Teatro DiLetto: quando la storia di una persona diventa teatro

Teatro DiLetto: quando la storia di una persona diventa teatro
Intervista a Ivano Malcotti, ideatore del progetto Teatro DiLetto

a cura della Prof.ssa Maria Galasso, ricercatrice del MPI

A quasi dieci anni dalla sua nascita, Teatro DiLetto rappresenta un’esperienza originale di incontro tra narrazione, teatro, relazione di cura e accompagnamento nel fine vita. Nato a Genova nel 2017 da un’idea di Ivano Malcotti, il progetto ha potuto svilupparsi grazie al fondamentale sostegno e condivisione dell’allora Associazione Gigi Ghirotti di Genova, oggi Fondazione Gigi Ghirotti Genova ETS, del Gruppo Città di Genova e dell’Istituto Italiano di Bioetica.

Con la Prof.ssa Maria Galasso ripercorriamo le origini di questa esperienza, il rapporto tra teatro, psicologia e pedagogia, il valore della narrazione nelle fasi più fragili dell’esistenza e le prospettive che si aprono in vista del decennale.

Maria Galasso – Ivano Malcotti, da quale intuizione nasce Teatro DiLetto?

Ivano Malcotti – Teatro DiLetto nasce a Genova nel 2017 da una domanda che continua ad accompagnarmi: che cosa possiamo offrire a una persona quando non possiamo più modificare il corso della sua malattia?
Naturalmente non cercavo qualcosa che sostituisse la medicina. Le cure palliative, il controllo dei sintomi, l’assistenza e la competenza sanitaria rimangono fondamentali. Mi interessava però esplorare un’altra dimensione, quella della biografia e della relazione, perché quando la malattia diventa molto presente esiste il rischio che anche lo sguardo degli altri finisca per concentrarsi soprattutto sul corpo, sulla diagnosi, sulle terapie e sulle necessità assistenziali.
Dentro quel corpo, però, continua a esserci una persona che ha amato, lavorato, viaggiato, desiderato, sbagliato, costruito relazioni e attraversato una storia irripetibile. Mi sono chiesto se il teatro e la narrazione potessero contribuire a far riemergere quella persona.
L’intuizione iniziale ha potuto diventare esperienza concreta grazie all’incontro con realtà che hanno creduto nel progetto e lo hanno sostenuto: l’allora Associazione Gigi Ghirotti di Genova, il Gruppo Città di Genova e l’Istituto Italiano di Bioetica. È stato proprio il dialogo fra competenze differenti — di cura, culturali, bioetiche, psicologiche e pedagogiche — a permettere al progetto di crescere.

Maria Galasso – Il nome “Teatro DiLetto” contiene evidentemente un gioco di parole. Che significato ha?

Ivano Malcotti – Nella denominazione c’è certamente il “diletto”, quindi la dimensione espressiva, artistica e catartica del teatro, ma c’è anche un teatro “di letto”, cioè un teatro che lascia il proprio spazio tradizionale e raggiunge, accompagnando la persona là dove si trova.
Con il tempo, però, ho capito che il significato più importante non consiste semplicemente nel portare uno spettacolo accanto a un letto. Se fosse soltanto questo, avremmo un’attività teatrale realizzata in un luogo diverso dal tradizionale spazio teatrale. In Teatro DiLetto avviene qualcosa di diverso: non è il teatro ad arrivare con una storia già scritta, ma è la storia della persona a generare il teatro.
La persona non è quindi soltanto spettatore o destinatario di qualcosa preparato da altri, ma diventa l’origine stessa del materiale narrativo.

PUBBLICITA’

Maria Galasso – Che cosa viene chiesto concretamente alla persona?

Ivano Malcotti – In realtà cerchiamo di chiedere il meno possibile e di ascoltare il più possibile. Non esiste una storia obbligatoria da raccontare e non esiste un argomento che debba necessariamente essere affrontato. La persona può parlare dell’infanzia, del rapporto affettivo in generale, del proprio lavoro, di un viaggio, di una paura, di un conflitto, di qualcuno che non c’è più o di un desiderio ancora presente.
Può raccontare la malattia oppure scegliere di non parlarne. Può partire da una frase, da un’immagine, da parole. E può anche scegliere di non raccontare.
Questo per me è fondamentale, perché la narrazione non deve diventare un nuovo dovere imposto alla persona alla fine della vita. Non credo neppure che ogni storia debba necessariamente raggiungere una pacificazione o una conclusione. Alcune vite conservano domande aperte, contraddizioni, rimpianti; anche tutto questo deve poter essere accolto senza la pretesa di “aggiustarlo”.

