L’eleganza goffa del potere: Fitto, dalla passerella di Palazzo Pitti agli affondi da ippopotamo nella palude di Bruxelles
L’eleganza goffa del potere: Fitto, dalla passerella di Palazzo Pitti
agli affondi da ippopotamo nella palude di Bruxelles

Raffaele Fitto
C’è una certa ironia della sorte nel fatto che Raffaele Fitto sia diventato, suo malgrado, il perfetto emblema dell’italiano medio all’estero: impeccabile nell’incravattato, con giacca sartoriale e sorriso da statista, ma tradito da pantaloni rattoppati sotto la scrivania, impossibili da nascondere quando la sedia si alza e il mondo guarda. Per anni, l’ascesa di Fitto è stata una sfilata di moda a Palazzo Pitti: elegante, sinuosa, calibrata. Entrato in politica a diciannove anni tra i banchi della Democrazia Cristiana, eletto consigliere regionale nel 1990 e poi assessore. A trentuno anni, il più giovane governatore d’Italia alla guida della Puglia. Ministro con Berlusconi, poi eurodeputato, infine artefice del passaggio di una fetta rilevante dell’ex Dc in Fratelli d’Italia, diventando il luogotenente di Meloni a Bruxelles. Ogni passo era una coreografia studiata: la giacca ben tesa, la cravatta annodata con cura, il profilo da uomo di governo che non sbaglia un’uscita.
La passerella, però, era solo l’antipasto. Il vero spettacolo inizia quando la sfilata finisce e comincia la marcia nel fango. Negli ultimi sei mesi, quella camminata elegante si è trasformata nei movimenti goffi, disarticolati e rumorosi di un ippopotamo in una palude. L’animale – grande, pesante, apparentemente maestoso – quando entra in acqua scopre di non avere più controllo: affonda e riemerge senza grazia, solleva melma da tutte le parti, si dibatte con fatica, e ogni sua mossa agita lo stagno intero. È Fitto oggi. Nominato vicepresidente esecutivo della Commissione europea con delega alla Coesione e alle Riforme il 1° dicembre 2024, ha iniziato a somigliare sempre meno al diplomatico raffinato che aveva incantato le platee italiane e sempre più a un elefante in una cristalleria: rumore, confusione e, quando prova a muoversi, danni collaterali.
Il peso delle promesse non mantenute

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L’ultimo semestre ha visto Fitto protagonista di una ridda di infingimenti e cabotaggi degna del miglior commedia dell’arte. Il suo portafoglio europeo, enormemente ridimensionato rispetto alle ambizioni iniziali (solo Coesione e Riforme, niente PNRR diretto), lo ha costretto a una serie di giravolte politiche che hanno sconcertato persino i suoi più fedeli sostenitori. A luglio 2025, è stato messo sulla graticola durante l’audizione davanti alla commissione Sviluppo delle regioni del Parlamento europeo, criticato da tutti i gruppi, compreso il suo stesso Ppe. Pochi giorni dopo, la Commissione europea ha pubblicamente respinto la sua proposta di miglioramenti al bilancio per i fondi regionali, un vero e proprio schiaffo alla sua autorevolezza.
E intanto, l’ippopotamo sguazza nella palude senza rendersi conto del torbido che solleva. A ottobre 2025, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Regione Puglia contro Fitto per l’uso improprio dei fondi di rappresentanza tra il 2000 e il 2005. L’accusa? Aver utilizzato 187mila euro a fini elettorali. Una vicenda giudiziaria che Fitto ha sempre definito una persecuzione, ma che ora torna a galla con la sentenza della Suprema Corte che annulla la precedente assoluzione civile. Nel frattempo, la gestione del PNRR che aveva coordinato da ministro è stata definita fallimentare dall’opposizione, con ritardi accumulati su ritardi e un piano di revisione che taglia quasi 16 miliardi di progetti.
L’incravattato e i pantaloni rattoppati
Ma il simbolo più vivido di questa contraddizione è emerso nelle ultime settimane. Fitto, il vicepresidente esecutivo, è diventato il commissario invisibile. Una reputazione di non concedere interviste, di rendersi irreperibile persino per i diplomatici di alto livello a Bruxelles. Quando è costretto a uscire allo scoperto, come durante la visita al campus universitario di Charleroi nell’aprile 2026, viene accolto da contestazioni che lo definiscono fascista – un’accusa che lui respinge, ma che lo inchioda all’etichetta che la sinistra europea non gli toglierà mai.
E mentre il suo partito e il governo italiano cercano di difenderlo – Meloni parla di vittoria di tutti gli italiani – Fitto si muove come un animale ferito. A febbraio 2026, socialisti e liberali dell’Europarlamento lo accusano di aver violato la neutralità della Commissione partecipando a un evento elettorale in Slovenia. Il comitato delle Regioni europee non si fida di lui. La sua stessa leadership viene messa in discussione: il proconsole della destra italiana in Europa si ritrova solo, circondato da nemici, senza più la grazia di un tempo.
Un esempio virtuale, ma troppo reale
Ecco allora l’immagine definitiva: Raffaele Fitto, l’italiano medio all’estero. In cravatta, impeccabile. Ma sotto la scrivania, i pantaloni sono rattoppati. Rattoppati dalle contraddizioni di una carriera costruita su compromessi e ambizioni mai del tutto realizzate. Rattoppati da un passato giudiziario che non riesce a scrollarsi di dosso. Rattoppati da un presente in cui ogni mossa – per quanto studiata – finisce per affondare nella palude di una politica europea che lo usa e lo scarta. E quando l’ippopotamo alza la testa per respirare, l’immagine che rimane non è quella di un leader, ma di un animale goffo che lotta per non annegare nel fango che lui stesso ha contribuito a creare.
E così, mentre l’Europa si prepara a un nuovo ciclo di bilancio e l’Italia guarda a Bruxelles con la speranza di non essere penalizzata, Fitto continua la sua danza maldestra. Ogni sua uscita pubblica è un tentativo di ritrovare l’antico aplomb, un’illusione di controllo che la palude smentisce puntualmente. La sua storia, in fondo, è quella di tanti italiani all’estero: eleganti in apparenza, ma costretti a rattoppare le toppe, a gestire l’ingovernabile, a sopravvivere più che a governare. Un esempio virtuale, ma fin troppo reale. E il pubblico, stremato, si chiede: quanto durerà ancora questo spettacolo?
