LA PACE DEI DISSANGUATI

LA PACE DEI DISSANGUATI
Non il trionfo della diplomazia, ma l’esaurimento della macchina bellica

22 Ottobre 2026

Gli adunamenti diplomatici e i vertici trilaterali ventilati tra Mosca, Washington e Pechino per le prossime settimane non raccontano l’improvviso risveglio di un’etica umanitaria. Se alle battute finali di questo ottobre 2026 i palazzi del potere evocano per la prima volta la fine vicina del conflitto, non è per una ritrovata benevolenza, né per una conversione morale dei contendenti. La prospettiva di una pace — o per lo meno della cessazione delle ostilità — sta irrompendo sulla scena geopolitica sotto forma di una rigida resa ai fatti materiale, logistica ed economica.

Un paese spremuto fino al midollo

L’Ucraina si affaccia a questo snodo negoziale logorata da quattro anni di attrito ininterrotto. Non si tratta solo delle ferite alle sue infrastrutture strategiche e alla rete energetica, piegate da cicli continui di raid, né della devastante emorragia demografica. L’Ucraina appare letteralmente spremuta come un limone: dal punto di vista economico, industriale e della sostenibilità sociale, il paese ha raggiunto la soglia della saturazione operativa. La dipendenza totale dalle iniezioni finanziarie e dai rifornimenti stranieri ha progressivamente ridotto lo spazio di manovra sovrano, costringendo Kiev a guardare a trattative di compromesso non per vocazione pacifica, ma per pura impossibilità oggettiva di proseguire indefinitamente lo sforzo bellico allo stesso ritmo.

 Il ciclo capitalistico della guerra ha completato la sua parabola

La guerra è stata, fin dal suo principio, un imponente motore di accumulazione e ristrutturazione economico-industriale. Ha accelerato la rotazione di enormi capitali, alimentato l’industria della difesa globale, rimodellato le rotte dell’approvvigionamento energetico e consentito la liquidazione di interi stock di armamenti di vecchia generazione. Ma come ogni ciclo del capitalismo finanziario e industriale, anche il ciclo economico della guerra attraversa le sue fasi: espansione, saturazione e, infine, rendimenti marginali decrescenti. Continuare ad alimentare il conflitto a livelli d’intensità totalizzante non garantisce più i ritorni geopolitici ed economici dei primi anni; l’equilibrio costo-beneficio per gli attori globali si è invertito, trasformando il prosieguo dello scontro in un fattore di insostenibile destabilizzazione dei mercati e dei bilanci pubblici.

 I limiti fisici della distruzione: il deficit di munizioni e droni

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Oltre alle dinamiche macroeconomiche, a dettare i tempi del cessate il fuoco sono i limiti fisici delle catene di montaggio. Dietro le dichiarazioni d’intenti e i bollettini del fronte, la realtà industriale è spietata: la disponibilità di munizioni d’artiglieria, di sistemi di difesa aerea, di vettori missilistici e dei complessi componenti elettronici per i droni da ricognizione e d’attacco sta toccando il fondo. Nessuna economia di guerra è riuscita a stare al passo con i ritmi di consumo del campo di battaglia modernizzato. Gli arsenali occidentali e russi soffrono di una spossatezza strutturale che i picchi di produzione straordinaria non riescono più a compensare, trasformando la condotta delle operazioni militari in un esercizio d’attrito a corto di combustibile e di proiettili.

 Dalla pars destruens alla pars costruens

L’architettura del conflitto sta inevitabilmente esaurendo la sua pars destruens — quella dedicata al ridimensionamento reciproco, al consumo delle risorse e al tracciamento di nuovi confini informali sul campo. Subentra ora l’ineludibile necessità della pars costruens: la fase in cui gli oligarchi della ricostruzione, i mercati finanziari internationali e i blocchi geopolitici devono passare al riassetto dei territori, alla ripartizione dei fondi per la ricostruzione e all’istituzionalizzazione delle nuove aree d’influenza. Non è la fine delle ambizioni egemoniche, ma il loro spostamento dalle trincee alle tavole negoziali e ai contratti di finanziamento post-bellico.

L’ombra dell’apocalisse e l’ipotesi di un nuovo equilibrio

Su tutto questo impianto politico ed economico grava, infine, la costante e inaccettabile spada di Damocle della catastrofe atomica. Il rischio di una spinta oltre il punto di non ritorno, alimentato dalla continua escalation tattica e dai pericoli connessi alle infrastrutture critiche, ha imposto ai grandi attori nucleari di fissare un tetto alla propria audacia.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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One thought on “LA PACE DEI DISSANGUATI”

  1. Il pezzo di Antonio Rossello propone una lettura provocatoria: la pace potrebbe arrivare non perché prevalga la ragione, ma perché la guerra è diventata troppo costosa da sostenere. È una tesi interessante, anche se l’esaurimento delle risorse non rende automaticamente inevitabile un accordo

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