Ucraina, quattro anni dopo: la guerra che ha smascherato il fallimento della Russia

Ucraina, quattro anni dopo: la guerra che ha smascherato il fallimento della Russia
Quattro anni di guerra dovevano consacrare il ritorno della Russia come grande potenza globale.
Dovevano dimostrare che Mosca poteva riscrivere i confini europei con la forza e imporre la propria volontà ai vicini.
Quattro anni dopo, il risultato è sotto gli occhi di tutti: la Russia ha distrutto l’Ucraina senza riuscire a piegarla.
E questa, per una potenza che voleva dominare, è già una sconfitta politica.

L’invasione fondata su un errore storico
Il Cremlino partiva da una convinzione tanto arrogante quanto sbagliata: l’Ucraina non sarebbe esistita davvero come nazione.
Si pensava a un esercito che avrebbe ceduto, a una popolazione passiva, a un governo destinato a fuggire in pochi giorni.
È successo l’opposto.
L’invasione ha trasformato definitivamente l’identità ucraina in qualcosa di irrimediabilmente anti-russo. Generazioni che avevano legami culturali e linguistici con Mosca oggi vedono nella Russia non un fratello maggiore, ma un aggressore.
Mosca voleva riportare Kiev sotto influenza.
Ha ottenuto l’effetto storico contrario.

PUBBLICITA’

Una potenza militare ridimensionata
Per anni la Russia ha coltivato l’immagine di esercito moderno e invincibile. La guerra ha mostrato altro: logistica fragile, perdite enormi, mezzi obsoleti rimessi in servizio, reclutamenti forzati e dipendenza crescente da droni e munizioni forniti da Paesi terzi.
Una superpotenza militare non combatte per anni per conquistare città già devastate.
Una superpotenza non consuma centinaia di migliaia di uomini per avanzare di pochi chilometri.
La guerra in Ucraina ha demolito il mito dell’invincibilità russa molto più di qualsiasi propaganda occidentale.

L’isolamento internazionale
Mosca voleva dividere l’Occidente.
Ha ottenuto una NATO più compatta e più estesa.
Paesi storicamente neutrali hanno scelto l’Alleanza Atlantica proprio per paura della Russia. L’Europa ha accelerato il distacco energetico da Mosca, riducendo uno degli strumenti geopolitici più potenti del Cremlino.
La Russia non è diventata leader di un nuovo ordine mondiale:
è diventata un partner junior sempre più dipendente dalla Cina.
Per una potenza che rivendica sovranità imperiale, è una retrocessione strategica evidente.

Una vittoria impossibile
Il Cremlino continua a parlare di successi militari, ma dopo quattro anni resta una domanda brutale: dov’è la vittoria?
Kiev non è caduta.
Il governo ucraino è saldo.
L’Ucraina guarda all’Europa più di prima.
La guerra continua senza una via d’uscita chiara.
La Russia può occupare territori, ma non controllare un Paese ostile di quaranta milioni di abitanti sostenuto dall’Occidente.
E occupare senza stabilizzare non è vincere: è restare intrappolati.

Il prezzo interno
Nel frattempo la Russia paga un costo silenzioso: giovani emigrati, economia piegata allo sforzo bellico, repressione politica crescente e una società abituata alla guerra permanente.
Il potere appare solido, ma sempre più fondato sulla mobilitazione e sulla paura.
Una stabilità costruita sul conflitto continuo non è forza: è fragilità rimandata.

La guerra che doveva rifare l’Impero
L’invasione dell’Ucraina doveva segnare la rinascita imperiale russa.
Sta invece mostrando i limiti strutturali di una potenza capace di iniziare guerre ma incapace di chiuderle.
Dopo quattro anni, la Russia non appare più temuta come modello politico o economico. È percepita soprattutto come un Paese disposto a distruggere pur di non accettare il declino.
E questa non è la vittoria di una grande potenza.
È il segno di una potenza che combatte contro la storia stessa.

Ентоні Eлегантний

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.