Duetto al cardiopalma: quando il sassofono stamponato di Trump (alias Elvis) e il tamburo sfondato di Netanyahu (alias Bob Dylan) mettono in scena la peggior cacofonia geopolitica.

 Duetto al cardiopalma: quando il sassofono stamponato di Trump (alias Elvis)
e il tamburo sfondato di Netanyahu (alias Bob Dylan) mettono in scena la peggior cacofonia geopolitica.

Che si spengano le luci e si aprano le siparietti della diplomazia americano-israeliana, perché i due attori principali hanno deciso che era ora di trasformare il palcoscenico mondiale in un palco di un varietà di infimo ordine. Da una parte, Donald Trump, che ha calcato la scena come una reincarnazione sgangherata di Elvis Presley: la stessa bombonanza di capelli impomatati, lo stesso carisma da macho del sud che fa leva sui muscoli e sul labbro inferiore imbronciato, la stessa incapacità di stare zitto un secondo senza far sentire la propria voce acuta e fuori registro. Dall’altra, Benjamin “Bibi” Netanyahu, che invece ci offre l’interpretazione di un Bob Dylan in versione guerrafondaia: lo sguardo torvo, la parlata sincopata che alterna versi poetici a grugniti di sfida, e un ego smisurato che lo porta a credersi il menestrello della nazione ebraica, con in più una vena di paranoia da “assedio globale” che farebbe impallidire il miglior Dylan dei tempi d’oro.

PUBBLICITA’

Partiamo dal primo: chi è Elvis Presley? Un ragazzo povero del Mississippi che diventò il re del rock’n’roll, l’idolo di milioni di teenager in gonnella e blue jeans, l’uomo che con una mossa dei fianchi fece tremare le poltrone dell’America perbenista. Il suo stile era un mix esplosivo di rhythm and blues, country e gospel, e la sua voce calda e vellutata sapeva trasformarsi in un ringhio animalesco quando serviva. Ma Elvis era anche un personaggio grottesco negli ultimi anni: gonfio di abusi di ogni genere, chiuso nella sua villa di Graceland a ingozzarsi di panini al burro di arachidi e banane, circondato da una corte di yes-men che non osavano contraddirlo. Sembra forse di descrivere un certo tycoon newyorkese diventato presidente? L’accostamento non è soltanto mio: un brillante articolo del sito Doppiozero già nel 2016 aveva intitolato “Donald Presley – Trump come avatar di Elvis”, notando con arguzia che “la straordinaria somiglianza tra il re del rock e il candidato alle presidenziali americane” sta nel modo di comunicare, muoversi e parlare: “la presa su chi li ascolta, su chi seducono”. Come Elvis, Trump sa di essere una rockstar, e come Elvis usa il suo corpo – la capigliatura cotonata, la mascella volitiva, le braccia larghe – come un’arma di conquista di massa. E, dulcis in fundo, come Elvis, Trump è convinto di essere il migliore, anzi “l’unico”, e tratta i suoi collaboratori come se fossero spettatori di un concerto a senso unico.

Passiamo all’altro interprete. Bob Dylan è il cantautore più acclamato del Novecento, premio Nobel per la letteratura, la voce della controcultura degli anni Sessanta, quello che con “Blowin’ in the Wind” e “The Times They Are a-Changin’” diventò il profeta della contestazione giovanile. Ma il Dylan che interessa a noi è quello successivo: l’uomo che dopo essersi convertito al cristianesimo e aver frequentato le sette più oscure, si è trasformato in una specie di predicatore apocalittico, con un’ossessione per la Bibbia e per la fine del mondo. Quello che in canzoni come “Neighborhood Bully” (1983) difende Israele con argomenti che – come ha notato il Jerusalem Post – “sembrano presi in prestito da un discorso di Benjamin Netanyahu”, il quale “dipinge Israele come una nazione assediata, in perenne stato d’assedio da parte di vicini ostili”. Ecco svelato l’arcano: Netanyahu è un dylaniano della politica, un uomo che da decenni recita lo stesso copione: “Siamo soli, ci odiano tutti, dobbiamo resistere”. Ma dietro la maschera del profeta solitario si nasconde un politico navigato, abilissimo nel gestire i media e nel trasformare ogni sconfitta in vittoria, esattamente come Dylan sapeva trasformare i fischi degli ortodossi folk in applausi quando imbracciava la chitarra elettrica. Entrambi, insomma, hanno fatto della loro arte (musicale l’uno, politica l’altro) una forma di resistenza personale, spesso a discapito della coerenza e della verità.

Elvis e Bob Dylan  Daily express

Detto questo, veniamo al duetto che ha scosso le cancellerie nelle ultime settimane. Siamo a giugno 2026, e il mondo assiste incredulo a una lite furibonda tra i due “alleati” che mette in scena il copione peggiore: una telefonata infuocata tra la Casa Bianca e il quartier generale di Netanyahu, con tanto di urla e improperi che neppure nei peggiori b-movie. Secondo una ricostruzione di Axios ripresa da Il Giornale, Trump avrebbe letteralmente urlato al premier israeliano: “Sei completamente pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando la pelle. Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per questo motivo.” A un certo punto, la tensione è diventata tale che il presidente USA ha chiesto: “Che ca**o stai facendo?”. Il motivo dell’alterco? Netanyahu stava pianificando un attacco su larga scala contro Beirut e il sud del Libano, mirando a creare una “zona cuscinetto” e a distruggere Hezbollah. Peccato che Trump avesse altri piani: lui voleva a tutti i costi un cessate il fuoco immediato, perché i negoziati con l’Iran rischiavano di saltare a causa delle provocazioni israeliane. Insomma, il re del rock’n’roll (Trump-Elvis) ha cercato di imporre la sua melodia, ma il menestrello ribelle (Netanyahu-Dylan) ha continuato a battere il suo tamburo di guerra, ignorando il maestro e provocando un caos totale.

