La settimana in pillole

LUNEDI’

La pace “giusta” al telefono, la guerra nei fatti
mentre Giorgia Meloni chiama Zelensky per ribadire il sostegno agli Stati Uniti e invocare una “pace giusta”, dall’altra parte dell’Atlantico il figlio del tycoon dice quello che molti a Washington pensano ma pochi ammettono: «Siamo stanchi di firmare assegni».
Intanto Mosca applaude. Il Cremlino accoglie con favore la nuova strategia per la sicurezza nazionale targata Trump: 33 pagine che segnano una svolta netta, un asse Usa-Russia che guarda con freddezza l’Unione Europea, sempre più spettatrice che protagonista.
Risultato? Diplomazia a parole, ridefinizione degli equilibri a tavolino e, sul campo, i raid russi che continuano a cadere sull’Ucraina.
La storia si ripete: le paci “giuste” si annunciano al telefono, le guerre si decidono altrove

Dal tweet al potere: Musk, Vance e il nuovo fronte vincente
il patron di X fa sponda con il vicepresidente Vance e il cerchio si chiude. Silicon Valley, Casa Bianca e populismo di governo tornano a parlarsi senza intermediari. È il fronte che ha vinto le elezioni Usa che si ricompatta, mettendo da parte attriti e distinguo.
Elon Musk intanto liquida l’Unione Europea con una definizione che è più propaganda che analisi: «È il Quarto Reich». Una frase-bomba che serve a marcare il campo, non a spiegare il mondo. E mentre Bruxelles incassa l’ennesimo schiaffo verbale, a Washington scatta il disgelo: meno moralismi, più convergenze di interesse.
Morale della pillola: la geopolitica entra nell’era del post-tweet. I confini non si ridisegnano con i trattati, ma con alleanze fluide tra potere politico e potere tecnologico. L’Europa? Sempre più bersaglio, sempre meno giocatore.

l consenso c’è, la legge no
un italiano su due dice sì alla proposta Meloni-Schlein sulla legge del consenso nei rapporti sessuali. Tra le donne il dato è ancora più netto: sei su dieci la considerano indispensabile. La società, almeno nei sondaggi, ha già deciso.
Eppure la politica frena. Dopo il via libera della Camera, il testo è fermo al Senato, incagliato tra prudenza, tatticismi e il solito timore di “aprire un fronte culturale”. Come se il problema non fosse già sotto gli occhi di tutti.
La storia recente insegna che sui diritti il Parlamento corre solo quando è spinto. Il consenso, quello vero, c’è fuori. Dentro le istituzioni, invece, manca ancora il coraggio di trasformarlo in legge.

MARTEDI’

Sudan, la guerra che ci assolve
definirla “guerra dimenticata” è una bugia comoda. Non è dimenticanza: è scelta. È la parola che ci permette di sospirare, archiviare e andare avanti senza sporcarci le mani. Se è dimenticata, allora non conta. Se non conta, non ci riguarda.
Il Sudan brucia mentre noi inventiamo etichette rassicuranti. Sotto il massacro stendiamo un velo linguistico che trasforma lo sterminio in rumore di fondo, il dolore in fastidio lontano. E quando le urla arrivano fin qui, facciamo come Ulisse: orecchie tappate, rotta dritta, coscienza in salvo.
Non è una guerra senza scopo.
Lo scopo c’è: permetterci di voltare pagina senza leggere.

Sudan, la bugia delle guerre dimenticate
Chiamarla “guerra dimenticata” è una scorciatoia morale. Una bugia comoda.
Serve a sospirare, archiviare e andare oltre. Dentro quell’aggettivo si annida l’auto-assoluzione: se nessuno ricorda un massacro, allora è marginale, periferico, quasi naturale. E così possiamo lavarci le mani.
“Morite pure, ma in silenzio.”
Se le urla arrivano fino a noi, c’è sempre lo stratagemma di Ulisse: tapparsi le orecchie, stringersi al timone, spiegare le vele. I marosi del rimorso passano in fretta.
Il Sudan non è dimenticato.
È deliberatamente ignorato.

