Il Nordest alla resa dei conti: tra la rabbia anti-Romana e l’implosione della Lega

Se volete capire dove si sta giocando la partita più violenta e decisiva sui destini politici del Paese, non guardate i palazzi romani della politica di professione. Voltate lo sguardo verso la linea di produzione del Paese, lì dove la pianura si fa fabbrica e le colline si coprono di vigne. È nel Nordest che sta covando la vera fiammata, in una continuità sofferta, quasi rabbiosa, con quell’ultradecennale e mai risolta controversia dei divari territoriali con la Capitale. Una sequela di rivendicazioni storiche, patti siglati sulle scorte del federalismo e promesse puntualmente disattese che hanno sedimentato la frustrazione profonda di chi produce ricchezza per tutti e avverte, con la forza dei numeri, di non avere ritorni adeguati dal centro.

Lo scontro eterno tra autonomia e centralismo non è più una questione da manuale di diritto costituzionale; è una storia identitaria che si ripropone identica a se stessa dai tempi pionieristici della Liga Veneta, ma che oggi rischia di implodere proprio dentro le mura della Lega salviniana. Un Carroccio a trazione nazionale che sta vedendo i propri vecchi bastioni scricchiolare in modo vistoso. Il contestatissimo leader Matteo Salvini perde pezzi pesanti su due fronti opposti: da una parte l’ombra del “generale” Roberto Vannacci, figura dirompente capace di ammaliare parte degli imprenditori e di drenare consenso prima di consumare rotture e distanze, e dall’altra il malumore atavico dei territori. È un gioco di specchi e di potere che non fa tremare soltanto via Bellerio, ma mette seriamente a rischio la tenuta e gli equilibri dello stesso governo centrale, costretto a fare i conti con le bizze della sua gamba settentrionale.

Luca Zaia

In questo scenario di macerie e nervi tesi, spicca la figura di Luca Zaia. Ormai al termine della sua lunga e intoccabile parabola alla guida della Regione Veneto, l’ex Doge recita la parte del “riservista” di lusso. C’è chi dice che stia fermo per protesta, avendo perso il cadreghino della presidenza senza la possibilità di un terzo mandato blindato. Eppure Zaia non scompare, anzi: sposta il baricentro dell’attenzione mediatica strumentalizzando la scena e i tempi della comunicazione contemporanea con il suo programma, il video-podcast Il Fienile. Lì, tra un aneddoto e un ospite illustre, l’ex governatore lancia messaggi cifrati, non accetta cariche vuote all’interno di un partito di cui diffida apertamente, e lascia tutti suspended a chiedersi la stessa identica cosa: cosa farà adesso?

Nel frattempo, la base produttiva vive le suas storiche, stridenti contraddizioni. Si prenda la gestione dei flussi migratori: a parole l’immigrazione non è mai benvenuta nei discorsi da bar e nei comizi di piazza, ma nei fatti si rivela l’ossigeno indispensabile per tenere bassi i costi orari e salvaguardare le filiere di quelle eccellenze economiche del Made in Italy che, in alternativa, sarebbero costrette a cedere alla globalizzazione selvaggia o a delocalizzare.

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Anche la mappa del consenso si frammenta in modi inediti. Il “caso Venezia”, con il recente voto amministrativo che ha visto la riconferma del centrodestra in Laguna nel segno della continuità con Brugnaro, ha regalato un sorriso a livello locale, ma si tratta di un cerotto che non serve affatto a guarire i mali profondi della coalizione. Una coalizione che in queste terre ha assistito anche alla progressiva scomparsa politica delle vecchie glorie berlusconiane, a partire da Renato Brunetta, una delle vittime segnate del post-berlusconismo forzista in un territorio che non fa sconti a chi perde la presa sul reale. E mentre i partiti si azzuffano, la “sfinge” Massimo Cacciari tenta dalle sue tribune filosofiche e con le sue note capacità divinatorie di azzeccarci qualcosa, finendo però solitamente per acchiappare i classici granchi della distanza intellettuale dalla realtà dei capannoni.

La crisi politica, del resto, cammina di pari passo con fattori ambientali significativi, specchio di problemi annosi e mai risolti. Non c’è solo l’eredità pesante di Porto Marghera e la complessa riconversione della questione ambientale; c’è la sofferenza silenziosa del Polesine e il degrado idrogeologico di un fiume Po stanco, specchio di un territorio fragile. Persino i distretti d’oro delle bollicine e del Prosecco si scoprono vulnerabili, in preda alla repentina trasformazione del gusto enologico internazionale e ai mutamenti climatici che impongono di ripensare le colture.

Per capire dove stia andando il Nord, alcuni osservatori guardano a Schio. Quello che potremmo definire lo “schiocentrismo” – una cultura del lavoro radicata, gelosa della propria autonomia, che ha sperimentato storicamente l’efficienza severa del regime austroungarico – rappresenta il trend perfetto per definire le tensioni dell’intero asse produttivo del Settentrione: una mentalità rigorosa che fa costantemente a pugni con il lassismo, la burocrazia e le lungaggini nazionali.

Tra spinte autonomiste tradite, crisi di leadership e mutamenti strutturali dell’economia, l’intero modello del Nordest rischia oggi di implodere sotto il peso di troppe concause. La sensazione più nitida che si respira tra le nebbie e le fabbriche è che, a fronte di tanta energia distruttiva e risentimento accumulato, ci sia rimasta in giro davvero pochissima voglia di ricostruire.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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