Trombe d’Apocalisse sul Priamàr, mentre il mondo va a ramengo e noi cerchiamo ancora il parcheggio

Trombe d’Apocalisse sul Priamàr, mentre il mondo va a ramengo e noi cerchiamo ancora il parcheggio

Se uno si ferma un momento, proprio uno stop secco come direbbe Georges Ivanovič Gurdjieff, di quelli che ti bloccano mentre stai per dire l’ennesima sciocchezza al bar, e guarda la situazione senza chiacchiera inutile, viene quasi da ridere. Ma ridere amaro, da vecchi brontoloni seduti a guardare il mare di Fortezza del Priamar, pensando a quando Savona era Savona e non un ricordo con le panchine nuove.

Allora fermiamoci davvero. Stop. Niente slogan, niente televisione accesa in sottofondo, niente nipoti che spiegano il mondo con due parole inglesi. Solo guardare.

C’è una guerra che non finisce mai, quella tra Russia e Ucraina. Non è più neanche una notizia, è diventata come la pioggia d’autunno: c’è e basta. Ma dietro ci sono persone vere, decisioni vere, e una testardaggine che pare quella dei vecchi capomastri di una volta, quando nessuno voleva cedere di un millimetro.

Il primo personaggio è Vladimir Putin. Qui bisogna dirlo senza fare i furbi: una faccia di bronzo come poche. Uno che ti guarda e non sai mai se sta pensando alla prossima mossa o a una partita a scacchi giocata vent’anni fa. Però, e qui viene il punto che fa storcere il naso a tanti, è coerente. Fa quello che dice, nel bene o nel male. Se decide una linea, la porta avanti come quei vecchi comandanti di porto che non cambiavano idea neanche con la mareggiata. Ti può piacere o no, ma sai cosa aspettarti.

Dall’altra parte del teatrino mondiale, perché ormai sembra davvero un avanspettacolo, c’è Donald Trump. E qui il tono cambia. Trump è come quei personaggi che una volta salivano sul palco a far ridere, esagerati, rumorosi, sempre pronti alla battuta. Solo che questo, invece di raccontare barzellette, parla di guerre e pace. Vuole il Nobel per la pace, dice, mentre intorno si muovono interessi, pressioni, tensioni che con la pace hanno poco a che fare. È come uno che urla “state calmi!” mentre butta benzina sul fuoco.

E allora il vecchio di Savona, quello che guarda tutto con la memoria di quando il porto era pieno e la città viveva davvero, cosa vede? Vede due figure che, a modo loro, sembrano uscite da una commedia dell’arte locale. Putin somiglia a quei notabili di una volta, magari un misto tra il politico navigato e il capo cantiere: pochi sorrisi, poche parole, ma una linea dritta come una banchina. Trump invece ricorda certi impresari un po’ fanfaroni, quelli che promettevano spettacoli incredibili e poi si presentavano con quattro luci e tanta voce.

PUBBLICITA’

E qui lo stop di Gurdjieff diventa utile davvero. Fermarsi e chiedersi: ma cosa sta succedendo davvero? Non quello che raccontano, ma quello che è.

Succede che una guerra si trascina perché nessuno vuole perdere la faccia. Succede che la politica mondiale si mescola con lo spettacolo, e non si capisce più dove finisce una cosa e inizia l’altra. Succede che chi dovrebbe spegnere il fuoco spesso lo usa per scaldarsi le mani.

E allora il nostro vecchio brontolone, quello che dice sempre “una volta era meglio”, forse ha torto su tante cose, ma su una ci prende: il mondo di oggi parla troppo e ascolta poco. Si muove tanto e capisce poco. E soprattutto non si ferma mai.

Perché fermarsi, fare davvero uno stop, vorrebbe dire vedere le contraddizioni. Vorrebbe dire accorgersi che uno che vuole la pace non può comportarsi come se la guerra fosse uno spettacolo. Vorrebbe dire riconoscere che la coerenza, anche quando è dura e scomoda, pesa più delle parole leggere.

Alla fine, tra una lamentela e una nostalgia, il vecchio savonese direbbe una cosa semplice, magari in dialetto stretto: “u mundu l’è andou, ma nìatri semmu chì a guardà”. Il mondo è andato, è partito per la sua strada. E noi siamo qui a guardare, a commentare, a brontolare.

Ma se ogni tanto facessimo davvero quello stop, quello vero, forse capiremmo che non è solo il mondo ad essere cambiato. Siamo noi che abbiamo smesso di guardarlo per quello che è, preferendo lo spettacolo alla realtà.

E intanto, tra una battuta e un sospiro, la guerra continua. Non sul palco. Davvero.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.