Una componente primaria che favorisce i rigurgiti antisemiti.
Nota
Mi sembra corretto avvisare coloro che hanno avuto la compiacenza di leggermi in questi anni, che con oggi si conclude il mio contributo a “Trucioli Savonesi”, sulle cui pagine il suo responsabile per tanto tempo gentilmente mi ha ospitato, e che pertanto ringrazio.
Il fatto è che i miei articoli, mai presi a prestito e sempre integralmente redatti con la mia limitata intelligenza naturale, mi appaiono sempre più surclassati da altri tipi di intelligenza.
E ne traggo le conseguenze.
Ogni nazione ha i suoi miti fondativi.
Sono necessari a fornire coesione interna e distinzione con l’esterno ad un gruppo più o meno esteso di persone che si vuole siano un popolo e si considerino tale, e perciò ha bisogno di un’identità.
A volte tali miti sono tramandati oralmente; a volte per iscritto e assumono una veste letteraria.
Vi si può trattare di eroi, di dei o di qualcuno protetto da loro, ma un collante politico e sociale deve essere in qualche modo trasmesso.
Nel caso poi non si riesca ad attingere dal mito, si individua un personaggio storico e lo si mitizza. Così è accaduto, secondo l’ebreo Sigmund Freud, a Mosè, il più grande profeta ebraico.
Infatti a questa legge antropologica non viene meno Israele, e anzi per una parte dei suoi cittadini, essa vale all’ennesimo grado. Fino, cioè, a intenderla alla stregua di una legge formale vera e propria, a una sorta di Costituzione, di legge delle leggi, e in quanto tale autoreferenziale.
Con tutte le conseguenze che ciò comporta nella creazione di un clima e di una mentalità a livello sia individuale che sociale.
Certe leggi maturate nel brodo di coltura di un mito che viene inteso come reale, e che giudicate dall’esterno lasciano francamente sconcertati, sono assai facilitate da un simile contesto.
Una di queste è la cosiddetta Legge del ritorno la quale, approvata nel luglio del 1950, decretava diritto inalienabile il ritorno, appunto, di ogni ebreo della diaspora in Israele.
E’ stata in seguito modificata nel 1970 con l’estensione del diritto al ritorno pure ai figli e ai nipoti e ai coniugi di figli e nipoti di chi dimostrasse di essere ebreo, cioè nato da madre ebrea; oppure di essersi convertito all’ebraismo, abbandonando, se la praticava, la sua religione precedente.
Lo sconcerto che tale legge provoca è dato dal fatto che il medesimo diritto non viene riconosciuto ai Palestinesi costretti ad abbandonare la Palestina oltreché a causa della Nakba del 1948 ( per la quale lasciare la terra significava anche sgomberare la casa in favore dei nuovi arrivati che non avevano perciò neppure bisogno di costruirsene una ), per diverse altre vicende di un passato più o meno remoto.
Ecco, se già è piuttosto facile sospettare che una certa dose di razzismo etnico-religioso sottenda alla regola per cui lo Stato proprio non preveda la celebrazione sul suo territorio di matrimoni misti,
il sospetto si configura come fatto certificato ( autocertificato! ) dalla legge del 18 luglio 2018, che la storica ebrea Anna Foa non a caso vede come l’evento decisivo di svolta in cui le spinte razziste latenti nella società e nella classe politica israeliana vengono istituzionalizzate sdoganando così la conseguente marginalizzazione e discriminazione dei non Ebrei.
Si tratta di una legge dai contenuti inequivocabili fin dai principi fondamentali espressi nei tre paragrafi del primo articolo:
1A. La Terra d’Israele è la patria storica del popolo ebraico, nella quale è stato istituito lo Stato di Israele.
1B. Lo Stato di Israele è lo Stato nazionale del popolo ebraico, nel quale esso realizza il suo diritto naturale, culturale, religioso e storico all’autodeterminazione.
1C. L’esercizio del diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è unico per il popolo ebraico.
Non serve discutere diffusamente degli altri articoli. Neppure di quelli in cui si recita che “Gerusalemme, unita e completa, è la capitale di Israele”, dove il diritto a Gerusalemme Est dei palestinesi non viene neanche considerato; o dove l’Ebraico divenuta “la lingua dello Stato” automaticamente declassa l’Arabo a idioma secondario.
