Aiuto, c’è posta per me

 

TEMPI MODERNI 

Oramai solo multe e pubblicità

AIUTO, C’È POSTA PER ME

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AIUTO, C’È POSTA PER ME

Uno che conosco ci manda la moglie. Lui non ha il coraggio. Non ce la fa.

Va in confusione. La signora, come spesso le donne, è più ferma, condivide la paura ma la affronta razionalmente tenendo a bada il panico che renderebbe suo marito una poltiglia psicotica e malferma.

Dopo un ultimo significativo scambio di sguardi, lei va. Lui resta in casa a sentirla scendere, il rumore sordo dell’ascensore che va giù e quello più angosciante dell’ascensore che inesorabile torna su. Ci siamo. La cabina è al piano. Porta che si apre e si richiude. 

Le chiavi nella toppa. La moglie entra in casa. Lui la guarda muto, non servono parole, sanno tutti e due qual è la Grande Domanda Oscura. “Niente” è la risposta della donna, il volto che si apre in un sorriso. Segue un commovente abbraccio coniugale, in una condivisione d’emozioni analoga a quelle degli scampati per miracolo a incidenti gravi, che ridono, piangono e riassaporano quant’è bella la vita quando riparte di slancio.

UN ALTRO mi ha confessato che quando la mattina esce di casa non la guarda. “Almeno ho un’ultima giornata serena”, ha sospirato. Tira dritto, scale, portone, strada, gli occhi fissi davanti a sé, bene attento a non guardare a destra (o a sinistra, la minaccia non ha preferenze), sforzandosi di pensare ad altro, lavoro, donne, la squadra del cuore, pur di evitare l’immagine mentale della crudele roulette russa che ogni giorno è là ad attenderci, cosa nera e silenziosa che ci mette un attimo a toglierti il sonno, scatenare gastriti o problemi sessuali, a rovinarti la vita. Tanti tengono comportamenti analoghi. Una volta non era così. Una volta la cassetta della posta giù al portone era fonte di gioiosa curiosità, ci faceva tornare i bambini che fummo, quando all’alba del 6 gennaio, col cuore colmo di felicità entravamo in cucina sicuri che era arrivata la Befana (una vecchia che sarà magra, ma mai potrebbe passare per la cappa di un camino, soprattutto per- ché nei nostri condomìni di camini non ce n’era neanche uno). 

 


 

Nella cassetta della posta trovavamo cartoline di amici dai posti più impensati, coi pupazzetti con scritto “Noi”, disegnati male ma bellissimi, tracciati su un costone innevato o su un pedalò. Nella cassetta della posta trovavamo (con uno sforzo riuscirete a ricordarle) le lettere! Scritte a mano, con l’indirizzo giusto e il cap sbagliato!

Quanto meraviglioso era indovinare il mittente dalla calligrafia, quella seria di papà o quella dell’amico che scriveva solo a stampatello o quella coi palloncini sulle “i” di una che, sì, insomma, chissà che fine ha fatto. La cassetta della posta era un gioioso appuntamento quotidiano! Un fiducioso rendez vous col mondo! Trovarla vuota era triste, ci si sentiva abbandonati. Oggi invece trovare vuota la cassetta della posta è la felicità! È toda gioia, toda beléza! Si esulta come allo stadio, a constatare che nell’inquietante contenitore non ci sono minacciosi avvisi dell’Ufficio Postale che invitano al ritiro di una giacenza o terrificanti bustone dell’Agenzia delle Entrate, dieci in tre giorni, che uno vuole già buttarsi di sotto prima di aprirle. O raccomandate con ricevuta di ritorno di avvocati che informano, diffidano, intimano, insomma rompono coglioni già provatissimi. Le email uccisero le care vecchie lettere e ce ne facemmo una ragione, vantaggi come velocità e immediatezza erano evidenti, pure se leggere scritti umani non ha uguali. Ma mai avremmo pensato che le lettere sarebbero state sostituite da ansiogeni fogli burocratici, ormai unici spaventosi occupanti della cassetta della posta, con un solo urticante scopo: svuotarci le tasche. Uno che conosco ci manda la moglie. Lui non ha il coraggio. Non ce la fa. Va in confusione.

 

STEFANO DISEGNI  Il Fatto Quotidiano

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