbiamo finalmente riempito di sostanza il bla bla bla”. A questa affermazione fa eco la determinazione del suo ministro “per la transizione ecologica”, Cingolani, che esorta ad andare “avanti col nucleare”!  Le lezioni sin qui fornite dai vari incidenti di cui siamo venuti a conoscenza non sono evidentemente serviti. Il ragionamento è: il nucleare non ha emissioni in atmosfera. Come se le scorie che produce, ipertossiche quanto la demolizione delle centrali a vita finita, fossero un’inezia marginale rispetto alla mancata emissione di CO2.

Centrale a carbone (sopra) vs centrale nucleare (sotto). Il ragionamento è: se il nemico n° 1 è la CO2, allora buttiamoci sul nucleare, risuscitando un vecchio nemico: le radiazioni. L’importante è che l’attuale sistema produttivo prosegua tal quale

Un altro pugno nello stomaco è vedere Salvini a braccetto del presidente del Brasile, Bolsonaro, che durante il suo mandato ha sinora lasciato che andasse in fumo una fetta di Amazzonia grande come il Belgio, oltre a perseguitare gli indios che si ribellano a questa espropriazione del loro habitat ancestrale. Africa e America Latina sono teatri di continue aggressioni, etniche ed ambientali, da parte del devastante “uomo bianco”.

Bolsonaro, simbolo della destra più bieca, incurante dell’ambiente e dei diritti umani. Passi che sia stato ricevuto da Draghi e Mattarella in qualità di capo di Stato, ma la fregola di Salvini di mostrarsi in pubblico con lui appannerà non poco la sua popolarità [VEDI]

L’attivista indigena Txai Suruì, cresciuta nella foresta pluviale amazzonica, ha osato difendere la sua terra e il suo popolo al COP26 di Glasgow, attirandosi dai sostenitori del deforestatore Bolsonaro violenti attacchi, anche di morte.

Questi due continenti, al pari di Cina, Russia e India, ritengono che l’Occidente abbia sinora basato il proprio benessere su un inquinamento pro capite enormemente superiore a quello delle loro popolazioni; ergo, adesso sarebbe il loro turno, portando i loro miliardi di umani allo stesso livello di consumi degli occidentali. Un ragionamento che vanno facendo da anni, opponendosi ad ogni richiesta di limitare l’inquinamento, che tra l’altro è causato dalla produzione di merci per lo stesso Occidente, che ipocritamente ha trasferito in quei Paesi la produzione di buona parte delle proprie merci. La determinazione di Cina e India di amplificare (figurarsi ridurlo!) il numero esistente di centrali a carbone porta qualsiasi savonese a confrontarla con le pluriennali battaglie giudiziarie contro la centrale di Vado, con la sua conseguente conversione a gas. È un esempio da manuale di limitare l’inquinamento qui e accrescerlo altrove, se la produzione aggregata di energia, e quindi di merci, insomma il fatidico PIL, su scala mondiale, va mantenuta costante o addirittura accresciuta.

(da La Stampa del 5/11/2021)

Merci tra le quali primeggiano, per numero e inquinamento alla fonte (delle loro materie prime), i nostri amati telefoni cellulari: li cambiamo in media ogni 21 mesi, ossia ne gettiamo –nel mondo- 1,5 miliardi l’anno, senza darci la pena di riciclarli se non in minima parte, nonostante gli elementi pregiati che contengono: oltre rame e ferro, anche piccole quantità di argento, oro, metalli preziosi e terre rare, la cui estrazione è altamente inquinante. Su 35 milioni di cellulari acquistati ogni anno in Italia, solo 2,3 milioni vengono correttamente riciclati. (C’è però notevole discrepanza di dati [VEDI QuiQui e Qui]). E tutti i materiali sono di provenienza estera, in special modo da quelle nazioni alle quali chiediamo di ridurre l’inquinamento. Se solo si praticasse la regola aurea di utilizzare un prodotto finché funziona, avremmo più voce in capitolo per chiedere tagli alle produzioni dei Paesi fornitori.

