Un no non tanto alla riforma quanto alla Meloni
Un no non tanto alla riforma quanto alla Meloni
e i magistrati che cantano vittoria si condannano da soli
Turandomi il naso e consapevole che comunque fosse andata sarebbe stato un disastro mediatico, una sconfitta politica per il Paese e un nulla di fatto per il funzionamento della giustizia, ho votato sì solo perché la magistratura organizzata era contraria alla riforma. Tuttavia non mi straccio le vesti per la vittoria del no e a cose fatte riconosco che tutto sommato è stato il minore dei mali: uno smacco per la Meloni, che si illudeva, forte di sondaggi addomesticati, di poter continuare impunemente a distruggere l’Italia per salvare la propria immagine internazionale, una trappola per il campo largo avviato alla scontro fra la Schlein e Conte e soprattutto e una buccia di banana in cui i magistrati euforici sono scivolati finendo a gambe all’aria e mostrando quel che di poco commendevole c’è sotto la toga. Sentirli cantare Bella ciao, vederli esultare e saltellare al grido “chi non salta Meloni è” ha mostrato con abbagliante evidenza la miseria umana, morale, cognitiva e intellettiva degli uomini e delle donne ai quali è affidato il compito più delicato di tutte le istituzioni statali.

I magistrati festeggiano la vittoria del NO
È fuori dubbio che la società italiana è malata. La sua scarsa reattività, lo spazio lasciato a ragazzi decerebrati dei centri sociali e dei collettivi studenteschi, il livello infimo del ceto politico che la rappresenta, la facilità con la quale viene condizionata dalle campagne di disinformazione orchestrate dai media, l’assenza di élite intellettuali sono segni inequivocabili di degrado collettivo. Ma anche fra i latinos o nell’Africa subsahariana un sistema formativo efficace e selettivo sarebbe in grado di identificare cervelli funzionanti. In Italia non c’è: sono assolutamente certo che un’indagine a campione su operai non qualificati e posizioni di vertice in qualunque ambito professionale o della pubblica amministrazione dimostrerebbe una piena sovrapponibilità su tutti gli aspetti dell’intelligenza. E se l’intelligenza è distribuita in modo normale in tutti i gruppi sociali abbiamo un problema. Il rischio di imbattersi nell’avvocato incompetente, nel medico che sbaglia diagnosi e terapia, nel professore ignaro della disciplina che dovrebbe insegnare, nell’ingegnere che sbaglia i calcoli o chiude tutti e due gli occhi o, appunto, nel pubblico ministero che prende una cantonata e nel giudice privo di giudizio ma pieno di pregiudizi diventa troppo elevato e intollerabile. Ed è tanto più alto quanto meno l’area disciplinare è di per sé in grado di fungere da filtro, che non è certo il caso di una laurea in legge; sui concorsi poi caliamo un velo pietoso.
Insomma: il primo problema da affrontare e risolvere è quello della formazione e della selezione; se non si risolve questo tutto il resto è fuffa.

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Ammettiamo che con l’intervento dei numi protettori della Patria si verifichi un’inversione di tendenza rispetto alla deriva del sistema formativo iniziata negli sciagurati anni Settanta e che la variabile umana (incompetenza e inadeguatezza) non sia più in grado di vanificare qualunque tentativo di riassetto dell’ordine giudiziario che ora fa acqua da tutte le parti: soggezione nei confronti dei potenti, collusione con gli invasori, arroganza nei confronti del comune cittadino, strumento nelle mani di una parte politica e un tasso di errori giudiziari molto al di sopra di quello fisiologico. A questo punto, una volta ripristinate condizioni, diciamo così, “normali” di affidabilità, si dovrà imporre la separazione fra il magistrato che giudica e il dirigente col quale si interfaccia che sovrintende al lavoro degli inquirenti. Il quale, riguardo alla professionalità, ha col primo assai poco in comune: alle competenze giuridiche di base, infatti, si sovrappongono quelle del criminologo e quel che comporta di psicopatologia, psichiatria, sociologia, tecniche investigative nonché esperienza sul campo. E la circostanza che sia alle dipendenze del ministero degli interni o della giustizia è irrilevante; anche i docenti sono dipendenti di un ministero, non della propria organizzazione, ma nel loro operato sono assolutamente liberi, almeno che non diano di matto: è una libertà garantita dall’essenza stessa della trasmissione del sapere prima che da un articolo della Costituzione, così come per la loro natura sia la funzione investigativa sia quella giudicante per svolgersi debbono essere al riparo da interferenze, da qualunque parte provengano. Resta inteso che, fatta salva la personale libertà di opinione, la partecipazione attiva alla politica o l’iscrizione a un partito – peggio che mai a una loggia massonica – sono incompatibili con l’esercizio di entrambe le funzioni.
Per concludere: uno, detto brutalmente, è un super-poliziotto che presenta le conclusioni del suo ufficio a un altro che sulla scorta di quelle conclusioni esprime un giudizio. Molto semplice, mi pare, ammesso che l’uno e l’altro sappiano fare il loro mestiere. E, posta la questione in questi termini, non vedo come possa essere motivo di scontro fra partiti; e se la Costituzione, con tutto il peso dei suoi anni, si mette di traverso, si cambia la Costituzione. Di sicuro non si può sottostare agli interessi di bottega di una categoria di dipendenti pubblici pagati – profumatamente – con le nostre tasse.
Se avesse vinto il sì questo risultato non si sarebbe ottenuto, non solo perché il testo della riforma, ammesso che vada nella direzione giusta, si ferma a mezza strada. In secondo luogo, lo ribadisco, occorre un preliminare intervento sulla formazione, vale a dire una riforma dei corsi di laurea accompagnata da una selezione ferrea. E se avesse vinto il sì la Meloni lo avrebbe fatto passare per una promozione della sua linea politica (posto che ne abbia una)
Noterella finale
C’era da aspettarselo: invece di prendere atto che l’affluenza abnorme per un referendum su una questione tecnica che nel merito non appassiona nessuno e la decisa affermazione del no sono il segnale che una parte dell’opinione pubblica comincia a svegliarsi e a mostrare insofferenza nei confronti di un governo che sul fronte interno ha disatteso tutti gli impegni presi in campagna elettorale e su quello estero ha relegato l’Italia in un angolino, la Meloni in preda a una crisi isterica finge di far pulizia in casa sua per uscire come nuova dalla tranvata, incassando in questo modo le lodi della finta opposizione. Ne fanno le spese personaggi sotto il tiro della sinistra: Delmastro, che non è certo peggiore di Donzelli, Bartolozzi, magistrata fuori dal coro e la Santanché, antipatica quanto si vuole ma anni luce avanti alla ministra che sovrintende alla ricerca. Come se fossero loro le magagne di un governo che continua a spendersi, e spendere, per gli ukronazi di Zelensky, quello che colpisce con droni la Lettonia per dar la colpa ai russi, si unisce al coro delle menzogne sull’Iran aggredito dalla banda israelo-americana e non rifiata sul martirio del Libano, che ha il solo torto di far gola ai conquistadores che stanno stretti nei territori rubati ai palestinesi e rivendicano la Terra Promessa in tutta la sua interezza.
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