Maria Galasso – E dopo il racconto che cosa accade?

Ivano Malcotti – Nel tempo ho riconosciuto quattro modalità operative che descrivono il percorso: raccontare, trasformare, restituire, riconoscere. Raccontare significa offrire alla persona uno spazio nel quale possa scegliere liberamente ciò che desidera condividere. Trasformare significa permettere, quando lo si desidera e si condivide, che alcune parole assumano un significato diverso: un ricordo può diventare poesia, un episodio può trasformarsi in racconto, una relazione in dialogo, un’immagine in un piccolo testo teatrale.
Poi arriva la restituzione. Quel materiale può tornare alla persona attraverso la voce di qualcun altro, mediante una lettura o una rappresentazione realizzata anche direttamente accanto al proprio letto.
Ed esiste infine il riconoscimento, che per me è forse il passaggio più profondo: attraverso quella storia può tornare in primo piano la persona, non soltanto la sua malattia. Per cercare di descrivere meglio il momento della restituzione, oggi propongo l’espressione “restituzione biografica performativa”.

Maria Galasso – È un’espressione molto particolare. Che cosa intende esattamente per “restituzione biografica performativa”?

Ivano Malcotti – Intendo il processo attraverso il quale un materiale autobiografico liberamente affidato dalla persona viene trasformato, in modo condiviso, in una forma artistico-narrativa e successivamente restituito al proprio autore, mentre è ancora presente, attraverso la voce, la lettura o la rappresentazione dell’altro.
Trovo interessante ciò che accade in quel passaggio: la storia continua ad appartenere alla persona, ma le ritorna attraverso una voce diversa. Chi ha raccontato diventa, per qualche momento, anche spettatore della propria esperienza. È una situazione che mette in relazione due dimensioni: quella dell’autore e quella dell’altro.
Non sostengo che questo produca automaticamente un beneficio terapeutico. Sarebbe scorretto affermarlo senza verifiche adeguate. Penso però che sia proprio questa particolare esperienza a meritare di essere approfondita scientificamente. Nel progetto, infatti, la restituzione è il passaggio che trasforma la narrazione da semplice testo in evento relazionale.

Maria Galasso – Teatro DiLetto incontra quindi anche la psicologia?

Ivano Malcotti – Sicuramente. La psicologia narrativa mi ha offerto nel tempo strumenti molto utili per comprendere meglio ciò che avevamo iniziato a osservare sul campo. Jerome Bruner e Dan McAdams, da prospettive differenti, hanno mostrato come le storie attraverso cui organizziamo l’esperienza contribuiscano alla costruzione della nostra identità. Non siamo soltanto la somma di ciò che ci è accaduto, ma anche il modo in cui ricordiamo, colleghiamo e interpretiamo quegli eventi.
Nel fine vita tutto questo acquista una particolare intensità, perché la malattia può ridurre l’autonomia, modificare il corpo, interrompere il lavoro, cambiare i ruoli familiari e sociali e restringere progressivamente l’orizzonte del futuro.
Rimane però una possibilità importante: continuare, almeno in parte, a scegliere come raccontarsi.
Per questo parlo di agency narrativa, cioè della possibilità di conservare una forma di autodeterminazione sulla propria storia. Posso non avere potere sulla malattia, ma posso ancora dire: questo ricordo per me conta, questo voglio raccontarlo, questo invece preferisco custodirlo, queste sono le parole attraverso le quali desidero essere riconosciuto.

Maria Galasso – Ma nel progetto c’è anche una forte dimensione pedagogica. In che modo la pedagogia entra nel fine vita?

Ivano Malcotti – Credo che questo sia un punto significativo. Quando parliamo di pedagogia siamo abituati a pensare soprattutto all’infanzia, alla scuola come trasmissione di conoscenze, all’esperienze della vita. Ma l’esperienza educativa accompagna l’intera esistenza e non scompare certamente nelle sue fasi conclusive.
Nel fine vita, naturalmente, non si tratta di “insegnare” qualcosa alla persona. La pedagogia entra piuttosto come cura della relazione, della narrazione, della memoria e dei processi attraverso cui attribuiamo significato all’esperienza.
La tradizione autobiografica, penso per esempio al lavoro di Duccio Demetrio, ha mostrato quanto raccontarsi possa diventare occasione di rilettura della propria esperienza. In Teatro DiLetto questa dimensione si incontra con quella teatrale: la persona seleziona, organizza e trasforma alcuni frammenti della propria storia, senza che qualcuno stabilisca dall’esterno quale debba essere il significato della sua vita.
Da questo punto di vista, vedo una pedagogia dell’accompagnamento più che una pedagogia dell’insegnamento. Accompagnare significa creare condizioni nelle quali una persona possa continuare a esprimere la propria soggettività, anche quando molte altre possibilità si sono ridotte.

