Ucraina: la pace evocata dai potenti, pagata dai deboli

Nelle ultime settimane la parola pace è tornata a circolare con insistenza nel dibattito internazionale sulla guerra in Ucraina. Una pace evocata come formula magica, come scorciatoia morale, come stanco slogan da talk show. Ma dietro questa improvvisa conversione pacifista di alcuni protagonisti globali si nasconde una verità molto più cinica: non si parla di pace giusta, ma di resa conveniente.

Vladimir Putin continua a presentarsi come l’uomo razionale che “difende la sicurezza della Russia”, mentre da oltre due anni bombarda città, deporta civili, cancella identità culturali e riscrive i confini con la forza. La sua idea di pace coincide con la legittimazione dell’aggressione: territori occupati, Ucraina mutilata, diritto internazionale archiviato. Una pace coloniale, non una pace tra uguali.

A fare da sponda, con inquietante leggerezza, è tornato Donald Trump. Il suo messaggio è brutale nella sua semplicità: chiudiamo la guerra subito, anche a costo di sacrificare l’Ucraina sull’altare dell’interesse americano e della propaganda elettorale. Trump non parla da mediatore, ma da uomo d’affari: meno spese, meno problemi, più consensi interni. La libertà di un popolo diventa una voce di bilancio da tagliare. È la geopolitica ridotta a reality show.

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In questo scenario di cinismo travestito da pragmatismo, la figura di Volodymyr Zelensky resta un’anomalia morale. Non un santo, non un eroe da cartolina, ma un presidente che ha scelto di restare, di rappresentare il suo popolo sotto le bombe, di non scambiare la sopravvivenza politica personale con la capitolazione nazionale. Zelensky continua a ripetere un concetto semplice e rivoluzionario: la pace senza giustizia è solo una pausa tra due guerre. E su questo ha ragione.

L’Europa, pur con tutte le sue lentezze, divisioni e ambiguità, è oggi l’unico spazio politico che prova a tenere insieme due principi fondamentali: la difesa del diritto internazionale e il rifiuto della legge del più forte. Sostenere l’Ucraina non è un atto di bellicismo, ma di autodifesa democratica. Perché se passa il principio che un Paese può essere smembrato con i carri armati e poi invitato a “negoziare”, nessun confine, nessuna sovranità, nessuna democrazia è al sicuro.

Chi oggi invoca la pace a ogni costo dovrebbe avere il coraggio di dire chiaramente chi paga quel costo. Lo pagano gli ucraini, certo. Ma lo paghere anche l’Europa domani, e il mondo dopodomani. Perché una pace costruita sulla vittoria dell’aggressore non chiude i conflitti: li moltiplica.

La vera pace non nasce dalla stanchezza dei commentatori né dall’opportunismo elettorale di Trump, né dall’imperialismo nostalgico di Putin. Nasce dal riconoscimento di una verità scomoda: senza giustizia, senza responsabilità, senza rispetto dei popoli, la pace è solo una parola vuota. E di parole vuote, questa guerra, ne ha già prodotte fin troppe.

Ентоні Eлегантний

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