Un cimitero che non ha motivo di esistere: i cellulari contengono una quantità di elementi rari e preziosi, che possono e devono essere riciclati, sempre che questo processo non comporti maggior inquinamento altrove

Ma, contraddittoriamente, quegli stessi Paesi mirano ad aumentare le produzioni, ricalcando pedissequamente la nostra divinizzazione della crescita ad ogni costo. Siamo al classico serpente che si morde la coda: siamo felici di acquistare dalla Cina merci a prezzi ridotti di 2/3, ma nel contempo le chiediamo di ridurre l’inquinamento e di allinearsi ai nostri standard di diritti civili/sindacali. Se lo facessero, non ci sarebbe più convenienza a comprare le merci da loro, perché anche i loro prezzi si allineerebbero ai nostri, così come nel caso erigessimo delle barriere daziali, come fece Trump, che infatti voleva riportare le produzioni in patria, tagliando la dipendenza dalla Cina, ma riportandosi in casa anche il relativo inquinamento. A proposito dell’utilizzo di carbone, auspicato da Trump, Joe Biden sta incontrando in Congresso notevoli resistenze dai repubblicani, che non credono al collegamento tra i cambiamenti climatici e l’azione umana, e quindi avversano la carbon tax: professarsi negazionisti è un comodo modo di catturare consensi, in quanto permette di continuare la vita di sempre.

La Città Ideale, immaginata dal duca di Urbino Federico da Montefeltro nel ‘400 (opera –forse- di Piero della Francesca, Walters Art Museum, Baltimora). Tutti vi aspirano, scaricandone però il prezzo su altri e altrove

A questo atteggiamento, che in sostanza marcia verso l’abisso di domani per mantenere intatto il sistema suicida vigente oggi, si contrappone quello professato da Greta Thunberg, con l’adesione di milioni di giovani che vedono tinto di nero il loro futuro. La loro filosofia proclama l’urgenza di cambiare radicalmente e rapidamente i capisaldi su cui si regge l’economia capitalistica sin dall’Ottocento, basata sul profitto privato e a breve termine, sbarazzandosi dei danni collaterali definendoli “diseconomie esterne”. Insomma, due visuali antitetiche, che non troveranno mai un compromesso, alla stessa stregua che democrazia e totalitarismo sono l’un l’altra alternativi, mai complementari, al pari di statalismo comunista e capitalismo democratico. Né ha dato migliori risultati il compromesso di un capitalismo di Stato, tentato in Italia negli anni ’60.

Il boom di enormi navi portacontainer rende efficacemente l’idea dello sviluppo delle produzioni, e relative esportazioni, di merci dalle asiatiche “fabbriche del mondo” alle nazioni occidentali, che ne sono avide consumatrici, mentre chiedono a quegli stessi Paesi regole ambientali e diritti civili incompatibili con la pretesa di bassi prezzi

In sostanza, la transizione ecologica, così come prospettata oggi dai governi occidentali, è una Fata Morgana, che affida a remote date future gli obiettivi che non riesce a raggiungere oggi, ma che si illude di raggiungere di qui a 40-50 anni grazie ai progressi tecnologici, la cui crescente complessità ne vanifica i vantaggi sotto il profilo ambientale. Pur coscienti di questo ostacolo, alla luce del concetto di entropia, si indossano nondimeno i paraocchi, pur di restare disperatamente aggrappati all’attuale modello comportamentale, pateticamente battezzato “ricerca & sviluppo”. Inciso: la ricerca, o viene fatta direttamente da aziende private, o viene in buona parte dalle stesse finanziata nelle università pubbliche, con l’obiettivo principe dell’abbattimento dei costi e della massimizzazione dei profitti. Ultimo esempio: la corsa di Big Pharma alla produzione di vaccini, con la benedizione –interessata- di Bill Gates (privato) e dell’OMS (pubblica).

In realtà, la vera svolta verde richiede cambiamenti ancora più drastici di quelli prospettati da Greta & sue amiche; talmente drastici che nessun governo sarà ormai in grado di mettere in atto, in quanto sarebbero devastanti economicamente e umanamente nell’immediato.
Lo spazio rimastomi non mi consente di aprire questo capitolo, che mi riservo di trattare prossimamente

Marco Giacinto Pellifroni                           7 novembre 2021

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2 thoughts on “G20 – 2 = G18”

  1. Finalmente la verità sulla farsa del G20. Un’ amara verità sulla situazione ambientale disastrosa a cui pare impossibile trovare soluzioni

  2. Anche Greta si è accorta, nonostante le foto con i leader mondiali, che il bla bla continua senza speranza.
    Articolo crudo e amaro ma, purtroppo veritiero.
    Bravo signor Pellifroni.

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