Un’Italia piccola piccola nello scenario internazionale
Ho sentito dire da un’autorevole firma del Corriere che Meloni ha dato e sta dando il meglio di sé in politica estera. L’autorevole firma è dichiaratamente un progressista, vicino, “criticamente”, dice lui, al partito della Schlein. Il bello è che su questa opinione – obbiettivamente surreale – sono d’accordo tutti, dico tutti, a destra, al centro e a sinistra come tutte, dico tutte, le voci che hanno accesso alle televisioni generaliste, pubbliche e private, dalle reti Rai a Mediaset alla Sette di Cairo.

Giorgia Meloni
Eppure è di una abbagliante evidenza che se il governo Meloni ha dimostrato tutta la sua incapacità nella amministrazione della cosa pubblica sulla collocazione dell’Italia nello scenario internazionale è riuscito a fare anche peggio. Una personalizzazione che ha fatto dell’Italia la caricatura di una repubblica presidenziale, in barba alla Costituzione tanto invocata quanto vilipesa, al solo scopo di imporre l’immagine di Giorgia Meloni, baciata sulla testa da Biden, coccolata da Trump – che pensava di aver trovato la sua quinta colonna nell’Ue finché si è reso conto di avere a che fare con una nullità, sotto i vestiti cambiati tre volete al giorno niente, per parafrasare il titolo di un vecchio film –, sottoscrittrice di accordi epocali in Africa e in Asia tanto epocali che nessuno nel mondo politico e industriale europeo e mondiale se n’è accorto e soprattutto appassionatamente innamorata del comico di Kiev. Un amore cieco, che le impedisce di vedere che i suoi partner europei, da Macron a Merz a Starmer, una trimurti che ha sostituito l’Ue, non sono alleati o amici della Ucraina ma usano l’Ucraina riempiendola di armi perché combatta la loro guerra contro la federazione russa, dalla quale, se fa loro comodo, continuano a comprare gas nonostante le sanzioni.
Una cosa che lei non farebbe mai e poi mai, lei che non si è accorta dell’attentato nel porto di Savona, dell’incendio alla Biennale, della presenza in Italia di hacker e di agenti segreti ucraini, lei che continua a credere che i droni che scorrazzano dalla Romania alla Lettonia siano russi, lei che non sa niente della rabbia dei greci che si sono trovati in casa il battello-bomba ucraino e inorridisce per il graffio di un bambino ucraino sfiorato da una scheggia ma non rifiata per la strage nel dormitorio deliberatamente colpito dai missili di Kiev in puro stile israelo-americano. Un po’ rintronata dallo scappellotto che si è preso dal suo dominus, con Israele non sa che pesci prendere, guarda altrove, e quando viene incalzata disapprova sottovoce l’invasione dell’Iran dopo aver istruito i media nazionali a ficcare nella testa degli italiani che gli ayatollah continuano a massacrare gli oppositori (lo stesso giochetto orchestrato per isolare Assad), che in Iran i più elementari diritti umani vengono calpestati ed è un imperativo categorico per l’Occidente liberare il popolo iraniano dagli oppressori. E sul Libano lo stesso copione: bisognerà pure che Israele si difenda, dice il suo fedele Bignami, ne va della sua sopravvivenza. E così un morto israeliano vale cento civili libanesi, vecchi, neonati, uomini o donne che siano, e se c’è il sospetto che un miliziano abiti in un grattacielo si spiana il grattacielo con tutti quelli che ci sono dentro.
La macchina della disinformazione diretta dalla Meloni con la complicità di un’opposizione di facciata enfatizza gli attacchi degli hezbollah che cercano di opporsi al disegno israeliano di impadronirsi del Libano dopo che si sono impadroniti della Cisgiordania, occulta la sistematica azione di pulizia etnica compiuta dai coloni che stanno riuscendo nell’impresa di affievolire tutte le efferatezze compiute nei secoli passati, dagli Unni a Wallenstein fino ai nazisti (e gli ucraini). Ma soprattutto impedisce di vedere il piano strategico che unisce la guerra scatenata dalla Nato e dall’Ue contro la federazione russa a quella di Trump e Netanyahu contro l’Iran, al cui interno si colloca l’espansionismo israeliano.

