TRE LEGNI PER UN CON-FUOCO

 TRE LEGNI PER UN CON-FUOCO
 Delmastro, Santanchè, Bartolozzi: il martirio laico di un governo che fa le pulizie di primavera

 Definizione dei termini

Con-fuoco: antica tradizione popolare ligure che si celebra il sabato prima di Natale in piazza. Un corteo storico accompagna un grande ceppo d’alloro, che viene asperto con vino locale e incendiato. Dalla direzione in cui si inclina la fiamma – se sale diritta verso il cielo o se viene piegata dal vento – si traggono auspici per l’anno a venire: fuoco diritto, buon auspicio; fuoco storto, anno difficile.

*Mastro Ciliegia: personaggio de *Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi. Falegname dal naso «lustro e paonazzo come una ciliegia matura» che, trovata nella sua bottega una ceppa di legno apparentemente senza valore, decide di farne una gamba da tavolino. Solo quando il legno comincia a parlare, Mastro Ciliegia comprende di aver avuto tra le mani qualcosa di maledetto. Preso dal terrore, cede il ceppo incandescente al primo che passa, l’amico Geppetto.

Santa-in-che?: gioco di parole sul cognome Santanchè. Pronunciato secondo la cadenza napoletana, si trasforma in un’interrogazione: “Santa in che?”. Allude all’assenza di una Santa Daniela nel calendario cattolico e alla natura sfuggente di una figura politica sospesa tra incarico istituzionale e procedimenti giudiziari.

San Bartolomeo: apostolo, uno dei dodici discepoli. Secondo la tradizione agiografica, dopo aver evangelizzato l’Armenia fu catturato per ordine del re Astiage, scorticato vivo e infine decapitato. Nell’iconografia è rappresentato con la propria pelle arrotolata su un braccio o legato a un tronco mentre il carnefice lo scuoia. Patrono dei macellai, dei conciatori e dei librai.

1) Delmastro come Mastro Ciliegia

Il legno che parlava

Mastro Ciliegia, nel romanzo di Collodi, è il vecchio falegname che, trovato un pezzo di legno apparentemente senza valore, decide di farne una gamba da tavolino. Non sa ancora che quel legno parlerà, che griderà, che scotterà le mani di chi lo tocca. È solo quando la vocina si leva dal tronco che Mastro Ciliegia comprende, troppo tardi, di aver tenuto tra le mani qualcosa che non avrebbe dovuto nemmeno sfiorare. Preso dal terrore, sviene. Poi, con sollievo, cede il legno incandescente al primo che passa, al suo amico Geppetto, e se ne libera.

Andrea Delmastro delle Vedove, sottosegretario alla Giustizia, è stato per la coalizione di governo esattamente questo: un uomo che ha preso tra le mani un oggetto che pareva innocuo, ne ha fatto uno strumento del proprio ruolo, e solo quando il fuoco ha cominciato a sprigionarsi si è accorto che quell’oggetto era maledetto.

L’oggetto in questione si chiamava “Le 5 Forchette”: una società di capitali in cui Delmastro deteneva una quota significativa, e che gestiva un ristorante a Roma intestato alla figlia diciottenne di un ristoratore campano condannato per intestazione fittizia di beni con l’aggravante del metodo mafioso. Un oggetto che parlava, eccome. Parlava di affari opachi, di società intestate a minorenni, di frequentazioni che un uomo di governo non può permettersi senza che la vocina del sospetto si levi a gridare.

Mastro Ciliegia, dinanzi al tronco che si anima, sviene. Delmastro non è svenuto. Ha usato parole più misurate, più istituzionali: «Ho sempre combattuto la criminalità, anche con risultati concreti e importanti e, pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza.» La leggerezza. La parola che scotta, che è essa stessa un fuoco che brucia. Perché la leggerezza, in chi siede al governo della giustizia, pesa più di una colpa.

