Destinata a buscarle: Kaja Kallas, la secchiona che da Tallinn è finita nella gabbia dei leoni di Bruxelles

 Destinata a buscarle: Kaja Kallas, la secchiona che da Tallinn
è finita nella gabbia dei leoni di Bruxelles

Kaja Kallas

C’è stato un tempo, non lontano, in cui Kaja Kallas era semplicemente una ragazzina che ascoltava dietro la porta della cucina di casa, a Tallinn. Suo padre, Siim Kallas, patriarca della rinascita estone e futuro commissario europeo, discettava con i grandi della transizione. Da bambina, Kaja non osava partecipare. Studiò giurisprudenza per sfuggire al confronto con il genitore, convinta di poter diventare avvocata e restare lontana dai riflettori. Ma il sangue di una famiglia di deportati in Siberia e la storia stessa del suo paese l’hanno spinta altrove. Nel 2010 è entrata in politica, nel Partito Riformatore fondato dal padre, e in pochi anni ha scalato tutte le gerarchie: deputata nazionale, eurodeputata a Bruxelles e, dal 2021 al 2024, prima premier donna dell’Estonia.

È stata lì, durante l’invasione russa dell’Ucraina, che si è guadagnata le sue prime due etichetze opposte. Per alcuni, una “dama di ferro baltica”, l’anti-Putin più credibile in Europa; per altri, una guerrafondaia in gonnella, con l’ossessione di armare Kiev e demonizzare Mosca. Ma a Bruxelles piacevano le sue certezze granitiche. Quando nell’estate 2024 i vertici dell’Unione hanno dovuto spartirsi le poltrone più alte, il nome di Kaja Kallas è stato quello giusto al posto giusto. La sua nomina ad Alto rappresentante per la politica estera, avvenuta a dicembre 2024, è stata accolta con entusiasmo da atlantisti e falchi antirussi.

Quella che sembrava l’apoteosi di una carriera scolpita a regola d’arte si è però rivelata, col senno di poi, una gabbia d’oro. Da quel momento, e soprattutto negli ultimi sei mesi, Kaja Kallas ha cominciato a buscarsele da tutte le parti: da destra e da sinistra, da sotto e sopra, davanti e dietro.

Da destra, le provocazioni della nuova amministrazione Trump, che l’ha accusata di rappresentare un’Europa debole e divisa. Da sinistra, i moralismi di chi, come i governi di Irlanda, Paesi Bassi e Spagna, ha contestato la sua ambiguità sui doppi standard: dura con la Russia, che vorrebbe cacciare dalla Biennale di Venezia, ma tenera con Israele, che non vuole escludere dall’Eurovision. La stessa Kallas è stata colta in flagrante contraddizione: da una parte dichiarare “moralmente sbagliato” il ritorno della Russia all’arte veneziana, dall’altra definire “punizione del popolo israeliano” un eventuale boicottaggio culturale di Tel Aviv. Un’ipocrisia che non è passata inosservata.

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Da sotto, la terra le è improvvisamente mancata sotto i piedi quando, nel dicembre 2025, la Procura europea ha aperto un’inchiesta per frode e corruzione negli appalti del Servizio europeo per l’azione esterna, l’ufficio che lei stessa dirige. Per quanto abbia promesso “trasparenza totale”, lo scandalo ha minato la sua credibilità e ha inasprito i rapporti già tesi con la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Da sopra, la stessa von der Leyen ha cominciato a guardarla con crescente sospetto, temendo che la popolarità della sua “Alta rappresentante” potesse oscurarla.

Davanti, la Russia: Putin e i suoi portavoce l’hanno bollata come un’istigatrice alla guerra, inadatta a qualsiasi ruolo di mediatore. Il Cremlino ha ripetuto che non siederà mai al tavolo con lei. E un politico finlandese ha sentenziato che Kallas ha “zero possibilità” di negoziare la pace. Dietro, l’ombra ingombrante di Viktor Orbán, che per anni l’ha contrastata con ogni mezzo. Il premier ungherese l’ha paragonata a Napoleone e a Hitler, l’ha derisa per la sua “retorica bellicosa” e ha definito “triste e senza valore” il suo sostegno all’Ucraina. Fino a pochi mesi fa, Orbán era l’incarnazione vivente del traditore interno all’UE, un nemico che Kallas non riusciva a domare.

