Tra silenzi, tragedie e verità che non vogliono uscire

La rubrica firmata da Alberto Bonvicini, già comandante della Polizia Postale di Savona,  ci accompagnerà con riflessioni dedicate all’impatto dei social network, di internet e delle nuove tecnologie sulla nostra società.
Con lo sguardo esperto di chi ha vissuto in prima linea l’evoluzione (e le derive) del mondo digitale, Bonvicini ci offrirà analisi lucide e senza filtri su temi che toccano da vicino il nostro quotidiano: dalle devianze giovanili alla cultura dell’emulazione, dal web come strumento educativo o distruttivo fino al lento smarrirsi del senso critico.
Uno spazio di pensiero libero, per leggere con occhi diversi quello che ci succede intorno

Tra silenzi, tragedie e verità che non vogliono uscire

Queste settimane di silenzio sono state più che doverose per pensare, meditare e riflettere, senza ipocrisie, sulla tragedia del Constellation Music Bar di Crans Montana. Un nome che in Italia conoscevamo per tutt’altro motivo: la maggior parte di noi lo aveva sentito ai tempi di Alberto Tomba, nell’87. Oggi, purtroppo, è diventato il nome che verrà ricordato per tutto il 2026 e forse oltre.

Il mio silenzio, in onore delle vittime, dovrebbe continuare. Mi limito però a dire che, informandomi tramite un’amicizia qualificata, ho avuto la conferma che esisteva un modo semplicissimo per cambiare in pochi secondi il corso di quella tragedia: vietare le candeline sulle bottiglie, come avviene in migliaia di locali europei, spiegando chiaramente che materiali e strutture erano altamente infiammabili. Stop. Avrebbero perso qualche cliente e salvato decine di ragazzi e anche qualche cameriere che, con ogni probabilità, ha fatto il possibile ed è rimasto dentro fino alla fine.

Su questo non aggiungo altro. Giornali, televisioni e radio hanno già parlato fin troppo, fin dal primo giorno, spesso dicendo assurdità di ogni tipo.

Cambiando completamente argomento, viene da sorridere amaramente ripensando al blitz di Trump in Venezuela: il leader Maximo catturato praticamente in ciabatte, con una “difesa” degna di una scena comica tra Ollio e Stanlio, Keaton o Charlot. Eppure l’operazione è stata presentata come una missione epica dei Navy Seals e dei Marines, stile film americano. Trump e soci, in giacca attillata, colori sgargianti e creste perfette, la raccontavano come una grande vittoria.

Subito dopo Trump annunciava pure che era ora di “prendersi la Groenlandia”, perché a suo dire era circondata da navi cinesi e russe, mentre la Danimarca avrebbe potuto difenderla solo con qualche cane da slitta e due cerbottane. Peccato che né la Cina né la Russia abbiano mai mostrato, nemmeno lontanamente, intenzioni di occupare o assaltare la Groenlandia.

Diverso invece il discorso per il Venezuela, dove forse c’è un po’ di petrolio da “liberare”. Come insegnava Enrico Mattei sessant’anni fa, se dici di no a certi interessi poi rischi che l’aereo cada. E in Italia, chi ha detto di no – da Moro a Craxi – non mi pare abbia vissuto una vita particolarmente serena.

Mattei. Moro, Craxi

Oggi i soliti esperti parlano della convocazione di Moro da parte di Kissinger nel 1978, ma Moro non era né Mattarella né Renzi né D’Alema né Meloni. Tornò indietro con la schiena ancora più dritta. E come dimenticare Giulio Andreotti, ospite da Raffaella Carrà, quando disse: “Ma davvero pensate che l’America ci abbia liberato gratis?”. In Italia si rideva, come si rideva delle sue battute sul potere che logora chi non ce l’ha. Poi però, col tempo, si è smesso di ridere e si è iniziato a massacrarlo ogni giorno, ovunque.

Intanto emergono sempre nuovi “pentiti affidabili”, come ai tempi di Enzo Tortora o, più recentemente, con casi come Garlasco.

Dovremmo anche parlare del ragazzo ucciso a scuola con una coltellata. Ma il problema vero, che nessuno dice, è che già a dieci anni molti ragazzini girano con sigarette, alcol e coltellini: quello svizzero, il taglierino da disegno, o addirittura coltelli veri presi in casa da parenti. E quando qualcuno interviene, le giustificazioni sono sempre le stesse: “lo usa per aprire la serratura rotta”, “lo porta per difendersi”, “meno male che ce l’avevo, così ho potuto colpire il cane che mi aggrediva”.

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Alla fine avevano ragione i nostri nonni: se hai un’arma, prima o poi la userai. E qualcuno avrebbe potuto intervenire prima, non solo i professori, ma soprattutto gli amici che avevano capito, dai comportamenti e dai social, che qualcosa non andava. Anche la ragazza coinvolta, invece di giocare al ruolo della protagonista, avrebbe potuto fermarsi. Ma ormai è tardi, e non resta molto da aggiungere.

Voglio chiudere su un’altra storia che conosco bene da oltre tredici anni: la morte di David Rossi, responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena. Non a Rieti, ma a Siena, nel cuore della città e della banca. Era lui che gestiva anche movimenti di denaro enormi.

Oggi si cerca di far passare la versione della ’ndrangheta, delle sponsorizzazioni sospette, di imprenditori di Viadana, di testimoni minacciati addirittura con una lupara. Sinceramente viene la nausea. Le ricostruzioni tecniche dimostrano che le ferite di Rossi non sono compatibili con una caduta volontaria. Ma c’era davvero qualcuno che aveva ancora dubbi? Anche la storia dell’orologio è già stata raccontata mille volte.

Le Iene, gli inviati, le simulazioni non servono più a nulla. David Rossi è morto perché aveva scritto chiaramente di essere stanco di gestire e far transitare soldi che non servivano certo per aiutare bambini malati o persone in difficoltà. La chiave è tutta lì.

Lo aveva detto anche alla moglie, in modo semplice: è inutile suonare alla porta se dall’altra parte sono in casa ma non vogliono aprire.

L’unica speranza è che la figliastra di Rossi, che da anni lotta per una verità logica ma scomoda, non venga stancata da false piste e nuove inchieste costruite solo per far passare il tempo. Altrimenti finirà come per Piero Orlandi: quarant’anni di attesa e nessuna risposta.

Alberto Bonvicini 

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