Sulla prigionia della beatitudine ovvero sulla beatitudine della prigionia

Esiste una prigionia della beatitudine che è insieme beatitudine della prigionia.
Piccarda Donati nel Cielo della Luna a Dante che le chiede:

“[…] voi che siete qui felici,
desiderate voi più alto loco
per più vedere e per più farvi amici?”

risponde con queste parole:

[…]

“Frate, la nostra volontà quieta
virtù di carità, che fa volerne
sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.

Se disiassimo esser più superne,
foran discordi li nostri disiri
dal voler di colui che qui ne cerne;

che vedrai non capere in questi giri,
s’essere in carità è qui necesse,
e se la sua natura ben rimiri.

Anzi è formale ad esto beato esse
tenersi dentro a la divina voglia,
per ch’una fansi nostre voglie stesse;

sì che, come noi sem di soglia in soglia
per questo regno, a tutto il regno piace
com’a lo re che ‘n suo voler ne ‘nvoglia.

E ‘n la sua volontade è nostra pace:
ell’è quel mare al qual tutto si move
ciò ch’ella cria e che natura face”.

In altri termini più prosaici, i beati con un grado di beatitudine più basso, per legge divina non aspirano a passare ad un Cielo superiore ( di Mercurio per chi è in quello della Luna, di Venere per chi è in quello di Mercurio, del Sole per chi è in quello di Venere… ) ma sono perfettamente soddisfatti del Cielo che ha loro assegnato la Divina Provvidenza.
In loro non può albergare invidia alcuna né rammarico.
Nei Cieli superiori vi è maggiore felicità, ma loro non la bramano, non si sentono attratti da un’elevazione che portandoli oltre li porterebbe ove non meritano.

Questo concetto Dante lo mutua dalla dottrina tomista, che applica lo stesso criterio oltreché ai santi anche agli angeli, ognuno pago del coro in cui da Dio è stato messo e della funzione che gli è stata assegnata.
L’adesione al volere di Dio è per loro così profonda ed esaustiva che desiderare esattamente e soltanto quello che hanno non è solo il loro destino; è piuttosto una dolce catena da cui non si vogliono sciogliere.

Ma come spiegare allora la vicenda di Lucifero che data la sua particolare vicinanza a Dio, a Dio avrebbe dovuto essere legato quanto e, se possibile, più degli altri?

Per il libero arbitrio, si dice.
Quel libero arbitrio che è dote di tutti gli angeli e santi, i quali tutti però secondo l’insegnamento della Chiesa è comunque certo che non sceglieranno mai in difformità dal volere divino.
Strana libertà!…
E allora strano anche come da essa Lucifero abbia potuto…liberarsi.
Una libertà che neanche il sottolineare come la scelta degli angeli se avvenisse nella puntualità di un’unica volta ( intelligentissimi quali sono, saprebbero mettere in conto addensandoli in una sola intuizione tutti i ragionamenti di una logica altrimenti algoritmica), renderebbe possibile per la sua stessa natura di scelta, riassumere e validare l’ossimoro dell’istante-zero.

Infatti nulla cambia nonostante la formula dell’ eviternità di cui appena si è detto, introdotta per uscire dall’impasse dall’Aquinate, secondo il quale esisterebbe appunto un’intuizione onnicomprensiva sul confine tra eternità e tempo riservata agli esseri spirituali: fuori, dentro o sul confine del tempo, resta che di scelta si tratta e che perciò il problema dell’esistenza del male non cambia di una virgola.

Se gli angeli, tutti gli angeli, sono puri spiriti e contestualmente spiriti puri, come può essere che dallo spirito puro di uno di essi venga prodotta la malvagità? Come che fioriscano i germi della tracotanza e dell’arroganza? Come che l’oro puro se è veramente oro e se è veramente puro, arrugginisca?
Se la mente di Lucifero creata da Dio immacolata altro non poteva essere che trasparente come l’acqua di fonte, a quale macchia, a quale germoglio di perversione ( invidia, superbia, orgoglio, egoismo…) poteva rifarsi, e come poteva farli sorgere dal nulla?

Anche la mente di Lucifero, come ogni altra mente presente nell’al di là, al cospetto di Dio, non può che restare fissa, o se si preferisce, affisa, nell’estasi.

Fulvio Baldoino

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