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Il conflitto per il Donbass è terminato nel momento stesso in cui è iniziato. Le regioni russofone secessioniste si sono, come prima la Crimea, riunite alla Russia, il cambio di regime a Kiev non c’è stato e tutto doveva finire lì, o meglio sarebbe finito lì se dietro non ci fossero state le intenzioni del Regno Unito, della Germania e della Francia di frantumare la federazione russa per avere via libera nel conseguimento dei propri rispettivi interessi: il controllo del di tutto il nord Europa fino al Baltico per Uk, per la Germania la ripresa del progetto hitleriano di espansione verso est e per la Francia il consolidamento della presenza in Africa minacciata dalla Russia. Fin qui una faccenda tutta europea, che si riassume in una guerra europea contro la Russia fatta combattere dagli ucraini armati dagli europei, pronti a entrare direttamente sul campo se non fosse per la consapevolezza che senza gli americani verrebbero schiacciati come una noce. Questo è però un primo livello. Gli americani sono protagonisti del secondo livello, che comprende per l’appunto il conflitto mediorientale, con analogie col primo evidenti per tutti tranne che per i nostri politici e i nostri mezzi di disinformazione. La prima: provocare l’avversario contando sulla sua moderazione. Se, infatti la sua reazione fosse simmetrica scatenerebbe un conflitto globale; sarebbe la terza guerra mondiale, verosimilmente l’ultima. Un gioco perverso, del quale l’Italia è stupidamente complice. La seconda: se l’avversario non risponde per le rime si indebolisce, subendo, nel caso della Russia, la distruzione di depositi di carburanti e attacchi a edifici civili e nel caso dell’Iran una devastazione dalla quale il Paese uscirà comunque economicamente e socialmente prostrato. La terza: la predilezione di bersagli civili per minare il morale della popolazione. È impressionante la corrispondenza fra gli attacchi a scuole, ospedali, a bus e treni passeggeri e addirittura ad auto private condotti dagli ucraini in territorio russo e quelli israelo-americani in Iran: è la stessa strategia angloamericana che si è visto nella seconda guerra mondiale: seminare il terrore per sollevare il popolo contro i propri governanti. Un’operazione che in Italia è stata coronata dal successo: i milanesi che sputavano sul cadavere del Duce accolgono come liberatori gli americani, quelli della strage di Gorla, 184 bambini uccisi insieme ai loro insegnanti e a tutto il personale scolastico; uccisi come le bambine di Minab o i ragazzi di Starobelsk. Ma, duole dirlo, russi e persiani non se la sono presa con le autorità del Lugansk e con Putin o con la guida suprema e i pasdaran ma con gli artefici delle stragi, che semmai hanno rafforzato il sentimento nazionale e li ha stretti intorno al loro governo dimostrando una tempra che ci può solo fare invidia. Una tempra che Zelensky e i suoi burattinai, Trump e i suoi consiglieri e la cricca di Tel Aviv non avevano messo in conto: il terrorismo non ha pagato.
E il disegno che sta dietro i due conflitti, che sono in realtà due aggressioni, si ritorce contro chi l’ha ideato con l’obbiettivo di interrompere l’inesorabile deriva del potere politico militare e finanziario dell’Occidente destinato a fare i conti con un nuovo ordine mondiale multicentrico. Trump, che i nostri opinionisti hanno cominciato a deridere e a trattare come uno schizofrenico è, per il ruolo che occupa, tenuto a resistere a quella deriva che alimenta l’aggressività americana ma è anche abbastanza intelligente per capire che è inarrestabile ed è capace di guardare a scenari che gli suggeriscono di lasciare l’Europa e la Nato al suo destino e di mantenere l’amicizia con Putin; nel contempo però non può sottrarsi ai ricatti di Netanyahu, che non sono quelli personali legati al mondo di Epstein ma riflettono il potere delle lobby ebraiche all’interno della società americana. Spinte diverse che la pochezza cognitiva del sistema politico e mediatico italiano liquida come inaffidabilità di una persona instabile con un ego tanto enorme quanto vacillante.
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L’articolo centra una questione che molti preferiscono ignorare: nel nuovo disordine mondiale l’Italia sembra sempre più spettatrice che protagonista. Non perché manchino storia, economia o capacità diplomatiche, ma perché manca una visione strategica di lungo periodo.
Da anni assistiamo a governi che cambiano linguaggio ma non sostanza. Si passa dall’atlantismo più rigoroso all’europeismo più convinto, fino ai richiami alla sovranità nazionale, ma alla fine l’impressione è che l’Italia insegua gli eventi anziché anticiparli.