The Equalizer 3: quando un grande personaggio viene distrutto dalla sua leggenda
The Equalizer 3: quando un grande personaggio viene distrutto dalla sua leggenda

Ho concluso un’altra trilogia. Anzi, mi auguro davvero che sia l’ultima per questo personaggio e che non escano altri sequel, prequel o spin-off.
Il primo The Equalizer aveva creato un protagonista credibile all’interno del suo universo narrativo.
Robert McCall non era un supereroe.
Era, però, l’ennesima evoluzione di una lunga tradizione di personaggi hollywoodiani: uomini addestrati, metodici, guidati da un preciso codice morale.
Il secondo film, pur meno incisivo, manteneva ancora quell’equilibrio.
La vera tragedia è che Robert McCall finisce per diventare l’ennesima variazione di una formula che Hollywood ripete da decenni: il giustiziere solitario e invincibile.

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Che si chiami Jason Bourne, Jack Ryan, The Punisher, John Wick o persino uno dei tanti supereroi Marvel, lo schema è sempre lo stesso:
un individuo straordinario riesce dove intere istituzioni falliscono.
Quello che un tempo appariva originale è diventato prevedibile e, con questo terzo capitolo, McCall perde proprio quell’identità che lo distingueva dagli altri, e tutto questo viene demolito.
La prima parte lasciava sperare in un’evoluzione finalmente interessante.
McCall viene ferito gravemente, appare vulnerabile, umano, quasi costretto a confrontarsi con l’età e con i propri limiti. Sembrava l’inizio di un film più maturo.
Invece accade l’esatto contrario.
Dopo pochi minuti, il personaggio torna a essere ancora più invincibile di prima, fino a trasformarsi nella caricatura di sé stesso.
Non è più un giustiziere con un codice morale:
diventa una macchina della morte che risolve qualsiasi problema con la violenza, ci sono più sangue e morti in questo film, che in Profondo Rosso di Dario Argento e in una vera strage di mafia, senza che il film metta mai realmente in discussione ciò che fa.
Ma il problema più grande è un altro.
L’Italia non viene raccontata: viene assemblata.
Campania, Costiera Amalfitana, Napoli, richiami alla Sicilia, dialetti mescolati, Camorra, droga e riciclaggio di denaro sporco, processioni religiose, Madonne, feste popolari, boss mafiosi, busti di Mussolini, stragi, autobombe, telegiornali internazionali, piazze da cartolina, calcio, cucina e folklore vengono gettati nello stesso contenitore senza alcuna coerenza culturale o geografica.
Non è un’Italia vera, o lo è solo in parte e secondo la visione distorta di un turista distratto e concentrato sui cliché.
È un catalogo di stereotipi costruito per il pubblico internazionale, cercando e fallendo, nonostante parte del cast sia italiano, di accattivare quello nazionale.
Le istituzioni vengono rappresentate in modo superficiale, le dinamiche investigative sembrano uscite da un action generico o da una fiction televisiva costruita sui luoghi comuni e molte scene risultano forzate, fino a perdere qualsiasi verosimiglianza.
L’impressione è che ogni volta che la sceneggiatura non sappia come aumentare la tensione, scelga semplicemente di aumentare la violenza per incollarci alla sedia.
Il risultato è un’escalation continua che, anziché coinvolgere, allontana lo spettatore.
La sensazione finale è quella di vedere un film che non si fida più della forza del proprio protagonista e cerca di sostituirla con effetti sempre più eclatanti.
È un peccato.
Perché Robert McCall era un personaggio che meritava una conclusione all’altezza.
Invece gli autori hanno preferito trasformarlo in un mito invincibile, perdendo proprio quella dimensione umana che lo aveva reso interessante.
Per me questo non è semplicemente il capitolo più debole della trilogia.
È il film che distrugge il personaggio che i primi due avevano costruito.
Come avrebbe detto Gino Bartali:
«L’è tutto sbagliato. L’è tutto da rifare.»
Anzi, no.
Speriamo che non lo rifacciano. E soprattutto, speriamo che non facciano un quarto capitolo.
Perché, quando un personaggio viene progressivamente svuotato della sua credibilità fino a diventare la caricatura di sé stesso, forse la scelta migliore è avere il coraggio di fermarsi.
Voto personale: 3/10 (E sono stato buono)
Anche per Denzel Washington, questa resta un’occasione sprecata.

Paolo Bongiovanni
Blogger e creatore di contenuti digitali. Libero pensatore in un mondo libero. Uomo libero