Maria Galasso – Quindi potremmo dire che non apprende soltanto la persona che racconta?

Ivano Malcotti – Esattamente. Questo, secondo me, rende la dimensione pedagogica ancora più interessante. L’esperienza può produrre un apprendimento reciproco. La persona che racconta può incontrare e riorganizzare alcuni frammenti della propria esperienza, ma anche chi ascolta viene messo nella condizione di imparare qualcosa. Il familiare può scoprire una parte della storia che non conosceva; il caregiver può incontrare il proprio congiunto fuori dalla sola dimensione della malattia; l’operatore può conoscere il paziente come persona e non soltanto come destinatario di assistenza.
In questo senso Teatro DiLetto possiede anche una possibile funzione formativa per chi cura. Il racconto può ricordarci che la persona che abbiamo davanti non coincide con la cartella clinica. Dietro il paziente esiste qualcuno che è stato bambino, genitore, lavoratore, compagno, viaggiatore, lettore, musicista, sognatore. La diagnosi non scompare, ma smette di occupare tutto il campo visivo.

Maria Galasso – Psicologia e pedagogia, quindi, si incontrano nel progetto ma senza trasformarlo in una terapia?

Ivano Malcotti – Esattamente, ed è una distinzione a cui tengo molto.
Teatro DiLetto non è psicoterapia, non è psicodramma e non vuole sostituire il lavoro degli psicologi o degli altri professionisti sanitari.
Allo stesso tempo sarebbe riduttivo considerarlo semplice intrattenimento, perché il progetto entra inevitabilmente in contatto con identità, memoria, emozioni, relazioni, separazione, perdita e morte.
Per questo la definizione che considero oggi più appropriata è quella di dispositivo narrativo-espressivo a valenza relazionale e psicologica, al quale aggiungerei una significativa dimensione pedagogica e formativa.
Pedagogia e psicologia possono offrire strumenti interpretativi differenti e complementari: la psicologia ci aiuta a comprendere l’identità, l’esperienza emotiva e la relazione; la pedagogia ci aiuta a guardare ai processi di accompagnamento, narrazione, apprendimento e costruzione di significato lungo tutto l’arco della vita.

Maria Galasso – Esistono altri interventi con cui Teatro DiLetto può essere messo in relazione?

Ivano Malcotti – Certamente. Nelle cure palliative esistono esperienze importanti come la life review e la Dignity Therapy, che lavorano sulla biografia, sul significato e sulla possibilità di lasciare una testimonianza alle persone care.
Il confronto è utile perché Teatro DiLetto non deve essere presentato come se fosse nato in un vuoto culturale o scientifico.
La caratteristica che trovo particolarmente interessante nel nostro progetto è però la restituzione della storia alla persona ancora presente. Il materiale autobiografico non è necessariamente soltanto un lascito destinato a chi resterà; può diventare qualcosa che il suo autore incontra nel presente.
Mi interessa molto questo passaggio dalla legacy come prodotto alla restituzione come evento relazionale.

Maria Galasso – In questa esperienza quale ruolo possono avere i familiari?

Ivano Malcotti – Possono avere un ruolo importante, ma soltanto se la persona desidera coinvolgerli. Una storia appartiene prima di tutto a chi la racconta. Essere un familiare non significa avere automaticamente diritto ad ascoltare ogni contenuto.
Quando invece la condivisione è voluta, una poesia, un dialogo o un frammento autobiografico possono diventare occasioni particolari di incontro. Possono emergere ricordi, episodi poco conosciuti, parole rimaste sospese o aspetti della persona che la quotidianità della malattia aveva progressivamente messo sullo sfondo.
Non direi però che il progetto “risolva” la comunicazione familiare né, tantomeno, che prevenga le difficoltà del lutto. Sarebbero affermazioni che i dati disponibili non permettono di sostenere. Possiamo dire che crea uno spazio possibile di relazione e memoria condivisa.