La corsa spezzata di Jacobs
«Contro di me un’invidia fuori controllo. Mi hanno spento la scintilla». Marcell Jacobs riavvolge il nastro e torna lì dove tutto era cominciato: la pista di Tokyo. Nel 2021 era il centro del mondo, l’oro olimpico, la favola italiana. Nel 2025, sullo stesso anello, il Mondiale si trasforma in un’esperienza irreale: non una sconfitta, ma una resa interiore.
Non è il cronometro a fermarlo, ma il clima intorno: sospetti, pressioni, veleno. La parabola è crudele e classica: prima eroe nazionale, poi bersaglio. Quando l’eccezione diventa fastidio, il talento smette di essere protetto.
Jacobs oggi non parla di muscoli o di medaglie.
Parla di una scintilla spenta. E senza quella, anche l’uomo più veloce del mondo resta fermo ai blocchi.

MERCOLEDI’

Trump attacca, Zelensky apre, l’Europa resta ferma
nuovo affondo di Donald Trump contro l’Europa: «Leader deboli, che non sanno più cosa fare». Non è solo una provocazione elettorale, è una linea politica: delegittimare Bruxelles per ridisegnare gli equilibri a colpi di dichiarazioni.
Intanto Zelensky, da Roma, apre all’idea trumpiana di elezioni in Ucraina. Un segnale pesante, che racconta la stanchezza di una guerra lunga e l’urgenza di restare agganciati al nuovo vento che soffia da Washington.
In Italia, Salvini incalza: «Stop all’invio di armi a Kiev». Una posizione che intercetta la fatica dell’opinione pubblica e spinge nella stessa direzione del disimpegno americano.
Il quadro è chiaro: gli Stati Uniti cambiano passo, l’Ucraina prende tempo, l’Europa subisce.
E mentre tutti parlano di pace, il rischio è che a decidere siano, ancora una volta, gli altri.

Pensioni, la trappola silenziosa
dal 2028 chi ha i redditi più bassi rischia di lavorare fino a cinque mesi in più. A dirlo è la Cgil, che parla apertamente di un tranello sull’età pensionabile pronto a scattare per cinque milioni di italiani. Altro che riforma: qui si sposta l’asticella senza dirlo troppo forte.
Nel frattempo, in piena manovra, il tema pensioni resta incandescente ma inconcludente. I sindacati di polizia incontrano il governo e tornano a casa a mani vuote. Il sottosegretario Claudio Durigon promette di congelare l’aumento legato all’aspettativa di vita “al più tardi nel 2026”. Una formula già sentita.
Le opposizioni affondano: per il Pd è la solita propaganda, per i 5 Stelle promesse ripetute e puntualmente smentite dai fatti. Intanto, però, il conto lo pagano sempre gli stessi: chi guadagna meno, chi fa lavori più pesanti, chi ha meno margini per aspettare.
Morale:
la pensione si allontana piano, quasi senza rumore.
E quando te ne accorgi, sei già in ritardo.

Ricchi sempre più ricchi, democrazie sempre più fragili
il mondo si arricchisce, sì. Ma lo fa stringendo la ricchezza in poche mani. Secondo il World Inequality Report 2026, il 10% più ricco del pianeta possiede il 75% della ricchezza globale. Un livello di concentrazione che riporta indietro l’orologio economico ai primi del Novecento.
La diagnosi degli economisti del World Inequality Lab, con Thomas Piketty, è netta: la crescita non manca, manca l’equità. Senza una correzione politica robusta, avvertono, la distanza tra élite e maggioranza rischia di diventare strutturale, erodendo non solo l’economia reale ma anche la tenuta delle democrazie.
Non è un problema astratto né lontano. L’Italia viene indicata tra i Paesi europei con la maggiore concentrazione della ricchezza, segno che la disuguaglianza non è un effetto collaterale della globalizzazione, ma una scelta tollerata.
Tradotto:
se la ricchezza sale in ascensore e la democrazia resta sulle scale, prima o poi qualcuno smetterà di credere all’edificio.