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E come Mastro Ciliegia cede il legno al primo che passa, così Delmastro ha ceduto le sue quote, si è dimesso, e ha consegnato il ceppo ardente a chi verrà dopo, liberandosene con quel misto di sollievo e rassegnazione che accompagna chi sa di aver tenuto tra le mani più fuoco di quanto potesse sopportare.

 Il capodanno e il petardo

Ma la parabola di Delmastro come Mastro Ciliegia non comincia con il legno della bisteccheria. Comincia un anno prima, o forse due, in una notte di Capodanno, quando il fuoco era ancora solo una scintilla.

Quella notte, in un piccolo paese di provincia, si teneva una festa nei locali della Pro Loco. La festa era stata organizzata dalla sorella del sottosegretario, sindaca del paese. C’era Delmastro. C’era il suo caposcorta. C’era, soprattutto, un deputato del suo stesso partito che quella sera portò con sé, nella borsa, una pistola.

A un certo punto, un colpo d’arma da fuoco partì. Ferì lievemente alla gamba il genero del caposcorta. La versione del deputato è che l’arma fosse in mano ad altri, caduta e raccolta da terra. La versione di altri testimoni, invece, è che l’arma fosse nelle mani dello stesso deputato, che la stava mostrando ai presenti quando il colpo partì accidentalmente.

Delmastro, quella notte, non era nella stanza. Lo ha ribadito più volte, anche in tribunale. «Ero fuori – ha spiegato –. Stavo fumando con due amici di mia figlia quando ho sentito un botto che poteva essere un petardo. Ho detto: “Ecco, abbiamo già il primo coglione dell’anno”.» Poi è rientrato e ha trovato una scena diversa da quella che si aspettava: ha sentito la vittima dire più volte al deputato: «Perché mi hai sparato?»

Delmastro ha negato di aver mai visto l’arma in mano al collega, di averlo visto estrarla, di avergli mai detto «So che non sei stato tu». Ma il fatto che il suo caposcorta fosse coinvolto, che l’arma fosse di un deputato del suo stesso partito, che la festa fosse in casa di sua sorella – tutto questo bastò a far divampare un incendio che, sebbene non abbia avuto conseguenze giudiziarie dirette per lui, alimentò per mesi la narrazione di una gestione disinvolta dei confini tra pubblico e privato, tra potere e imprevidenza.

Lo stesso deputato, espulso dal partito, avrebbe poi dichiarato che tutto il gruppo politico aveva deciso di far ricadere le conseguenze dell’accaduto unicamente su di lui, suggerendo che Delmastro in realtà fosse nella stanza al momento dello sparo. Una vocina, anche questa, che dal legno si leva.

E così, tra lo sparo di quella notte e la bisteccheria di Roma, il falegname ha accumulato legna. Legna che alla fine ha bruciato. Il giorno delle dimissioni, Delmastro ha usato ancora la parola «leggerezza». Ma Mastro Ciliegia, nel romanzo, dopo aver ceduto il legno, non smette di essere un falegname. È il legno, invece, che continua a parlare.

 2) Santanchè come Santa-in-che?

 La santa che non si trova nel calendario

Daniela Santanchè. Il nome, pronunciato, suona come un’interrogazione. Santa? In che? Santa chi? La domanda sorge spontanea, perché il nome evoca una presenza che non si riesce a collocare. Cercala nel Martirologio Romano, nel Calendario dei Santi, nel Bollario della Congregazione delle Cause dei Santi. Non la trovi. E il motivo è semplice: non esiste, nelle tavole ufficiali della Chiesa cattolica, alcuna Santa Daniela. C’è San Daniele martire (al maschile), c’è Santa Daniela di Padova (di controversa attestazione storica), ma la nostra Santa-in-che – colei che ha il codice penale aperto a Milano – nel santorino non figura.