Maria Galasso – Lei torna spesso sul tema del consenso. Perché è così importante?

Ivano Malcotti – Perché lavoriamo con qualcosa di estremamente personale: la Storia di una vita. Il consenso non può quindi esaurirsi in una firma all’inizio del percorso.
Una persona può voler raccontare qualcosa ma non desiderare che venga trasformato artisticamente; può accettare la trasformazione ma non volere che alla restituzione partecipino i familiari; può accettare una lettura privata senza autorizzare la conservazione o la pubblicazione di quel testo.
Sono decisioni diverse. Per questo credo in un consenso specifico, progressivo e revocabile. La persona deve poter cambiare idea. E c’è un principio che considero irrinunciabile: la storia appartiene sempre a chi l’ha costruita e raccontata.

Maria Galasso – Dopo quasi dieci anni, che cosa possiamo dire dei risultati del progetto?

Ivano Malcotti – Possiamo affermare ciò che abbiamo osservato: partecipazione, coinvolgimento, espressione emotiva, momenti di vicinanza, possibilità di condividere ricordi e testimonianze interessanti da parte di familiari e operatori. Dobbiamo però evitare di trasformare queste osservazioni in risultati clinici che non rientrano nella ricerca direttamente.
Teatro DiLetto non è nato originariamente come studio clinico sperimentale. Non possiamo quindi affermare che riduca il dolore, diminuisca l’ansia, aumenti la resilienza, riduca il consumo di farmaci o prevenga determinate forme di lutto. La prudenza, per me, consente di distinguere con chiarezza l’esperienza dalla dimostrazione scientifica. Il risultato più interessante oggi è forse avere maturato abbastanza esperienza da poter formulare domande di ricerca più precise.

Maria Galasso – Quale sarebbe la domanda più importante?

Ivano Malcotti – Vorrei capire che cosa accade specificamente nel momento in cui una persona ascolta la propria biografia trasformata e restituita attraverso la voce di un altro.
In termini più scientifici: la restituzione biografica performativa produce un’esperienza di riconoscimento, agency narrativa e connessione relazionale distinta da quella generata dalla sola narrazione autobiografica? È importante formulare la domanda senza anticipare la risposta. Quasi dieci anni di esperienza ci hanno permesso di identificare un processo; la fase successiva dovrebbe studiarlo.

Maria Galasso – Nel 2027 Teatro DiLetto compirà dieci anni. Come immagina questo passaggio?

Ivano Malcotti – Vorrei evitare che il decennale fosse soltanto una celebrazione. Naturalmente possiede un significato affettivo molto forte, pensando alle persone incontrate, alle storie ascoltate e alle realtà che hanno reso possibile tutto questo. Ma credo che il modo migliore per rispettare quell’esperienza sia trasformare il decennale in un punto di partenza.
Mi piacerebbe aprire una fase nella quale documentare con maggiore sistematicità ciò che accade, approfondire la voce delle persone assistite, dei familiari e degli operatori e mettere realmente alla prova le nostre ipotesi.
In altre parole, mantenere l’umanità dell’esperienza e contemporaneamente aumentare il rigore con cui la osserviamo.

Maria Galasso – Se dovesse lasciare ai lettori una sola immagine di Teatro DiLetto, quale sceglierebbe?

Ivano Malcotti – Non sceglierei l’immagine di qualcuno che porta un palcoscenico accanto a un letto. Sceglierei il movimento contrario: una storia che nasce da “quel letto” e diventa teatro. Per me Teatro DiLetto è soprattutto questo.
Quando non possiamo più modificare il corso biologico della malattia, rimangono ancora molte possibilità di cura: alleviare il dolore, accompagnare, stare accanto, ascoltare e rispettare il silenzio. E, quando una persona lo desidera, offrirle la possibilità di raccontare una parte della propria storia, trasformarla e riascoltarla tornare attraverso la voce di un altro. Per continuare, fino alla fine, a riconoscere non soltanto l’individuo paziente, ma la persona paziente.

Ivano Malcotti è psicopedagogista d’impresa, esperto di comunicazione strategica, autore e regista teatrale. È presidente della Società Genovese di Cremazione – SO.CREM Genova ETS. La sua attività si concentra soprattutto sui temi della fragilità, del fine vita, dell’elaborazione del lutto, della memoria civile e della violenza di genere. È l’ideatore di Teatro DiLetto, progetto nato a Genova per portare il teatro accanto a persone affette da gravi malattie o prossime alla fine della vita.

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.