Trilli Trilli e Trump a Davos: quando la diplomazia incontra il folklore genovese

Trilli Trilli e Trump a Davos: quando la diplomazia incontra il folklore genovese

Un’analisi inaspettata tra la satira popolare ligure e le gesta del tycoon americano
La geniale canzone genovese “Trilli Trilli” e le recenti vicende diplomatiche di Donald Trump a Davos condividono più di quanto si possa immaginare: entrambe raccontano storie di negoziati falliti, promesse non mantenute e l’arte di cambiare versione quando le cose non vanno come previsto.

La promessa tradita: stoccafisso vs. Groenlandia
Nel folklore genovese di “Trilli Trilli”, il protagonista lamenta una classica delusione culinaria e matrimoniale. Gli era stato promesso un banchetto degno di nota – stoccafisso e bacilli, gorgonzola coi grilli, un bottiglione di vino buono – e invece si ritrova con una misera minestrina con le uova. “T’æ ciû musse che mandilli” (hai più smorfie che fazzoletti), recita il ritornello, sottolineando l’inaffidabilità della controparte.
Similmente, Trump arriva a Davos con proclami grandiosi sulla Groenlandia, rivendicando nientemeno che la proprietà dell’intera isola. Minaccia l’uso della forza, evoca scenari da Guerra Fredda. E invece? Si ritrova a firmare un “accordo quadro” che sostanzialmente conferma quanto già esisteva dal 1951: basi militari sì, ma nessuna sovranità territoriale. La “minestrina con le uova” della diplomazia internazionale.

L’arte del ripensamento strategico
Il genio della canzone genovese sta nel suo finale ironico: dopo aver cantato che non prenderanno più moglie, i protagonisti concludono con un pragmatico “finché al mondo ci sarà la moglie del mio vicino, non prendiamo più moglie per un bel belino”. In altre parole: le posizioni di principio durano finché conviene.
Trump dimostra analoga flessibilità. Le sue minacce militari si trasformano rapidamente in un diplomatico “ce lo ricorderemo” quando i mercati azionari tremano e i portafogli dei suoi collaboratori sull’Air Force One rischiano di assottigliarsi. Come osserva acutamente il governatore Newsom, il vero dissuasore non sono gli alleati europei, ma Wall Street.

Il realismo cinico dei quartieri popolari
“Stamme ûn po a sentî, viätri da Föxe, chi ve salva son quelli de Boccadäse che son ciû tarlûcchi de viätri” – la canzone inizia con una sfida tra quartieri genovesi, ognuno che dichiara di essere più furbo dell’altro. È la stessa dinamica che Trump porta sulla scena internazionale: un continuo gioco di posizionamento dove conta più apparire vincitori che ottenere risultati concreti.
Il Board of Peace per Gaza, firmato in pompa magna con venti paesi, mostra defezioni immediate (Regno Unito) e solleva perplessità costituzionali (Italia). Ma Trump lo presenta come un trionfo personale: “Tutti ne vogliono far parte, un paio mi piacciono, un paio no”. Puro spirito da “Trilli Trilli”: l’importante è mantenere la faccia, anche quando la sostanza è discutibile.

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Il vino buono che non arriva mai
La tradizione genovese insegna che “Trilli Trilli” si canta “dopo qualche damigiana di vino con gli amici” – è una canzone da osteria, dove le grandi dichiarazioni della sera vengono dimenticate al mattino. Trump sembra aver interiorizzato questa saggezza popolare: le sue promesse hanno la durata di un ciclo di notizie, adattandosi pragmaticamente a ciò che il mercato (e i suoi sostenitori miliardari) sono disposti a tollerare.
La diplomazia di Rutte, che convince Trump con la prospettiva di vendere F-35 e rafforzare la presenza militare americana, è l’equivalente internazionale del “bottigion de vin bon” promesso nella canzone: un’offerta concreta che sostituisce le pretese iniziali irrealistiche.

Conclusione: “Stan ben ben quelli c’han quarcösa”
Il ritornello finale di “Trilli Trilli” contiene una verità universale: “Stan ben ben quelli c’han quarcösa, stan ben ben stan ben ben”. Stanno bene quelli che hanno qualcosa, che sia denaro, potere o semplicemente la capacità di adattarsi.
Trump, come i protagonisti della canzone genovese, dimostra che nel teatro della politica internazionale, come nelle osterie di Boccadasse, conta meno la coerenza e più la capacità di leggere la situazione. Le minacce si trasformano in accordi, le pretese territoriali in concessioni militari, e tutto viene presentato come una vittoria personale.

Alla fine, sia che si tratti di promesse matrimoniali tradite o di sovranità territoriali negoziate, il copione rimane lo stesso: “o trilli trilli trilli”, le chiacchiere volano, ma la realtà è fatta di compromessi pragmatici e interessi concreti. I genovesi lo sanno da secoli, Trump lo sta imparando a Davos.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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