Trump l’anti-globalista
A ulteriore conferma [VEDI] dei danni che le politiche di Trump stanno infliggendo proprio a quei cittadini americani che egli si prefiggeva di tutelare e privilegiare, ci sono fior fiore di aziende americane assurte nei decenni a icone dell’orgoglio nazionale che hanno lasciato il suolo patrio per fare outsourcing, chiudendo in parte o in toto le proprie attività negli USA per migrare nell’attiguo Messico o in Brasile: niente di meno che Ford, Boeing, Coca Cola. Ciò significa, oltre allo smacco per un governo che voleva provocare movimenti transfrontalieri esattamente opposti, la perdita di un numero enorme di posti di lavoro.

Kelly Ortberg e Donald Trump: due visioni collidenti del commercio internazionale, libero e senza gabelle per il primo, regolato da dazi protettivi per il secondo.
Tutto cominciò durante una tumultuosa telefonata tra il CEO di Boeing, Kelly Ortberg, e Donald Trump. Lo scontro ebbe un seguito, in quanto simboleggiava il braccio di ferro tra i capi di aziende, non necessariamente soltanto delle dimensioni delle tre suddette, su un principio cruciale: se sia il governo ad avere il sopravvento su scelte di squisita natura aziendale, o se non siano le corporation a poter operare liberamente nelle loro politiche industriali. Nello specifico, Trump ha alzato dazi impossibili su tutte le parti degli aerei che venivano prodotte all’estero, mettendo fuori mercato la Boeing (e idem Ford, Coca Cola e numerose altre), per la lievitazione dei prodotti finiti. Egli non ha tenuto conto che oggi un prodotto finito, e tutto ciò che concorre alla sua produzione, viene sì assemblato in una nazione, ma le parti arrivano da un ventaglio di nazioni diverse.

I prodotti finiti, in particolare quelli di grande complessità, come un odierno aereo, sono il risultato di un complesso assemblaggio di parti provenienti da ogni angolo del mondo. Gravarli di dazi significa spesso mettere fuori mercato il prodotto finale [VEDI]
Uno scontro quanto mai attuale, in un mondo che avevamo dato per de-globalizzato e sancito come tale dall’avvento di Trump 2; e che scopriamo non esser tale, a causa delle formidabili resistenze delle aziende, che non vogliono rinunciare ai vantaggi della globalizzazione, per non soccombere alla sfida di concorrenti che non hanno i cappi al collo che Trump ha posto sulle aziende domestiche; le quali, perlopiù silenziosamente, chiudono i battenti in patria e migrano dove più gli conviene. Trump, come sovranista, ha dato una ben triste prova, agli occhi e per le tasche soprattutto degli americani. Mentre Ortberg ha dimostrato di non piegare la testa alle pretese di Trump: un coraggio che gli è costato caro, ma ha salvato l’azienda e fungerà da esempio per tanti altri suoi pari.
D’altronde, l’altra grande arma per colpire una nazione ostile sono le sanzioni economiche e le confische di suoi beni all’estero. Che però hanno dimostrato i loro limiti nelle reazioni degli altri Stati, che all’improvviso si scoprono inermi di fronte alla replica di provvedimenti simili a loro danno in caso di “sgarro” alle regole delle nazioni dominanti.
>Sanzioni e dazi suonano come avvertimenti in puro stile mafioso verso i disobbedienti. E vogliono rappresentare un argine al mondo globalizzato voluto dalle élite e il cui fluido vitale era rappresentato dal dollaro, oggi in caduta libera.
Tutti questi elementi non fanno che confermare l’attuale, seconda scompagnatura dell’assetto mondiale vigente, sancito nel 1944 e poi resettato nel 1971. I due fronti contrapposti vedono in Ortberg e in Trump i duellanti di punta in singolar tenzone.
Marco Giacinto Pellifroni 27 luglio 2025