UOMINI, BESTIE E ANIMALI

UOMINI, BESTIE E ANIMALI

UOMINI, BESTIE E ANIMALI 

             Che anche l’ Homo sapiens  appartenga al cosiddetto regno animale è oggi una convinzione talmente ovvia e condivisa che non ha davvero bisogno di essere dimostrata; basta guardarsi allo specchio e confrontare la nostra immagine con quella di un esemplare  delle scimmie definite, non senza motivo, antropomorfe,  per notare le somiglianze morfologiche e quell’incontestabile, benché difficile da accettare, aria di famiglia che ci  ricorda la comune discendenza da antenati non ancora, o quasi,  umani come i primati (mammiferi placentati).  Incontestabile? Proprio per niente: il  darwinismo è stato sempre avversato da tutte le chiese e da tutti i teologi “ortodossi” delle varie confessioni; e si può capire  perché: se fosse vera la teoria evoluzionistica, non ci sarebbe  bisogno di un Dio creatore del cielo, della terra, dei “grandi mostri marini e di tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie” (Gen 1, 21), e, soprattutto, dell’uomo, creato  a sua immagine e somiglianza; a immagine e somiglianza di Dio, non di un primate antropomorfo!  Basti pensare, per tacer d’altro,  alla condanna formulata da Pio XII ancora nel 1950, nell’enciclica Humani generis: “Chiunque osservi il mondo odierno, che è fuori dell’ovile di Cristo, facilmente potrà vedere le principali vie per le quali i dotti si sono incamminati. Alcuni, senza prudenza né discernimento, ammettono e fanno valere per origine di tutte le cose il sistema evoluzionistico, pur non essendo esso indiscutibilmente  provato nel campo stesso delle scienze  naturali, e con  temerarietà sostengono l’ipotesi monistica e panteista dell’universo in continua evoluzione. Di quest’ipotesi volentieri si servono i fautori del comunismo per farsi difensori e propagandisti del loro materialismo dialettico e togliere dalle menti ogni nozione di Dio”.


D’altra parte le religioni si rivolgono non tanto agli  aspetti che l’Homo sapiens   ha in comune con gli altri animali quanto a quei tratti che potremmo definire soprasegmentali e che ne fanno una specie  sui generis , dotata di facoltà e caratteristiche così diverse dalle altre specie che qualcuno ha ipotizzato addirittura trattarsi di una specie aliena, quasi provenisse da un altro pianeta. Ora, senza sconfinare nella fantascienza, quale animale diverso dall’Homo sapiens, infatti,  ha mai costruito città, templi, cattedrali, tombe monumentali come le piramidi o mausolei come quello di Pergamo, e anche  opere d’arte immortali come la Venere di Milo, il PantheonLa dama con l’ermellino, il Giudizio universale, l’’Amor sacro e l’amor profano, l’Estasi di Santa Teresa d’Avila, Papa Innocenzo X, la Cena di Emmaus, la Ragazza che legge una lettera , L’AngélusL’AbsintheLa rotonda Palmieri , L’église d’Auvers-sur-Oise. La Famille Bellelli, L’homme qui marche, per non citare che i primi capolavori che mi vengono in mente? O, in campo musicale, opere come  la Passione secondo Matteo,o lo Stabat mater ,  o la sinfonia Jupiter, o la Messa da Requiem? E quale animale non umano avrebbe potuto scrivere la Summa theologiae , la Divina commedia o Delitto e castigo?


 

Attenzione, con questo non intendo stabilire una sorta di gerarchia tra l’Homo sapiens  e gli altri animali, non una gerarchia ma una differenza: l’Homo sapiens ha delle possibilità e delle capacità sue proprie che gli altri animali non hanno, viceversa gli animali hanno capacità e possibilità negate all’uomo, si pensi solo alla finezza dell’odorato e dell’udito dei cani, alla vista dei gatti e degli uccelli, al radar dei pipistrelli, al letargo delle marmotte, alla muta dei serpenti, alla capacità mimetica del camaleonte, ecc. Sì, ma l’acutezza sensoriale e certe straordinarie abilità acrobatiche o adattative riscontrabili nelle scimmie, e certe  peculiarità comportamentali studiate dagli etologi, come la fedeltà dei cane, il senso del dovere dei piccioni viaggiatori, la dedizione al bene comune degli imenotteri o delle formiche fanno parte della loro natura, e sono trasmesse per via ereditaria; quindi non hanno nessun merito nell’agire come agiscono: gli animali sono quello che sono non per scelta ma per necessità, mentre l’Homo sapiens  è libero di scegliere, entro certi limiti, tra diversi modelli di comportamento, in quanto possiede (o dovrebbe possedere) la coscienza di ciò che è bene e di ciò che è male per sé e per il prossimo. Vero, nessun animale però ha mai ideato e costruito armi di distruzione di massa tali da mettere a rischio la vita stessa sul nostro pianeta: una differenza fondamentale, infatti (oltre ovviamente al linguaggio verbale e scritto) è la capacità di costruire strumenti,  tra cui armi di difesa e di offesa il  possesso delle quali permette di esercitare il potere di vita e di morte su altri uomini e sugli altri animali.