Palesi infatti appaiono le forzature, in particolare storiche: gli storici sanno benissimo che la Palestina era abitata dai Cananei già ai tempi di Abramo. La Bibbia stessa, poi, dice che Giosuè dovette distruggere le mura di Gerico e sterminare tutti i suoi abitanti per prendere possesso della terra promessa agli Ebrei da Yehowah. Cioè il dio degli… Ebrei.
Cosa che francamente non stupisce gli antropologi di oggi come non avrà stupito né convinto gli abitanti di Gerico 3200 anni fa.
E’ infatti sufficiente questo primo articolo per capire la natura e le finalità di tale legge.
Pertanto se è senz’altro condannabile che una persona venga aggredita perché indossa la kippah, o che sia oggetto di qualsiasi altro atto di antisemitismo nella realtà del quotidiano o nel mondo virtuale dei social e di Internet, è altresì vero che esso è anche provocato in larga parte da Israele medesimo il quale, con leggi come questa ( in quanto a razzismo la legge del 30 marzo ’26 sulla pena di morte riservata, de facto, solo ai palestinesi, non è comunque da meno ) getta benzina sul fuoco. Talché le statistiche che in generale confermano l’aumento del fenomeno non potranno far altro alla prossima tornata di indagini che denunciare, purtroppo, l’acuirsi e l’estendersi di esso.
Caro Fulvio, sinceramente non ho ben capito il motivo che adduci come principale della tua decisione di non più contribuire a Trucioli. Forse ti riferisci, come già evidente dai tuoi articoli privi di pubblicità e di figure, al fatto che si stia usando -e, lo ammetto, anche abusando-di immagini tratte dall’AI.
Concordo sulla pericolosità, a livello globale, dell’espansione a macchia d’olio di questa nuova tecnologia, che richiede una fitta e crescente rete di data center che già sollevano la contrarietà popolare per il loro inquinamento sotto forma di calore di scarto, sottrazione a essenziali usi civili di acqua ed elettricità. Però potremmo dire lo stesso su Internet, per tutti i risvolti negativi, a livello sociale e non solo, che la sua introduzione di massa ha comportato. Ma dobbiamo dare anche il giusto peso e proporzione alle cose. Nonostante tutti gli sforzi individuali per alleggerire il nostro impatto sulla natura, ogni nostra buona volontà si scontra sulle dimensioni finali, ingigantite dal fatto che siamo oltre 8 miliardi, mentre rimpicciolisce tutto ciò che facciamo come singoli. Nel mio piccolo, ho sempre ridotto, fino ad annullarlo, l’uso dell’automobile, che è una della maggiori fonti di inquinamento, dall’estrazione del suo materiale al suo uso finale. Ma il contributo degli “asceti” ecologici, devo ammetterlo, è ben poca cosa se il sistema spinge ad allargare a livello di massa i consumi di ogni genere, tra cui, appunto, l’AI. In linea di principio, quindi, ti do ragione: anch’io, come altri, orniamo i nostri articoli di immagini prodotte dall’AI per attrarre lettori. Ma bisogna anche ammettere che un articolo nudo di colori è meno “appealing” di uno vivacizzato da immagini colorate. Troveremo un giusto compromesso.
Non per le immagini AI, ma per i testi.
E soprattutto per la tecnica che da qualche tempo qualcuno ha adottato di usare lo spazio che “Trucioli” gli concede, per pubblicare anziché quello che dovrebbe essere un proprio articolo messo giù di suo pugno, l’articolo integralmente copiato e incollato ( o la trascrizione di un video o un brano di un libro ) di altri, italiani o stranieri, di cui condivide i contenuti.
Non è una modalità che mi appartiene. La lascio a chi la ritiene, o ritiene di poterla far passare, per corretta.
Non so se qui perverranno altri commenti. Casomai pervenissero, non risponderò. Non perché magari non siano validi e puntuali, ma perché assunta la decisione di lasciare, sarebbe un po’ contraddittorio continuare a discutere, sia pure in questo spazio collaterale.
Un ringraziamento sincero e un saluto cordiale a chi ha avuto piacere ogni domenica di perdere 10 minuti del suo tempo per leggermi.
Fulvio Baldoino.