Eppure, la devozione popolare a questa santa laica e insieme laicissima è indiscutibile. Il suo culto si celebra non nelle chiese, ma nelle cronache giudiziarie. La sua agiografia si scrive non con la pietà dei fedeli, ma con le sentenze dei tribunali. E la sua leggenda, se così si può chiamare, è intrecciata a un nome che ricorre con insistenza nella sua esistenza terrena: Briatore.

 L’amore per Briatore

Perché la vicenda terrena di Daniela Santanchè, ministra del Turismo, è segnata da una lunga frequentazione con un noto imprenditore, figura controversa e affascinante della cronaca mondana e finanziaria italiana. Non è un dettaglio da poco, questo, per una donna che fa del turismo e dell’immagine la sua ragione politica. Quell’imprenditore, con i suoi resort in Sardegna, con i suoi locali sulla Costa Smeralda, con la sua capacità di trasformare ogni frequentazione in notizia, è stato per anni un satellite intorno al quale Santanchè ha orbitato. E l’orbita, si sa, è una forma di gravità che non lascia mai del tutto liberi.

Non si tratta qui di giudicare sentimenti o legami personali, ma di riconoscere che quel nome, nel percorso pubblico di Santanchè, ha operato come una sorta di controcanto. Quando si parla di Santanchè, si parla anche di lui. E quando si parla di lui, si parla di un certo modo di intendere gli affari, le relazioni, il successo. Una narrazione che, nel caso della ministra, si è andata progressivamente intrecciando con le vicende giudiziarie di Visibilia, la società di cui è stata amministratrice e per la quale ora rischia il processo con l’accusa di concorso in falso in bilancio.

Il processo, con i suoi tempi lunghi, con la prescrizione che incombe come una scadenza lontana ma possibile, ha trasformato la ministra in una figura che vive sospesa tra l’incarico istituzionale e l’attesa giudiziaria. Una santa del calendario che nessun calendario riconosce, una presenza che è insieme certissima eppure introvabile, come un’ombra che si dissolve al primo raggio di luce.

Santa-in-che? Santa in che cosa, esattamente? Santa nella capacità di resistere alle tempeste politiche? Santa nell’arte di rimanere al proprio posto nonostante le raffiche di richieste di dimissioni? Santa nella devozione che la presidente del Consiglio le riserva – un auspicio ripetuto, un «auspica» che risuona come una litania: «Meloni auspica che, sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa dalla ministra». Auspica, come il prete che auspica che i fedeli versino l’obolo. Auspica, come il capopopolo che auspica che il fuoco del Con-fuoco salga diritto.

Ma il fuoco, finora, è rimasto storto. E la santa, nel suo santorino, continua a non figurare. Forse è per questo che il suo nome, nella lingua del popolo, si trasforma in domanda. Santa che fa? Santa che aspetta. Santa che aspetta che il tempo faccia il suo corso, che la prescrizione arrivi come un’assoluzione mancata, che il processo si chiuda da solo come un libro che nessuno ha mai aperto del tutto. Una santità per decorrenza dei termini: novità assoluta nel diritto canonico e in quello penale.

 3) Bartolozzi come San Bartolomeo

La pelle del martire

San Bartolomeo apostolo, uno dei dodici discepoli, fu scorticato vivo per ordine del re Astiage. Il suo corpo, privato della pelle, continuò a predicare fino all’ultimo respiro – una tenacia che pochi altri nella storia della santità possono vantare. Nell’iconografia, è rappresentato con la sua stessa pelle arrotolata su un braccio o legato a un tronco mentre il carnefice lo scuoia.

Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della Giustizia, ha subito un martirio più moderno, ma non meno doloroso. Non le è stata tolta la pelle con un coltello, ma con le parole. Le sue stesse parole.

Nel corso di una trasmissione televisiva, mentre la campagna referendaria sulla separazione delle carriere dei magistrati infuriava, Bartolozzi dichiarò: «Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione.» La frase scattò, divenne virale, accese un vespaio di polemiche che in pochi giorni raggiunse l’intensità di un fuoco di paglia.

