Un Premio a caro prezzo

Hamdan Ballal, co-regista palestinese di No Other Land, documentario premiato con l’Oscar 2025, è di nuovo stato aggredito dai coloni.

Nel 2010 uno di essi gli aveva sparato ad una gamba perché lui stava documentando le demolizioni volute dal Governo israeliano nel villaggio di Susya.
Nel marzo del ’25 i coloni avevano fatto irruzione nella sua proprietà, lo avevano picchiato e i militari, chiamati dalla sua famiglia, invece di difenderlo lo avevano prelevato dall’ambulanza che ne frattempo era giunta sul posto, condotto in caserma e ulteriormente picchiato.
Il 15 febbraio di quest’anno l’episodio si è ripetuto, quasi identico se non fosse che questa volta i militari sopraggiunti hanno arrestato anche diversi componenti della sua famiglia, e ferito in modo grave il fratello, tanto da dover poi essere ricoverato in ospedale.

Ma nonostante la reiterazione dell’aggressione e la fama che Ballal ha raggiunto nel mondo, il fatto non ha avuto in Italia la visibilità che gli sarebbe spettata.
Qui da noi i fatti che sembrano avere più importanza e vengono proposti con copertura mediatica da sbarco sulla luna, sono quelli tipo “famiglia del bosco” la quale, senza voler entrare nel merito, si sarà pur trovata ad affrontare dei problemi, ma di sicuro neanche lontanamente paragonabili a quelli di chi viene assalito in casa propria, tramortito, e trova in chi dovrebbe fargli scudo bastonate aggiuntive.

Si tratta di una cosa accaduta all’estero, è vero. Ma è anche vero che ci dovrebbe chiamare in causa, provocata com’è da uno Stato con il quale condividiamo interessi economici, militari, strategici, informatici, industriali.
Invece, proprio per questa condivisione di interessi declinata in termini di mero calcolo, non si dice nulla contro la strategia terroristica di Israele in Palestina e Libano.

Essa, strutturalmente simile a quella del “colpirne uno per educarne cento” teorizzata dalle Brigate Rosse, viene però rovesciata in “colpirne cento per educarne uno”.
Non potendo farla passare per ortodossa, si parla e si straparla di argomenti distraenti e svianti, mentre di chi vive in un’ansia infinita e resiste con coraggio pur di restare là dove è nato senza cedere alle minacce, si sorvola.

Ciò mette in evidenza una questione assai grave, e sempre più evidente e preoccupante: in Italia l’informazione al momento attuale per censura o autocensura o per un setaccio ideologico che lascia passare oppure scarta determinate notizie a seconda del profitto che a vario titolo ne trae, ha raggiunto il suo punto più basso. Tanto che i giornalisti più allineati col potere non si limitano ad edulcorare certe notizie altrimenti sgradevoli al loro Editore, o ad accentuarne altre diversamente insulse e però più succulente per la linea sposata dalla loro testata, ma càpita che proprio le notizie non le diano.
E questa relativa al regista palestinese, vincitore di un premio così prestigioso, riconoscimento di un lavoro svolto fra mille ostacoli, difficoltà e minacce, rientra appunto fra quelle passate sotto silenzio da diversi nostri giornali, oltretutto non ufficialmente di partito.
Il fatto è che qui non si tratta del giornalino scolastico o parrocchiale naturalmente indirizzato a questioni e notizie locali e circoscritte, ma di testate giornalistiche a tiratura nazionale…
Ecco: da parte di queste testate non una riga!

In sostanza in Italia si assiste a un’acquiescenza che lo Stato di Israele vorrebbe fosse presa ad esempio dentro i suoi confini e dentro i confini dei territori che occupa: sarebbe una manna dal cielo! Così non dovrebbe più insistere nel divieto per i giornalisti stranieri di entrare nella Striscia anche dopo il Cessate il Fuoco del 10 di ottobre ’25 e non dovrebbe continuare a sparare sui giornalisti palestinesi residenti che vengono uccisi con una frequenza impressionante mai vista prima in nessuna parte del mondo. Come purtroppo i dati, facili da reperire, attestano al di là di ogni ragionevole dubbio.

Fulvio Baldoino

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