Vocabolari privati

A un certo punto dell’intervista concessa alla “Stampa” da Yair Lapid e pubblicata il 20 giugno 2025, l’ex Primo Ministro israeliano e attuale leader dell’opposizione ( ma in questo frangente in perfetta sintonia col Governo ), alla giornalista che gli chiede, data la sua affermazione secondo cui la bomba nucleare in mano all’Iran è da scongiurare a tutti i costi perché spingerebbe anche altri paesi a volersene fornire, se allora la bomba nucleare di Israele non rappresenti anch’essa una minaccia, risponde:
“Innanzitutto, Israele non ha mai ammesso di possedere una bomba nucleare.
Inoltre, tutti capiscono che siamo un Paese responsabile mentre l’Iran è un regime fondamentalista folle”.
Ora, che l’Iran sia un regime fondamentalista folle è cosa vera. Però ciò non rende vera la parte della frase che precede.
Infatti che Israele non abbia mai ammesso di possedere una bomba nucleare, non significa che non la possieda; anzi, tutti, ma proprio tutti, sanno che ce l’ha, e non una ma molte. Nell’ordine delle centinaia.
Il non averlo mai ammesso, tenendosi così le mani libere da veti, sopralluoghi, report, limitazioni degli organismi internazionali, semmai lo rende un pericolo maggiore in quanto incontrollabile, una potenziale scheggia impazzita.
Perciò quello che stupisce è la leggerezza e l’apparente ingenuità ( che nasconde invero l’insolenza di chi si sente forte ) di sfidare a dimostrare quello che potrebbe essere senz’altro dimostrato se l’ IAEA ( International Atomic Energy Agency ) avesse libero accesso ai siti ritenuti sospetti.
Riguardo poi al fatto che tutti capiscano come Israele sia un Paese responsabile, ci sono elementi che bisogna conoscere e su cui bisogna riflettere prima di concedergli di autodecorarsi con la medaglia della responsabilità.
Eccone alcuni che da soli dovrebbero insinuare più di qualche dubbio:
-Passare da fucili e mitragliatrici a tank e droni per sparare sulle persone disperate che si radunano per il pane.
-Spezzare braccia e gambe, come da indicazione data ai soldati dell’allora ministro della Difesa Yitzhak Rabin, ai bambini che nella Prima Intifada lanciavano pietre.
-Negare la restituzione dei corpi dei palestinesi arrestati e morti sotto tortura, circa 600, perché restituirli significherebbe indagini autoptiche che svelerebbero la causa della morte.
-Riuscire a colpire chirurgicamente uno per uno nei loro rifugi segreti i capi politici e militari nemici, e invece sganciare tonnellate di bombe che se ( forse ) riescono ad uccidere un affiliato ad Hamas, uccidono ( di certo ) e indiscriminatamente una quantità di civili inermi.
-Non permettere ai mezzi di informazione stranieri di essere presenti per documentare ciò che accade a Gaza, ed eliminare anzi i giornalisti gazawi in una carneficina mai vista prima a memoria d’uomo tra i reporter di guerra.
-Provocare morti indirette come quelle derivate dal respirare le polveri che in continuo si alzano dai palazzi bombardati.
-Impedire il transito dei mezzi di soccorso, distruggendo le strade e non consentendo l’uso adeguato di appositi mezzi meccanici per la rimozione delle macerie.
-Costringere i palestinesi a decidere, ingiungendo l’ordine di sfollamento, se restare a cercare di recuperare i cadaveri o le persone ancora vive sotto le macerie, o cercare di salvare se stessi e la famiglia residua spostandosi in zone indicate come più sicure.
-Praticare la detenzione amministrativa, senza capi d’accusa e a tempo indeterminato.
-Usare proiettili cosiddetti “ad alta velocità”, ma sparati da distanza ravvicinata ( meno di 100 metri ), causando effetti devastanti e permanenti a chi ne è colpito.
-Incaricare milizie affiliate all’Isis composte da individui universalmente considerati terroristi e fanatici tagliagole, per contribuire alla eliminazione di Hamas.
-Dare ordini in ebraico a contadini e pastori palestinesi che parlano solo l’ arabo, e pretendere che vengano immediatamente eseguiti pena sommarie punizioni o l’arresto.
-Praticare arresti notturni di bambini con modalità violente, spesso negli orfanotrofi.
-Rubare, saccheggiare e vandalizzare le case delle persone fatte evacuare o uccise o fuggite, come fenomeno ormai dilagante e con funzione collettiva oltreché personale, perché toglie la motivazione agli sfollati di ritornare, non restando loro più niente da recuperare.
-Tagliare le reti internet e di comunicazione, con relativo blackout mediatico e informativo.
-Attendere che l’attenzione del mondo si sposti su altro ( per esempio guerra contro l’Iran ) per aumentare il numero di uccisioni di palestinesi. Fonti mediche hanno riferito ad Al Jazeera che in un solo giorno, il 24 giugno ’25, al punto di distribuzione del pane sono state uccise 86 persone, più altre 48 in altre situazioni e altri luoghi della Striscia. Cosa che infatti è stata appena accennata dai media.
Venuti a conoscenza e riflettuto su quanto sopra, riferito da organizzazioni e gruppi indipendenti presenti direttamente o indirettamente in Palestina come Save the Children, Amnesty International, Unicef, Medici Senza Frontiere, Breaking the Silence, Human Rights Watch… che usufruiscono di notizie di prima mano, ora possiamo riconsiderare l’affermazione di Lapid secondo cui “tutti capiscono che siamo un Paese responsabile”. Ma non prima di essersi chiariti se casomai il significato di “responsabilità” Lapid e Israele non l’abbiano letto su un loro privato vocabolario.