Netanyahu e Trump

Ma la sceneggiata non finisce qui. Nei giorni successivi, i due hanno continuato a lanciarsi frecciate pubbliche. Trump ha dichiarato ai giornalisti che Netanyahu deve “stare molto attento” perché altrimenti “si ritroverà da solo contro l’Iran”. Il premier israeliano, dal canto suo, ha minimizzato: “A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle”. E ha aggiunto, con una faccia tosta che farebbe impallidire un venditore di auto usate: “Trump è l’amico migliore che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca”. Ma intanto, sotto traccia, i due continuano a remare in direzioni opposte. Secondo il sito Topwar, “Trump vuole porre fine alla guerra, mentre Netanyahu sembra determinato a riprenderla”. E la situazione è ulteriormente complicata dal fatto che entrambi devono affrontare le elezioni in autunno: Trump ha urgente bisogno di una vittoria da sbandierare ai suoi elettori, mentre Netanyahu sa che senza un conflitto rischia di finire in galera per corruzione (il suo processo è ancora in corso, e Trump gli ha ricordato più volte che lo sta “salvando dalla prigione”). Così, come due rockisti scalcagnati che improvvisano un assolo dissonante, i due leader procedono a colpi di minacce, ricatti e dichiarazioni contraddittorie, in un crescendo di frustrazione che lascia interdetti gli alleati e fa la gioia dei nemici.

E questo, cari lettori, è il punto in cui la metafora diventa realtà. Perché quello che stiamo ascoltando non è un semplice diverbio politico: è un autentico “dialogo tra due schizofrenici che battono in testa, come un sassofono stamponato e un tamburo sfondato che suonano insieme la peggior musica cacofonica”. Il sassofono, lo strumento tipico del jazz e del rock, quando è “stamponato” (cioè spigoloso, ammaccato, fuori registro) produce un suono stridulo e fastidioso, una sorta di lamento acido che lacera i timpani. Ecco Trump: le sue uscite sono come quelle note stonate che non rispettano alcuna armonia, capaci di far deragliare qualsiasi discorso diplomatico in un attimo. Il tamburo, invece, è lo strumento della ritmica: quando è “sfondato” produce un rumore sordo, monotono, martellante, che invece di scandire il tempo lo distrugge. Ecco Netanyahu: il suo martellamento continuo sull’“assedio”, sulla “minaccia esistenziale”, sulla “necessità della guerra” diventa un mantra ripetitivo che alla fine assorda chiunque. Insieme, sassofono e tamburo, producono una cacofonia indemoniata: non una marcia, non una sinfonia, ma un accozzaglia di suoni senza senso che alla lunga stanca e fa male.

Che cosa possiamo aspettarci nei prossimi mesi? Molto probabilmente un’escalation di questo duetto dissennato. Trump, da vero Elvis qualunque, continuerà a improvvisare mosse teatrali, alternando carezze e pugni al suo partner israeliano, a seconda di come gli gira l’umore. Netanyahu, da dylaniano incallito, continuerà a rispondere con versi criptici e con la sua ossessione per la sicurezza, magari cercando di ritagliarsi uno spazio di autonomia che però alla fine lo costringerà a tornare sotto la protezione americana. Ma una cosa è certa: il palcoscenico è pronto per un finale a sorpresa, magari con i due che si abbracciano in lacrime e promettono eterna amicizia, salvo poi ricominciare a insultarsi il giorno dopo. Come recita una vecchia canzone di Dylan, “the times they are a-changin’”, ma forse sarebbe più giusto dire che “the times they are a-cacophonin’”. E noi, poveri spettatori, possiamo solo tapparci le orecchie e sperare che qualcuno, prima o poi, stacchi la spina dell’amplificatore. Ma a giudicare dalla carriera di Elvis e di Dylan, la musica (se così si può chiamare) è destinata a continuare ancora a lungo, tra sassofoni stamponati e tamburi sfondati, in un delirio di note stonate che ormai conosciamo fin troppo bene.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

Condividi

One thought on “ Duetto al cardiopalma: quando il sassofono stamponato di Trump (alias Elvis) e il tamburo sfondato di Netanyahu (alias Bob Dylan) mettono in scena la peggior cacofonia geopolitica.”

  1. L’articolo utilizza la metafora musicale per descrivere una sensazione sempre più diffusa: quella di assistere a una politica internazionale che assomiglia più a uno spettacolo permanente che a una seria gestione delle crisi mondiali.
    La caricatura di Donald Trump nei panni di Elvis e di Benjamin Netanyahu in quelli di Bob Dylan è volutamente grottesca, ma serve a evidenziare una preoccupazione reale. Quando i leader politici privilegiano la comunicazione, l’effetto scenico e il consenso immediato rispetto alla prudenza diplomatica, il rischio di errori e di escalation aumenta. L’articolo coglie anche un altro aspetto del nostro tempo: la personalizzazione estrema della politica. I grandi conflitti vengono raccontati attraverso i leader, i loro caratteri, le loro uscite pubbliche, i loro profili mediatici. Molto meno spazio viene dedicato alle cause profonde delle crisi, agli interessi economici, alle strategie geopolitiche e alle conseguenze per le popolazioni civili.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.