Ego te baptizo piscem: La ricetta italiana per benedire ogni contraddizione

 Ego te baptizo piscem: La ricetta italiana per benedire ogni contraddizione
Ovvero: Come cucinare la politica con trenette, patate e fagiolini (senza mai amalgamare nulla)

C’era una volta un parroco goloso che, trovandosi di venerdì davanti a un tacchino arrosto, risolse il dilemma teologico-gastronomico con un colpo di genio: “Ego te baptizo piscem”. Io ti battezzo pesce. E così la carne divenne pesce, il venerdì divenne pranzo, e la fede si piegò elegantemente alla fame.

Questa antica saggezza italiana – l’arte suprema di chiamare le cose con altri nomi pur di non rinunciare a nulla – trova oggi la sua espressione più perfetta nella politica nazionale. E, curiosamente, nella ricetta delle trenette al pesto, patate e fagiolini.

 La ricetta della democrazia ligure

Prendiamo questa preparazione tipica. Le istruzioni sono chiare: “Si tratta di una ricetta facilissima dato che pasta, patate e fagiolini vengono cotti nella stessa pentola”. Tutto insieme, tutto mescolato, tutto che dovrebbe amalgamarsi naturalmente. In teoria.

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Perché poi scopri che servono 45 minuti di preparazione, che il basilico va lavato “più volte” per rimuovere “residui di terriccio e impurità”, che l’olio deve essere “freddo di frigo” altrimenti il pesto non resta verde brillante, che devi frullare “a impulsi” per non surriscaldare, che le patate vanno tagliate “a dadini non troppo grandi”, e soprattutto – dettaglio rivelatore – che il pesto va “stemperato con l’acqua di cottura finché non sarà morbido, leggermente fluido”.

Ecco la metafora perfetta della nostra politica: ingredienti che bollono insieme ma non si mescolano, che richiedono continui aggiustamenti, stemperature, compromessi, e alla fine qualcuno deve metterci le mani e amalgamare tutto “per distribuire bene il condimento”.

 I protagonisti della pentola

Nella pentola della politica italiana del 2025 abbiamo:

*Le trenette* – la struttura portante, la pasta che dovrebbe reggere tutto. Sono i partiti, sempre più numerosi (otto in Campania, sei in Puglia e Veneto), sempre meno consistenti. Come le trenette, “un formato simile alle linguine”: sembrano qualcosa ma in realtà assomigliano a qualcos’altro.

*Le patate* – promettono cremosità, rilasciano amido “rendendo il tutto più cremoso”. Sono i politici di lungo corso: De Luca, Emiliano, Zaia. Governano da 10, 20, 30 anni. Rendono tutto più denso, più pesante, più attaccato al fondo della pentola. La continuità che nessuno chiede ma tutti ricevono.

*I fagiolini* – il loro “gusto delicato mitiga quello più intenso del pesto”. Sono gli elettori, quei pochi che ancora vanno a votare (49% in Veneto, 41,8% in Puglia, 44,10% in Campania). Cercano di mitigare, di bilanciare, ma sono sempre meno e sempre più invisibili.

*Il pesto* – ah, il pesto! Preparato con cura certosina, “150 grammi di basilico fresco”, “foglie piccole e tenere”, frullato con “lame potenti”. È il discorso politico, fatto di “valori”, “principi”, “programmi”. Verde brillante, profumato, bellissimo da vedere. Peccato che poi vada “stemperato” fino a diventare “leggermente fluido” per poter ricoprire tutto senza dare fastidio a nessuno.

 La benedizione del tacchino

E qui torniamo al nostro parroco. La destra italiana fa esattamente come lui: prende la carne (interesse elettorale, calcolo politico, uso strumentale) e la benedice chiamandola pesce (Papa, Vangelo, rosario, famiglia, valori). “Ego te baptizo piscem”. Meloni e Salvini si presentano come difensori della fede, e la fede li protegge elettoralmente. Il tacchino diventa pesce, il potere diventa missione, e tutti possono mangiarsi l’arrosto anche di venerdì.

La sinistra, dal canto suo, ha risolto il problema in modo ancora più elegante: ha eliminato il venerdì. Non ci sono più precetti, non ci sono più divieti, non c’è più un calendario liturgico da rispettare. Elly Schlein – si chiedono in molti – “sa che esiste un mondo cattolico?” E la risposta sembra essere: “La politica è laica”, che nella fattispecie italiana significa “il tacchino non esiste, il venerdì non esiste, e comunque io sono vegana”.

