DISORDINI IN EUROPA, L’OMBRA DI PUTIN DIETRO LE PIAZZE IN RIVOLTA

Dall’Italia alla Francia, cresce il sospetto di una strategia russa per destabilizzare l’Unione europea. Crosetto parla di guerra ibrida, i servizi segreti indagano. Ma quanto c’è di spontaneo nelle proteste e quanto viene alimentato dall’esterno?

C’è un interrogativo inquietante dietro le manifestazioni che in questi giorni hanno attraversato l’Italia, la Francia e altri Paesi europei, trasformandosi in diversi casi in violenti scontri con le forze dell’ordine, devastazioni e guerriglia urbana.

E se qualcuno avesse interesse ad alimentare il caos nelle nostre città?
Non si tratta soltanto di una suggestione complottistica. A sollevare il problema è stato il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha parlato esplicitamente di una guerra ibrida condotta attraverso i social network, da TikTok a YouTube, per influenzare le opinioni e i comportamenti dei cittadini.
E quando un ministro della Difesa arriva a formulare pubblicamente un’ipotesi del genere, evidentemente il problema merita attenzione.

La Russia non deve necessariamente organizzare le rivolte. Le basta alimentarle
Per comprendere quello che potrebbe accadere bisogna abbandonare l’immagine tradizionale dello spionaggio, fatta di agenti segreti, finanziamenti clandestini e organizzazioni manovrate nell’ombra.
Oggi esistono strumenti molto più sofisticati.
Bastano migliaia di profili social, reti di account coordinati, messaggi costruiti per suscitare indignazione, video rilanciati milioni di volte e algoritmi capaci di raggiungere soprattutto chi è già arrabbiato.

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Non occorre inventare una protesta. È sufficiente intercettarne le ragioni, esasperarle e trasformare il malcontento in una contrapposizione sempre più violenta.
La rabbia sociale diventa così una materia prima da utilizzare politicamente.
Ed è proprio questo il sospetto sul quale si stanno concentrando gli apparati di sicurezza europei.
Secondo le ricostruzioni giornalistiche, gli analisti italiani stanno esaminando le modalità con cui sono circolati gli appelli alle manifestazioni e la rapidità con cui determinati messaggi hanno raggiunto migliaia di giovani.
La pista russa è tra quelle considerate, ma non ci sono ancora prove pubbliche che dimostrino una regia di Mosca nell’organizzazione degli scontri.

Perché Putin dovrebbe avere interesse a destabilizzare l’Europa?
La risposta è relativamente semplice.
Da quando ha invaso l’Ucraina, Vladimir Putin si trova di fronte a un’Unione europea che, pur tra mille contraddizioni, continua a sostenere Kiev economicamente, politicamente e militarmente.
Un’Europa unita rappresenta un ostacolo ai suoi obiettivi strategici.
Un’Europa divisa, attraversata da rivolte, governi indeboliti, tensioni sociali e contrapposizioni politiche, rappresenterebbe invece un vantaggio.
Immaginiamo governi costretti a dedicare sempre più risorse alla sicurezza interna, opinioni pubbliche esasperate dal costo della vita, cittadini sempre più diffidenti verso Bruxelles e forze politiche che chiedono di interrompere gli aiuti all’Ucraina.
Sarebbe uno scenario particolarmente favorevole al Cremlino.
Putin non avrebbe bisogno di vincere una guerra contro l’Europa. Gli basterebbe contribuire a renderla incapace di agire insieme.
È questo uno degli obiettivi possibili della cosiddetta guerra ibrida: indebolire l’avversario senza affrontarlo direttamente sul campo di battaglia.

Il Ministro Crosetto

Le dichiarazioni di Crosetto e i sospetti dell’intelligence
Le parole del ministro della Difesa italiano hanno aperto una discussione che va ben oltre il problema dell’ordine pubblico.
Crosetto ritiene che le nuove tecnologie consentano di influenzare il comportamento di grandi masse di persone attraverso strumenti che le democrazie occidentali non hanno ancora imparato a contrastare efficacemente.
Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha invitato ad approfondire le modalità di organizzazione delle proteste, sottolineando i possibili elementi di destabilizzazione.
Persino il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, condannando con fermezza le violenze, ha richiamato la necessità di un’analisi approfondita di fenomeni che sembrano coinvolgere soggetti e modalità inedite.
Naturalmente Mattarella non ha attribuito gli scontri alla Russia. Sarebbe scorretto sostenere il contrario.
Ma il fatto che ai massimi livelli istituzionali si avverta l’esigenza di comprendere meglio quanto sta accadendo dimostra che non siamo di fronte soltanto a una normale discussione sulla gestione delle manifestazioni.

