Le ceramiche senza tempo di Ylli Plaka

LE CERAMICHE SENZA TEMPO
DI YLLI PLAKA

LE CERAMICHE SENZA TEMPO DI YLLI PLAKA

E’ aperta fino al 31 ottobre 2015, all’Atelier Gulli, la bella mostra personale di Ylli Plaka intitolata “Ceramiche senza tempo”. La prima, sorprendente impressione provocata dall’incontro con queste smaglianti terrecotte smaltate è di trovarsi di fronte o oggetti che abbiano perso, in virtù dell’arte, la loro materialità e la loro pesantezza; pur essendo fatti di materia e pur conservando il loro peso specifico, è come se racchiudessero un’anima, una specie di vita latente in attesa di un tocco, o di un soffio, o del raggio di uno sguardo fraterno per rivelarsi.


 

Queste ceramiche risplendenti di smalti colorati, queste sculture dipinte o pitture scolpite, dalle forme fluenti e armoniose,  che sembrano levigate dalla pioggia e dal vento, e che risalterebbero al meglio  in spazi aperti sotto il trascolorare del cielo, danno forma a veri e propri  poemi senza parole, simbolici, surreali oggetti anamorfici e “metaforici” (come li ha opportunamente definiti Sandro Lorenzini); alludono infatti a stati d’animo (Malinconia ), a mutamenti interiori e al variare dei sentimenti (Eclissi), a sogni metafisici (Viaggio nell’infinito), al mistero del concepimento e della nascita di una nuova vita (Materno, AdozioneCi penso ioA me quando tocca), alla continuità tra il mondo vegetale, animale e umano (Continuità), a ciò che sembra nascosto, inconoscibile, invisibile e che a uno sguardo più profondo appare invece percettibile.

Certo è che per percepire il linguaggio muto delle cose ci vogliono antenne sensibilissime che solo i poeti e i grandi artisti posseggono. Significativi, a questo riguardo, appaiono gli occhi aperti, rotondi, stupiti e attenti  dei piccoli rapaci notturni che hanno nidificato in molte delle sculture dipinte di Plaka e che osservano, appunto, “tutti i colori del buio” (Spettacolo di civetteSguardo intensoBarbagianniGiorno e notte…). E’ stato detto che “davanti alle opere di Plaka si respira sempre una sensazione di quiete” (Vittorio Amedeo Sacco); sarà, ma si tratta comunque di una quiete apparente, dal momento che non c’è figura scolpita in cui non si intravveda un inizio di metamorfosi o una metamorfosi in atto.

 

Le sue terrecotte colorate (dal giallo oro, al rosso fuoco, al profondo azzurro, al verde muschio, al nero dai riflessi argentei…) tendono sempre a un qualcosa che va al di là di quello che appare; in questo senso sono tutte in-finite, cioè non finite, la loro forma non è mai completamente chiusa, non è mai “perfetta”, in ciascuna è visibile una qualche frattura o ferita o de-formazione; si vedano le Eclissi Fuoco gelido Vita da scrivere; in queste opere non c’è ombra di quiete, anzi c’è tutta l’inquietudine di forme in divenire che premono per uscire dall’involucro smaltato che le avvolge. 

Ma perché queste ceramiche sono state definite  “senza tempo”? Non hanno forse una loro storia? Sono forse senza data?  Sono forse opere anonime in cerca d’autore? No, certo, hanno tutte una loro storia e una data di nascita, e hanno sicuramente un autore. Allora perché “senza tempo”? Perché la ceramica – ha  spiegato Plaka stesso – “è un’attività che scaturisce dai primordi della civiltà ai giorni nostri, accompagnando l’uomo nel suo evolversi”. 

  

In queste ceramiche, quindi, permane qualcosa dell’antica origine, di quella techne considerata dal mito un dono fatto agli uomini dal titano Prometeo (e per cui mal gliene incolse); questo significa che  la sua attualità  affonda le radici in un passato lontano ma tuttavia presente grazie alla memoria. Ecco perché Mario De Micheli ha parlato di “riflessi della Memoria” a proposito delle sculture di Plaka; ed ecco anche perché, credo,  Sandro Lorenzini ha detto che Ylli ha colto “nella memoria, pozzo dove futuro e presente sono solo passato, i grumi di una materia dalle nomenclature assai semplici: figura, femmina, cavallo, casa, luna, stella.


 

Era necessaria una rotta per uscire dalle secche. Plaka l’ha cercata nella metafora”. Il suo è, infatti, un linguaggio figurato, un personalissimo linguaggio riguardo ai significati, ma che non può che attingere alla tradizione, cioè dalla memoria, gli elementi di cui sono fatti i significanti della sua opera d’artista, il cui tempo è insieme presente, passato e – essendo sempre viva, cioè in continuo divenire – anche futuro.

 

Fulvio Sguerso

 

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