Tra le facoltà specifiche dell’Homo sapiens c’è anche, tuttavia,  quella di progettare, oltre a ordigni per seminare morte e distruzione, anche opere di carità come la cura dei malati e l’assistenza ai bisognosi, e quella di inventare riti,  codici e leggi indispensabili per un’ordinata e civile convivenza. Quando Aristotele definiva l’uomo “animale politico” intendeva dire che era fatto per vivere in città e in società ben organizzate, e che solo nella polis avrebbe potuto realizzare degnamente la propria vita, a differenza, appunto, delle bestie e degli dei, le une perché non hanno bisogno di leggi diverse da quelle naturali, gli altri perché non hanno bisogno di nulla. Nella cultura greca, dunque, gli uomini sono esseri intermedi tra gli animali e la divinità. Nel mito sull’origine degli esseri viventi narrato dal sofista Protagora nell’omonimo dialogo platonico, il titano Epimeteo, fratello “non molto intelligente” del più avveduto e ponderato Prometeo, pretese di distribuire a tutti gli animali le facoltà necessarie a ciascuno per la propria sopravvivenza; senonché, quando venne il momento di dotare anche l’uomo dei mezzi necessari a spravvivere, si accorse di aver donato tutte le risorse di cui disponeva ad esseri privi di ragione. Mentre Epimeteo almanaccava sul da farsi, sopraggiunse  Prometeo, venuto ad esaminare gli esiti della distribuzione, e trovò l’uomo nudo, scalzo, inerme, sprovvisto di tutto. Allora, messo da parte ogni timore reverenziale, osò rubare a Efesto il fuoco e ad Athena l’arte della tecnica, e ne fece dono all’uomo (è noto l’atroce castigo che gli costò questo gesto di generosità). Grazie dunque al possesso del fuoco e della tecnica, l’uomo partecipa in qualche misura,  secondo il mito, alla sorte divina, tant’è vero che fu il solo tra gli animali a riconoscere l’esistenza degli dei e a dedicare loro altari e immagini sacre. In seguito, continua Protagora, “con l’arte sciolse la voce, formò vocaboli, costruì abitazioni, si procurò vesti, calzature, letti e alimenti coltivando la terra. Ma, pur così dotati, gli uomini abitavano sparsi sul territorio, dato che non esistevano le città, e così venivano dilaniati dalle fiere: la tecnica, utile a procurarsi il sostentamento, era però inefficace contro le fiere, dal momento che non conoscevano ancora l’arte politica di cui fa parte l’arte della guerra. Per questo motivo fondarono le città per vivere insieme e insieme provvedere alla propria difesa. Ciò malgrado, stando riuniti insieme cominciarono le discordie, le rivalità, le lotte intestine e la guerra di tutti contro tutti, ragione per cui si dispersero di nuovo e di nuovo venivano sbranati dalle fiere. A questo punto Zeus, temendo l’estinzione della nostra stirpe, invia Ermes agli uomini con due doni supplementari: reverenza e giustizia, perché fossero vincoli di reciproco rispetto e amicizia”. Questi due doni, diversamente da quelli concerneti le arti e i mestieri, erano per tutti, indistintamente; e questo perché in mancanza del rispetto reciproco e della giustizia nessuna società umana potrebbe reggere a lungo. 