GIOVEDI’

PUBBLICITA’

Ucraina, scontro Europa–Trump
L’Europa prova a mantenere insieme i cocci della diplomazia, Zelensky consegna il suo piano di pace… e Donald Trump, come al solito, entra nella stanza con gli stivali di ferro.
«Zelensky deve essere realista», tuona. Tradotto: fate in fretta, che io non ho tempo da perdere.
Poi racconta di aver parlato “in termini piuttosto forti” con Macron, Starmer e Merz.
E non c’è da dubitarne: quando Trump dice “forti”, di solito il resto del mondo pensa “imbarazzanti”.
Così l’Ucraina resta stretta tra un’Europa che tenta il ruolo di adulta responsabile e un Trump che sembra voler chiudere la partita come si spegne la tv: click, e via.
Nel mezzo, la guerra continua. E il realismo, quello vero, lo pagano sempre gli ucraini.

Conte spiazza il campo largo: «Solo gli Usa possono trattare»
Giuseppe Conte torna a far tremare il campo largo, e stavolta lo fa con una posizione che suona come un assist diretto a Donald Trump.
Secondo il leader del M5S, l’Europa avrebbe fallito su tutta la linea: troppo lenta, troppo divisa, troppo convinta che “più armi = vittoria assicurata”. Risultato? «Un’Europa disorientata e senza alternative».
La ricetta di Conte?
Semplice — e destinata a far impazzire gli alleati: lasciare il negoziato nelle mani degli Stati Uniti, cioè proprio a quel Trump che a Bruxelles e Parigi considerano un bulldozer imprevedibile.
Il messaggio è chiaro: l’Italia e l’Europa hanno perso la regia, quindi tanto vale consegnare il volante a Washington.
Una posizione che nel centrosinistra suona come un’esplosione improvvisa in un laboratorio pieno di nitroglicerina.
Se questa è la premessa, il “campo largo” rischia di diventare un “campo minato”. Conte lo sa? Probabile.
E forse è proprio questo il punto.

La cucina italiana diventa patrimonio dell’Umanità
Applausi a New Delhi, brindisi in Italia: la nostra cucina entra ufficialmente nella lista dei patrimoni immateriali dell’Umanità Unesco.
Non un piatto, non una ricetta, non un chef: tutta la cucina italiana, con il suo caos meraviglioso di tradizioni, gesti, dialetti e segreti passati da nonna a nipote.
Un trionfo del made in Italy più vero, quello che vive nei mercati rionali, nelle trattorie, nelle cucine di casa dove si litiga ancora sull’aglio nel pesto e sulla carbonara senza panna (che dovrebbe essere punita dal codice penale).
È la prima cucina al mondo ad essere riconosciuta nella sua interezza. Un mosaico di territori, prodotti, accenti e storie che insieme fanno cultura, identità e — diciamolo — pura felicità.
Insomma, l’Unesco conferma quello che noi sapevamo già:
la cucina italiana non si mangia soltanto… si vive.

VENERDI’

Volenterosi a vuoto, armi a raffica
Trump guarda l’Europa, sbadiglia e passa oltre: il vertice dei “Volenterosi” è solo una perdita di tempo.
Zelensky, intanto, lancia il referendum sul Donbass: quando la diplomazia si inceppa, si prova col quiz a risposta multipla.
A Roma il vero fronte è interno: Forza Italia che frena, la Lega che accelera, il decreto armi che balla come una trottola.
Morale: la guerra è lontana, lo scontro è vicino. E l’Europa resta in sala d’attesa, senza appuntamento.

Golden Power, carta velina
La Stampa è in vendita e Palazzo Chigi scopre l’edicola. Convocazione urgente: non per salvare il pluralismo, ma per capire chi compra e cosa resta.
Exor tratta, Antenna Uno guarda altrove: La Repubblica sì, La Stampa forse no. Come al mercato, scegliendo i pezzi migliori.
I giornalisti scioperano, i Cdr chiedono clausole sociali, il Pd invoca il Golden Power: l’ultima linea di difesa quando l’informazione diventa merce fragile.
Morale: la libertà di stampa pesa poco, il prezzo conta molto. E il giornale rischia di finire… in saldo.

