CINEMA: Arca russa

RUBRICA SETTIMANALE DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO
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Arca russa

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Arca russa
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Titolo Originale: RUSSKIJ  KOVCHEG

Regia: Aleksandr Sokurov

Interpreti: Serge Dreiden, Maria Kzsnetsova, Leonid Mozgovoy

Durata: h 1.36 

Nazionalità: Russia, Germania 2002

Genere: drammatico 

Recensione di Biagio Giordano

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   Arca russa (in russo: Русский ковчег) è un film drammatico del 2002, diretto da Aleksandr Sokurov, il film è noto nel mondo della  critica cinematografica per alcune straordinarie originalità nella ripresa e per la potenza visiva degli argomenti trattati che risultano unici nella storia del cinema di tutti i tempi.


A seguito di una disgrazia di cui non ha una precisa conoscenza, un uomo dei nostri tempi, che potrebbe essere addirittura in coma, racconta ciò di cui è involontario spettatore onirico.

Egli viene a trovarsi, insieme a un intellettuale tedesco del ‘800, nel famoso complesso dell’Ermitage di San Pietroburgo in Russia, comprendente il Palazzo d’Inverno, il teatro e il famoso Museo d’arte tra i più importanti del mondo. I due assistono stupiti ad alcuni eventi storici e politici molto celebri che vedono protagonisti Pietro il grande, Caterina di Russia, e la famiglia dell’ultimo Zar, per lo più impegnati in azioni diplomatiche di grande rilevanza epocale.

I due girando tra le sale colme di opere d’arte europee, alcune strabilianti,   noteranno turisti visitatori anche dei nostri tempi, forse a testimonianza di un’arte talmente rilevante che ha annullato il tempo cogliendo aspetti dell’uomo e della vita validi in ogni epoca: aspetti rappresentati ad esempio da un vero intenso profondo riconoscibile come ciò che domina e anima in modo occulto il fare più passionale di sempre.


Essi assisteranno inoltre a un lungo ballo sfarzoso, regale, le cui infinite coppie di nobili si muovono armonicamente al ritmo di una concentratissima orchestra sinfonica, uno scenario collocabile per stile e costume nel fine ottocento.

I due protagonisti scopriranno a un certo punto che tutto il complesso dell’Ermitage galleggia in mezzo al mare.

Grandioso e originale sarà poi il finale: con le 3.000 comparse in costume d’epoca che scendono per le scale di uno dei palazzi, a festa finita: un lungo scenario mai visto al cinema, di grande impatto visivo, una sequenza fotografica di eccezionale emotività, che dà addirittura l’impressione di bucare, ricomponendolo poi in una forma inedita, il tempo della storia del cinema, la sua etica e il suo campo di pudore più rappresentativo, e la tipicità abituale dello schermo stesso, sfociando in una dimensione visiva assolutamente nuova e proprio per questo di notevole aggressività estetica che nessun altro regista oserà più percorrere.


 

Film di un’ora e mezza senza stacchi, con riprese continue stile piano sequenza, da sottolineare lo straordinario e incredibile coordinamento delle 3.000 comparse in costume presenti nel complesso architettonico dell’Ermitage, messe in scena in un unico tempo di un’ora e mezza (ricordate Mezzogiorno di fuoco?).

Il film sotto forma di delirio-sogno esalta e soddisfa un desiderio-passione dell’autore protagonista molto colto, che vorrebbe fermare il tempo materializzandolo in uno spazio intersecato dal passato, coagulandone le bellezze-ricordo racchiuse di diverse epoche e viaggiando con esse in un mare aperto verso l’ignoto.

Il film bellissimo pone tra le righe anche la questione attualissima di quando staccare la spina ai pazienti in coma di cui non si è mai certi della presenza o assenza nel loro cervello di attività onirica… Vergognoso fiasco al botteghino.

 

 BIAGIO GIORDANO
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