Il Presidente Macron

Dalla Francia arriva un segnale significativo
Le informazioni più interessanti arrivano proprio dalla Francia.
Secondo quanto riportato dalla stampa internazionale, reti di account filorussi avrebbero contribuito ad amplificare la diffusione delle immagini degli scontri, utilizzandole per rafforzare narrazioni ostili alle istituzioni europee.
Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha denunciato lo sfruttamento delle proteste studentesche da parte di campagne ostili provenienti da diversi ambienti internazionali, tra cui quello russo.
Il presidente Emmanuel Macron ha però introdotto una distinzione decisiva: non risultano prove che potenze straniere abbiano provocato direttamente le manifestazioni, mentre sono stati rilevati tentativi di sfruttarne successivamente gli effetti attraverso la manipolazione dell’informazione.
In altre parole, una cosa è accendere l’incendio, un’altra è gettare benzina sulle fiamme.
Ed è proprio su questa seconda possibilità che oggi si concentrano gli elementi più concreti.

Attenzione, però: la protesta sociale è autentica
Sarebbe un errore gravissimo attribuire alla Russia tutto il malcontento che attraversa le società europee.
I giovani che protestano per la precarietà del lavoro, le famiglie che non riescono a pagare l’affitto, i cittadini esasperati dall’aumento dei prezzi e dalla riduzione dei servizi pubblici non sono certamente agenti di Putin.
Sono persone che vivono problemi reali.
E sarebbe altrettanto pericoloso utilizzare il sospetto delle interferenze straniere per delegittimare qualsiasi forma di dissenso.
Una democrazia deve saper distinguere tra il diritto di manifestare, che va difeso, e la violenza, che deve essere contrastata.
Ma proprio perché il disagio sociale è autentico, diventa particolarmente vulnerabile a chi vuole sfruttarlo.
La propaganda straniera funziona meglio quando non inventa problemi inesistenti, ma utilizza problemi che i governi non hanno saputo risolvere.
E questa è forse la riflessione più scomoda anche per i nostri governanti.

Il vero pericolo è un’Europa che si distrugge da sola
C’è un aspetto che dovrebbe preoccupare ancora di più.
L’Europa appare sempre più fragile: economicamente in difficoltà, politicamente divisa, socialmente attraversata da tensioni e incapace, troppo spesso, di esprimere una politica estera realmente comune.
In questo contesto, qualsiasi potenza ostile può trovare terreno fertile per operazioni di influenza.
Non soltanto la Russia.
La guerra moderna non si combatte esclusivamente con missili, carri armati e droni.
Si combatte anche attraverso l’informazione, la manipolazione delle emozioni, la diffusione della sfiducia e l’esasperazione dei conflitti sociali.

E il campo di battaglia può diventare lo schermo di uno smartphone.
La vicenda delle manifestazioni di questi giorni impone quindi due risposte contemporanee.
Da una parte occorre accertare, con prove verificabili, se e quanto soggetti stranieri abbiano contribuito ad alimentare le tensioni.
Dall’altra bisogna affrontare seriamente le cause del malcontento, senza nascondersi dietro la comoda spiegazione del nemico esterno.
Perché sarebbe ingenuo escludere che Putin possa cercare di indebolire l’Europa dall’interno.
Ma sarebbe altrettanto ingenuo pensare che tutte le difficoltà europee siano opera sua.

Una domanda che dovrebbe far riflettere
Alla fine resta un interrogativo.
Se davvero la Russia sta cercando di sfruttare le rivolte europee per indebolire l’Unione, quanto lavoro deve ancora fare per raggiungere il proprio obiettivo?
Forse molto meno di quanto immaginiamo.
Perché tra governi litigiosi, disuguaglianze crescenti, sfiducia nelle istituzioni e cittadini sempre più arrabbiati, l’Europa sta già offrendo numerose occasioni a chi vorrebbe vederla divisa.
E il rischio maggiore non è soltanto che Putin riesca a destabilizzare l’Europa. È che trovi un’Europa talmente indebolita da riuscire a farlo senza neppure troppa fatica.
Una cosa, comunque, deve essere chiara: prima di indicare mandanti servono prove, non sospetti trasformati in certezze.
Perché difendere l’Europa significa anche difendere la verità, la libertà di manifestare e la democrazia. Proprio ciò che un’eventuale strategia di destabilizzazione vorrebbe mettere in crisi.

ITALO ARMENTI

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