Conte, il camaleonte atlantico
Ieri megafono di Trump, oggi europeista con cravatta stirata.
Giuseppe Conte cambia colore a seconda della luce: all’aperto “lasciamo fare gli Usa”, al chiuso “era un grido di dolore”.
Davanti alla Fondazione Ugo La Malfa diventa statista repubblicano, a porte serrate spiega che l’America non è una speranza ma una supplenza, e che l’Europa è afona.
Il problema è che il camaleonte parla sempre dopo: prima spiazza, poi traduce.
Morale: non è ambiguità, è mimetismo politico. Utile per sopravvivere, meno per guidare.

Pier Silvio rottama con garbo
A Cologno Monzese non alzano la voce, ma alzano il sopracciglio.
Pier Silvio ringrazia Tajani, lo abbraccia a distanza e poi gli passa davanti lo specchio: “grato sì, eterno no”.
Forza Italia viene trattata come un format stanco: stesso conduttore, share in calo, serve un restyling.
Intanto Occhiuto resta in panchina, osservato speciale come i talent nei reality: magari non vince, ma fa curriculum.
Morale: in casa Berlusconi la linea è chiara — la riconoscenza è un valore, il rinnovamento una necessità. E lo decide l’editore.

SABATO

Pace immediata, basta poco: arrendetevi e poi ne riparliamo
Putin offre la tregua: condizione semplice e ragionevole — l’Ucraina deve togliersi dal Donbass, possibilmente in silenzio e ringraziando. La pace, insomma, purché sia una resa ben fatta.
Nel frattempo l’Europa si guarda allo specchio e scopre che forse, entro quattro anni, Mosca potrebbe “testarla”. Così, tanto per vedere se tiene ancora. Lo dice il commissario Ue alla Difesa Kubilius, mentre Mattarella ricorda l’ABC del diritto internazionale: i confini non sono tovaglioli da spostare a piacimento.
E l’Italia? Meloni tira dritto: armi a Kiev e fedeltà atlantica, perché fare finta di niente oggi significherebbe svegliarsi domani con la pace… firmata a Mosca.
Morale: la tregua c’è, basta consegnare il territorio. Dopo, forse, arriva anche la pace. Forse.

Premio Nobel per la Pace: rientro omaggio nelle patrie galere
In Iran funziona così: ti danno il Nobel per la Pace e, per coerenza, ti riportano in carcere. Narges Mohammadi, già ai domiciliari per motivi di salute, viene arrestata durante un funerale. Colpa grave: partecipare a una commemorazione. Atto sovversivo, evidentemente.
Il regime non fa distinzioni: vivi, malati, vedove, funerali. Tutto è repressione, tutto è ordine pubblico. Come ricorda il marito Taghi Rahmani, arrestare qualcuno a una cerimonia funebre viola ogni norma etica e giuridica. Ma sono dettagli: in Iran l’etica è opzionale, la giuridicità pure.
Mashhad, cuore del conservatorismo sciita, continua a tremare sotto la protesta delle donne. E il potere risponde nel modo che conosce meglio: manette, celle, silenzio.
D’altronde, una Nobel libera sarebbe un cattivo esempio. Meglio rinchiuderla, così la pace resta sotto controllo.

Libertà di stampa sotto tutela: sorvegliata speciale a Palazzo Chigi
Il caso Gedi approda a Palazzo Chigi, tempio della discrezione istituzionale quando si parla di informazione. Il governo incontra i vertici del gruppo e rassicura tutti: le testate storiche vanno tutelate. Traduzione simultanea: vendete pure, ma fate finta che non cambi nulla.
Il sottosegretario Barachini chiede garanzie solenni su occupazione e indipendenza editoriale. Richieste nobili, quasi commoventi. Peccato che arrivino proprio mentre si discute di cessioni, equilibri finanziari e nuovi padroni. Insomma: cambiate tutto, ma lasciate intatto lo spirito. Se potete.
Intanto la questione vola anche a Bruxelles, perché quando la libertà di stampa scricchiola è sempre meglio mettere l’Europa in copia conoscenza. Non si sa mai: magari serve un garante per garantire chi garantisce.
Morale: i giornali devono essere indipendenti, purché restino compatibili. Con il mercato, con la politica e — naturalmente — con chi li tutela.