L’astensione come ricetta

Il risultato? Il primo partito d’Italia è l’astensione. Gli italiani hanno deciso che questa ricetta non li convince. Guardano la pentola dove tutto bolle insieme senza amalgamarsi, annusano il pesto stemperato fino a non sapere più di nulla, vedono le stesse patate che galleggiano da trent’anni, e decidono che forse è meglio saltare il pranzo.

I credenti o non c’entrano o c’entrano così male che sarebbe meglio che non c’entrassero. Ma lo stesso vale per tutti: i giovani, i delusi, i poveri, i “penultimi”. La sinistra “non rappresenta più gli ultimi ma neanche più i penultimi, quelli smarriti e umiliati dalla storia”.

Come le trenette al pesto preparate male: tutti gli ingredienti ci sono, la ricetta è quella giusta, ma qualcosa non funziona. Il pesto resta grumoso, le patate si sfaldano, i fagiolini sono troppo cotti, e le trenette si incollano sul fondo.

 Il perfetto equilibrio di sapori (che non c’è)

La ricetta promette “il perfetto equilibrio di sapori”. La politica promette rappresentanza, giustizia, cambiamento. Ma poi scopri che “le elezioni sembrano sempre più ridotte a un censimento delle identità politiche”. Non si vota per migliorare la sanità o i trasporti – che sono le competenze effettive delle Regioni – ma per sventolare la propria bandiera, per dire “io sto con questi” o “io sto con quelli”.

È il “chi non salta è comunista” della politica ridotta a tifo. È la “corsa verso gli estremi” dove “si preferisce chi la spara sempre più grossa”. È il dibattito sulle “famiglie che vivono nei boschi, sul sentimento nazionale dei tennisti, sul sesso delle pugili algerine” mentre le liste d’attesa per le visite mediche sono infinite e i treni regionali sono affollati e in ritardo.

 Stemperare con l’acqua di cottura

L’istruzione più rivelatrice della ricetta: “Sistema in una ciotola capiente qualche cucchiaio di pesto e stemperalo con l’acqua di cottura finché non sarà morbido, leggermente fluido”.

Ecco cosa fa la politica italiana: stempera. Diluisce. Rende tutto “leggermente fluido” affinché non dia fastidio, non graffi, non prenda posizione. I superprofitti? Sì, forse, vediamo, stempereremmo. I balneari? Certamente, però, bisogna, stemperiamo. La sanità? Assolutamente, quando, come, stempereremo ancora.

E intanto “coalizioni di partiti sempre più affollate e urne sempre più deserte”. Otto partiti per Fico, sei per Decaro, sei per Stefani. Tutti nella stessa pentola, tutti che bollono insieme, tutti che promettono di amalgamarsi. Ma nessuno che alla fine sa di qualcosa.

La conclusione (del tipo “la favola dimostra che”)

Il parroco del nostro aneddoto almeno era onesto nella sua disonestà. Sapeva di star imbrogliando, sapeva che il tacchino rimaneva tacchino, ma aveva fame e trovò una soluzione creativa. La politica italiana invece si è convinta davvero che basti la benedizione, basti chiamare le cose con altri nomi, basti mettere tutto nella stessa pentola perché magicamente si amalgami.

Ma le trenette lo sanno: senza qualcuno che mescola, che amalgama, che “distribuisce bene il condimento”, la pasta resta pasta, il pesto resta pesto, e le patate affogano sul fondo rilasciando un amido che rende tutto più pesante e indigesto.

Gli italiani, saggiamente, hanno deciso di restare a digiuno. Aspettano un cuoco che sappia davvero fare questa benedetta ricetta. O almeno un parroco che, invece di battezzare il tacchino, ammetta onestamente: “È venerdì, è carne, la mangio lo stesso perché ho fame e perché credo che le regole stupide vadano infrante”.

Ma questa, in Italia, sarebbe una rivoluzione troppo radicale. Meglio continuare a stemperare il pesto con l’acqua di cottura, a battezzare tacchini, e a promettersi che la prossima volta, forse, chissà, magari, si amalgamerà tutto alla perfezione.

Ego te baptizo piscem. E buon appetito, a chi ha ancora fame di votare.

P.S. La ricetta originale consiglia di gustare le trenette “insieme a una bottiglia di Vermentino di Liguria”. Per la politica italiana si consiglia invece un generoso bicchiere di Amaro di Astensione, da sorseggiare con rassegnazione mentre si aspetta che qualcuno, finalmente, impari a cucinare.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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