Ma oggi, Orbán appartiene al passato. Sbattuto alle elezioni di aprile 2026 dopo sedici anni di potere, l’uomo che aveva trasformato l’Ungheria in una democrazia illiberale e si era fatto paladino di Trump e Putin è stato spazzato via da Péter Magyar. Oggi Orbán è politicamente defunto: il suo corpo politico giace inanimato nei salotti bui di Bruxelles, e nessuno, nemmeno i suoi più fedeli alleati, si sogna più di invocarlo come modello. È stato un alleato scomodo, poi un nemico, infine un relitto.

E così Kaja Kallas si ritrova da sola, circondata solo da minacce e pressioni. Per sopravvivere, ha imparato l’arte dell’infingimento e del cabotaggio. Dice una cosa e il suo contrario, naviga a vista tra le secche della diplomazia, trattiene il fiato quando la pressione sale. È diventata una valvola di sfogo: quando l’assedio si fa troppo soffocante, apre una piccola fessura, lascia uscire un po’ di vapore con una dichiarazione anodina o un sorriso di circostanza, e richiude. Ma le valvole di sfogo, prima o poi, si rompono. E quando quella di Kaja Kallas si romperà, l’esplosione farà tremare il mondo. Perché l’intera architettura della politica estera europea oggi poggia sulle sue spalle fragili, e se lei crolla, crolla tutto.

Così, la secchiona che da ragazzina ascoltava dietro la porta, sognando di non somigliare al padre, oggi è diventata l’ago della bilancia tra guerra e pace, tra Occidente e resto del mondo. Destinatia buscarle da ogni dove, Kaja Kallas resiste ancora. Ma per quanto?

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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2 thoughts on “ Destinata a buscarle: Kaja Kallas, la secchiona che da Tallinn è finita nella gabbia dei leoni di Bruxelles”

  1. L’articolo su Kaja Kallas ha uno stile quasi romanzesco, e forse proprio lì sta la sua forza: racconta la politica europea non come un freddo manuale diplomatico, ma come una giungla dove anche i curriculum perfetti rischiano di essere divorati. Il ritratto della “secchiona baltica” cresciuta all’ombra del padre, passata dai corridoi di Tallinn a quelli di Bruxelles, funziona bene perché coglie una verità politica: in Europa spesso vengono premiati leader molto preparati tecnicamente, ma poi catapultati in incarichi dove contano soprattutto cinismo, mediazione e capacità di sopravvivenza. L’articolo insiste sul fatto che la guerra in Ucraina abbia trasformato Kallas in un simbolo dell’intransigenza anti-Putin. E questo è indubbio: per molti Paesi baltici la Russia non è un concetto geopolitico astratto, ma una memoria storica viva fatta di occupazione sovietica, deportazioni e paura. Anche la storia familiare di Kallas pesa molto nella sua postura politica.

  2. Interessante la parte critica del pezzo: Bruxelles avrebbe scelto una figura molto ideologica in una fase che richiederebbe invece diplomazia più elastica. È qui che emerge la metafora della “gabbia dei leoni”. Fare la premier in Estonia è una cosa; diventare il volto della politica estera europea significa dover parlare contemporaneamente con Washington, Kiev, Pechino, Ankara, Tel Aviv e magari domani persino Mosca. E lì le certezze granitiche rischiano di trasformarsi in rigidità.
    Il commento più pungente dell’articolo, secondo me, è implicito: l’Unione Europea continua spesso a scegliere figure simboliche più che veri strateghi geopolitici. Kallas rappresenta perfettamente la linea atlantista e antirussa dell’Est europeo, ma oggi il mondo multipolare richiede anche ambiguità, compromesso e capacità di tenere insieme interessi divergenti. Qualità che Bruxelles spesso confonde con debolezza. Resta però un fatto: piaccia o no, Kaja Kallas è una delle poche leader europee che parla di Russia senza prudenza burocratica. E questo, nel bene o nel male, la rende molto più incisiva di tanti tecnocrati grigi passati per Bruxelles senza lasciare traccia.

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