Note a margine di Xenia: Xenia II, 4

Xenia II, 4
Con astuzia,
uscendo dalle fauci di Mongibello
o da dentiere di ghiaccio
rivelavi incredibili agnizioni.
Se ne avvide Mangàno, il buon cerusico,
quando, disoccultato, fu il randello
delle camicie nere e ne sorrise.
Così eri: anche sul ciglio del crepaccio
dolcezza e orrore in una sola musica.
Due sole rime, distanziate: Mongibello-randello e ghiaccio-crepaccio.
Importante l’assonanza astuzia-musica che apre-chiude la poesia, e quell’altra avvide-camicie ( ve ne sono altre, ma questa coppia è l’ unica ad essere anche piana e perciò in grado di incidere come richiamo semantico, al di là di ogni esasperazione combinatoria che si possa reperire ).
Il tentativo di adeguarsi allo spirito della compagna che allinea “dolcezza e orrore” per informarne la lirica, tramite termini come Mongibello ( che sta per Etna ed è probabilmente reminiscenza ariostesca ) e cerusico, con ancora maggior probabilità suggerito dal D’Annunzio del “Cerusico di mare”.
Tali le segnalazioni formali di rilievo per questa lirica volta a celebrare la capacità di Mosca di “incredibili agnizioni”, di cui il riconoscimento scherzoso di Mangàno è chiaramente solo una sineddoche.
Appena la malattia lascia respiro a Mosca nelle pause della febbre e tra gli estremi del sentirsi bruciare e ghiacciare, scampata alla morte, ecco che riaffiora il suo temperamento ironico.
Nell’aneddoto trasformato in poesia, ne fa bonariamente le spese il chirurgo dottor Mangàno che la cura e che, per il suo ( di lui ) cognome, si sente titolato e fatto parte delle camicie nere e già fornito del materiale d’uso.
Da notare come l’idea di caduta tragica sia espressa nella pericolosa imminenza certamente del termine “crepaccio”, ma anche dal collegamento che con esso hanno il secondo e terzo verso.
Infatti per bordi del vulcano viene usato “fauci”, generalmente inteso come bocche feroci e dentiere, che di nuovo fanno pensare ad una bocca, questa volta atta a masticare e poi ad inghiottire, non mai a sorridere, sicché se avesse parlato di denti avrebbe depotenziato il messaggio di pericolo e sofferenza che voleva trasmettere, nel contrasto di caldo-freddo alla stessa associazione di idee di essere inghiottiti dalla bocca del vulcano o da più generiche bocche contornate da dentiere di ghiaccio ( e relativi morsi ).
Tutta la scena, con il sotterraneo aldilà che nel timore di tutti, anche dei santi, può essere l’inferno fatto di fuoco e ghiaccio, ha suggestioni dantesche.
Il finale della lirica è sentenzioso. Ma questa volta è una descrizione che ha valenza di consuntivo e di giudizio.
Purtroppo, infatti, può tener conto prima di esprimerlo in questi termini, di tutta la vita di Mosca, e quindi ne è certo: “Così eri: anche sul ciglio del crepaccio / dolcezza e orrore in una sola musica”. Si noti l’alliterazione-richiamo che il termine “musica” ha con Mosca, e che consente di parafrasare il verso finale così: dolcezza e orrore ospitati, pur così diversi, nella sola persona di Mosca, che ne incarna l’impasto armonizzandoli in una musica tutta sua.
Come spesso accade per Montale, è necessario contestualizzare storicamente: l’episodio è del ’44, in una Firenze appena liberata dall’occupazione nazi-fascista.
Siamo di fronte, dunque, alla cronaca di uno scampato pericolo ( “uscendo dalle fauci di Mongibello / o da dentiere di ghiaccio” ).
Pericolo insieme individuale e storico.