 

A questo servono le costituzioni politiche e le leggi nella cultura greca; la politica insieme alle doti intellettuali, al linguaggio  e alle capacità tecniche fanno la differenza tra gli uomini e le bestie. Nel libro della Genesi, com’è noto, Dio assegna ad Adamo (l’uomo) il potere assoluto “sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame e su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”, e il compito  di dare il nome a ciascun animale: l’uomo è al culmine del creato e il suo dominio sugli animali discende direttamente dalla volontà di Dio. Difficile immaginare una concezione più “specista” di questa: al di sopra di Adamo ci sono solo gli angeli (quelli buoni ma anche quelli cattivi), sotto di lui tutti gli altri viventi, a cominciara da Eva (la donna). Questa visione tipica del cosiddetto specismo – termine recente (1970) coniato dallo psicologo inglese Richard Ryder e adottato dai filosofi Peter Singer (Liberazione animale, 1975) e Tom Regan (I diritti animali, 1983) per indicare la discriminazione in base alla specie di appartenenza, così come “razzismo” e “sessismo” indicano la discriminazione in base alla razza e al sesso – è oggi confutata in radice dagli animalisti e dai filosofi antispecisti.  I due autori sopra citati estendono i diritti universali dell’uomo a tutti gli esseri viventi; per Singer in quanto tutti gli esseri viventi dotati di sistema nervoso provano piacere e dolore, e, almeno i mammiferi, sono in grado di soffrire “interiormente”, per esempio se chiusi in gabbia o se vengono loro sottratti i piccoli o se abbandonati dal loro padrone;  per Tom Regan gli animali vanno rispettati in quanto soggetti di diritto in sé, non perché senzienti ma perché esseri viventi, esattamente come gli animali umani. Va da sé che gli antispecisti, rigorosamente vegetariani,  sono contrari alla caccia e alla pesca, agli allevamenti di suini, bovini, pollame a scopo di lucro, all’uso di pelli e pellicce  animali per la produzione di abiti, borse, scarpe, cinture, ecc. E, naturalmente, sono avversi alla sperimentazione animale. Già, qui però si apre la spinosa questione della necessità o meno dell’uso degli animali da laboratorio per il progresso della ricerca medico-scientifica e farmacologica. Gli animalisti negano che i test sugli animali servano all’avanzamento della ricerca in biomedicina, anzi sostengono che, oltre ad essere immorali, sono anche dannosi, data la biodiversità di specie tra l’uomo e l’animale non umano (ma sarebbe allora più morale testare i farmaci direttamente sui malati?).


Peccato che la maggior parte degli addetti ai lavori, tra cui  autorità scientifiche indiscusse come Giacomo Rizzolatti, Elena Cattaneo, Silvio Garattini,  (altrettante  bestie nere per gli animalisti, che li considerano servi prezzolati e in malafede delle lobby farmaceutiche) sostiene che non è, almeno per il momento, possibile fare a meno della sperimentazione animale. Sì, è vero che sono in atto ricerche ed esperimenti per trovare metodi alternativi, come quello che riguarda lo sviluppo di modelli per i sistemi chimici complessi,  che è valso il Nobel per la chimica 2013 agli scienziati Martin Karplus, Michael Levitt e Arieh Warshel,  ma si tratta, appunto, di metodi sperimentali non ancora applicabili su larga scala; almeno secondo Giacomo Rizzolatti, lo scopritore dei neuroni-specchio, e dell’inviso (per non dir peggio: ha ricevuto minacce di morte, come è successo e succede a tanti ricercatori “vivisezionisti”) agli animalisti Silvio Garattini, che ha recentemente dichiarato: “Quando passiamo dallo stadio della cellula in vitro allo stadio del sistema organico, le cose cambiano: non si possono ottenere informazioni quali il cambio del battito cardiaco, l’aumento della pressione, la diminuzione della memoria”.  Purtroppo qui i poveri profani come il sottoscritto devono fidarsi dei competenti in materia, e limitarsi ad  esprimere, tuttalpiù, un giudizio etico soggettivo-emotivo (anch’io  preferirei che si potesse fare a meno da subito della sperimentazione animale) senza però pretendere di possedere la verità “oggettiva”.  Sintomatico è  il caso  di Caterina Simonsen, la giovane  studentessa di veterinaria, affetta da quattro gravi patologie, che ha avuto la malaugurata idea di pronunciarsi, tramite facebook, a favore di una corretta sperimentazione animale – alla quale deve i farmaci che la tengono in vita. Ebbene, Caterina  ha ricevuto, sempre via fb, insieme a tanti messaggi di solidarietà, una quantità tale di auguri di morte che ha dovuto chiedere l’intervento della polizia postale per porre  fine a quel linciaggio mediatico. E di fronte a simili aberranti fenomeni  risulta davvero difficile distinguere nettamente la linea di confine tra umanità, animalità e bestialità. O forse no: hanno ragione i filosofi antispecisti: ci sono in natura animali più umani di tanti uomini e tante donne che non conoscono il significato del verbo com-patire.

FULVIO SGUERSO

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