DOMENICA

Mosca minaccia l’Ue sugli asset: “È un furto, presto ritorsioni”
Mosca grida allo scandalo: congelare i beni russi in Europa sarebbe un “furto”. Detto da chi ha trasformato l’Ucraina in un magazzino a cielo aperto di carri armati rubati, suona quasi come una battuta involontaria. Ma il Cremlino non ride: promette ritorsioni, possibilmente simmetriche, possibilmente rumorose, possibilmente contro qualcuno che non possa rispondere troppo forte.
Nel frattempo Donald Trump corre. Vuole chiudere la guerra come si chiude una trattativa immobiliare: qualche concessione qui, un avvertimento là, e la sensazione di aver fatto “il miglior accordo possibile”. Poco importa se i dossier sono tre, se le sanzioni sono un nodo politico e morale, se Kyiv rischia di diventare una nota a piè di pagina. L’importante è arrivare al traguardo con una conferenza stampa pronta.
L’Europa osserva, tiene gli asset congelati e fa finta di avere una strategia comune, mentre la Russia accusa di furto e gli Stati Uniti trattano come se il conflitto fosse una pratica urgente da smaltire prima di cena.
Morale: tutti parlano di pace, ma ognuno sta contando i soldi degli altri.

Atreju, tutti contro tutti (ma qualcuno fa finta di niente)
Renzi attacca sulle riforme, Casellati risponde piccata, il Pd convoca l’assemblea e aspetta la relazione della leader come si aspetta l’oroscopo: con speranza, ma senza troppe pretese. Nel frattempo Atreju va in scena come il grande luna park della politica italiana: destra sdoganata “dal voto” (parola di La Russa), campo largo evaporato e Schlein assente giustificata.
E poi c’è Giuseppe Conte, che entra nell’arena della destra come un torero elegante: parla agli astenuti, rilancia su sicurezza e Ue, ma senza legarsi le mani a sinistra. Mani libere, appunto: un piede dentro, uno fuori, lo sguardo rivolto a chi non vota più e magari si convince all’ultimo giro.
Noi, ingenui, ci diciamo: andiamo a sentire cosa dice Conte ad Atreju, dopo che sull’Europa questa settimana l’ha sparata grossa. Da cartellino rosso, senza Var.
Ma il Pd, si sa, è poco esigente: non espelle, non fischia, al massimo sospira. E così, mentre tutti si attaccano, si sdoganano o si corteggiano a distanza, l’unica cosa davvero condivisa resta una: parlare agli elettori… purché non chiedano coerenza.

Lavoro senza giovani: il Paese che assume il passato
I numeri Istat sorridono: più occupati, meno disoccupati, meno inattivi. A ottobre 2025 lavorano 24 milioni e 208 mila persone, il tasso di occupazione sale al 62,7%, la disoccupazione scende al 6%. Applausi. Peccato che, guardando meglio, a lavorare siano soprattutto i Boomer.
Millennial e Gen Z osservano dalla panchina mentre i cinquantenni (e oltre) tengono in piedi il mercato del lavoro. Non per scelta eroica, ma per necessità: pensioni che si allontanano, riforme che promettono “flessibilità” e consegnano solo altri anni di ufficio. I giovani? Precari, intermittenti, scoraggiati. Le donne? Ancora troppo spesso fuori gioco. Il Sud? Sempre con il cronometro rotto.
È un miglioramento reale, certo. Ma è anche un modello che sa di usato sicuro: si investe su chi già c’è, si rimanda chi dovrebbe esserci domani. Un Paese che cresce guardando allo specchietto retrovisore, convinto che basti tenere acceso il motore per andare avanti.
Morale amara: l’Italia lavora di più, sì. Ma soprattutto lavora più vecchia. E quando il futuro non entra in fabbrica o in ufficio, prima o poi presenta il conto.

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