 Il tronco e le lame

Se San Bartolomeo fu legato a un tronco, Bartolozzi è stata legata al suo ruolo istituzionale. Se il carnefice usò lame affilate per separare la pelle dal corpo, Bartolozzi è stata scorticata da una frase pronunciata in diretta. La differenza è che Bartolomeo, nel momento della passione, sapeva chi fossero i suoi aguzzini. Bartolozzi, invece, è stata ferita dalle sue stesse parole, divenute improvvise lame che le hanno reciso la reputazione.

Le reazioni furono immediate. L’opposizione parlò di «parole sconcertanti e gravissime». Venne ricordato pubblicamente che in Sicilia, davanti ai plotoni di esecuzione, erano caduti magistrati uccisi dalla mafia: Livatino, Chinnici, Terranova, Falcone, Borsellino. Il riferimento non era retorico: era un appello alla memoria, un richiamo a ciò che quelle parole evocavano senza volerlo, o volendolo.

Il ministro della Giustizia si disse «dispiaciuto per le parole usate dal mio capo di gabinetto» e aggiunse che «sicuramente non avrà alcuna difficoltà a scusarsi». Ma la parola era stata detta. Il tronco, reciso, non dà più frutti.

 Il fuoco e l’auspicio

Bartolozzi, come San Bartolomeo legato al tronco, aveva intorno a sé un intreccio di significati che non poteva più controllare. Essere legati è, nelle esecuzioni capitali, una forma di esposizione pubblica del corpo. Il tronco a cui Bartolomeo fu legato è il tronco del martirio, spoglio, privo di fronde.

Ma vi è un fuoco che appartiene alla storia di Bartolozzi, e non solo per metafora. Il Con-fuoco di Napoli si alimenta di un ceppo d’alloro che viene incendiato, e dalla direzione delle fiamme si traggono auspici per l’anno a venire: se il fuoco sale diritto, buon auspicio; se va storto, anno difficile.

La frase di Bartolozzi è stata come un ceppo gettato nel fuoco in anticipo, in una stagione non prevista. Il ceppo che brucia si consuma, e le sue ceneri non restituiscono più nulla se non il ricordo di ciò che è stato. Ella avrebbe dovuto essere solida, radicata, protesa verso il cielo con la lentezza dei secoli. Invece è stata foglia sottile, che al primo soffio si strappa, che al primo fuoco brucia senza lasciare traccia.

La fiamma delle sue parole è andata storta. Storta verso il vento, verso i monti. E il cattivo auspicio è diventato profezia: dopo settimane di pressioni crescenti, Giusi Bartolozzi ha rassegnato le dimissioni da capo di gabinetto. Come Bartolomeo, ha perso la pelle. Come lui, ha continuato a parlare – ma le sue parole, ormai, erano solo un’eco di quel grido lanciato troppo forte, che aveva scorticato più chi lo aveva pronunciato che chi lo aveva ricevuto.

 Coda filosofica

La differenza tra un martire e un politico è che il primo sceglie il supplizio. Il secondo, invece, lo subisce senza sapere, fino all’ultimo, se era davvero inevitabile. Il martire sa perché muore. Il politico, spesso, scopre solo alla fine di essersi legato da solo al proprio rogo.

Vi è una forma di tragica ironia in questo: Bartolomeo fu scorticato per la sua fede, e quella fede lo rese immortale nel calendario dei santi. Bartolozzi è stata scorticata per una frase, e quella frase l’ha resa, per qualche settimana, protagonista di un dibattito che presto si spegnerà come tutte le cronache. Il martire entra nella leggenda. Il politico entra nell’oblio. E il fuoco, intanto, continua ad ardere – diritto o storto, a seconda del vento.

Perché il fuoco non giudica. Il fuoco si limita a consumare. E lascia a chi guarda il compito di trarne auspici.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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