Sui perché di una nuova legge elettorale

Perché il governo più stabile della storia repubblicana italiana è impegnato nella modifica della legge elettorale? La curiosità è legittima, dato che nel 2022 il 44% di voti nelle urne si è trasformato nel 58% di scranni parlamentari a favore della coalizione di governo.

Il sistema proposto cancellerebbe la quota maggioritaria uninominale della legge Rosato (rosatellum), per realizzare un proporzionale con premio di maggioranza, tale da portare la maggior coalizione con più del 40% a 114 seggi al Senato e 230 alla Camera dei Deputati.

Una prima risposta alla domanda di apertura si potrebbe avere osservando la composizione delle forze parlamentari interne alla coalizione vincente. Per semplicità si può analizzare solamente un ramo del Parlamento e cioè la Camera dei Deputati: seggi 59% di fronte al 43,79% di preferenze. Un guadagno complessivo pari al 15,21%. E allora perché cambiare?

Ci rispondono gli specchietti sottostanti, che descrivono la composizione della Camera derivata dall’applicazione del rosatellum:

Lo specchietto a seguire ci mostra quali partiti sono stati più avvantaggiati e quali meno dal meccanismo elettorale:

Senza dubbio a rimetterci furono le opposizioni che complessivamente persero un pacchetto di voti uguale e contrario a quello guadagnato dalla maggioranza. Questa semplice constatazione ci autorizza ad affermare che il parere degli italiani viene deformato per legge. Per quale motivo? Per stabilizzare gli Esecutivi. Tale è la risposta, condivisibile o meno.

Oggettivamente lo stabilicum rimetterebbe in ordine gli effettivi rapporti numerici reciproci all’interno della coalizione di governo. In base alla bozza di riforma, con numeri identici a quelli del 2022 la Camera avrebbe avuto una composizione un po’ diversa. Prescindendo dai casi particolari costituiti dall’Estero, dalla Valle d’Aosta e dal Trentino-Alto Adige, grosso modo la situazione potrebbe essere stata la seguente:

Come si vede il rapporto numerico tra Fratelli d’Italia e la Lega sarebbe stato ben diverso, mentre per Forza Italia sarebbe cambiato il fatto non trascurabile di avere quasi la stessa forza numerica della Lega. Su Noi Moderati lo scrivente non sa che dire, avendo poche e confuse idee sulle ragioni della sua esistenza.

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I proponenti la riforma avrebbero un altro vantaggio dall’eliminazione della quota maggioritaria: non occorrerebbe raggiungere nessun accordo preventivo sui collegi uninominali. La connessa trattativa sarebbe verosimilmente finita in un braccio di ferro tra partiti, soprattutto tra la Lega da un lato e gli altri soci dall’altro. Nel 2022 la Lega Per Salvini Premier fece la “parte del leone” nell’uninominale maggioritario, sulla base di proiezioni evidentemente imprecise. Alla Camera su 147 seggi uninominali (quota maggioritaria, pari al 37% dei seggi secondo il rosatellum) il Centrodestra ne ebbe 121, di cui 42 della Lega. Forza Italia, con pochi voti meno, ne ebbe 23 e Fratelli d’Italia con quasi un numero triplo di preferenze ne ottenne solo 49. La quota maggioritaria uninominale giovò moltissimo a Noi Moderati che si aggiudicò i suoi 7 scranni interamente in questi collegi. Sinteticamente quindi, la risposta alla domanda iniziale potrebbe essere questa: la maggioranza vuole conservare l’attuale consistenza parlamentare complessiva, ridefinendo i rapporti al suo interno in base alle cifre elettorali effettive.

Non a caso il partito principale fautore e sostenitore dello stabilicum è Fratelli d’Italia, mentre all’interno della Lega forse ci sono dubbi e perplessità. L’on. Maurizio Lupi di Noi Moderati invoca la disponibilità dell’opposizione «a un confronto reale e serio in Parlamento per una riforma condivisa»: parole di circostanza? Chissà.

Ancora con il focus sulla sola Camera dei Deputati si può notare che nel 2022 la coalizione di governo ha “fatto filotto” nell’uninominale (121 su 147 seggi) perché le opposizioni si erano presentate divise. Alle prossime elezioni si suppone che queste ultime non rifarebbero lo stesso errore, quantomeno riducendo le distanze tra gli schieramenti. Cambiando le regole di voto la differenza dimensionale tra gli schieramenti in Parlamento potrebbe rimanere quasi uguale a quella attuale, a beneficio della coalizione che ottenesse una sola preferenza più degli avversari. In altre parole, il Centrodestra vuole mantenere il vantaggio attuale, che non sarebbe più assicurato votando con il rosatellum. A questo punto rimane da vedere quale delle due coalizioni superiori al 40% avrà più voti (ammesso che, come possiamo aspettarci, siano due). Nel Centrodestra fino ad oggi alberga la convinzione di essere lo schieramento politico maggiore e difatti vuole regole come quelle dello stabilicum.

La legge elettorale è importantissima: è la base per la costituzione del Governo, per l’elezione del Capo dello Stato, dei membri laici del CSM, di cinque giudici costituzionali… Cioè è la base delle regole dei “giochi” e quindi non deve essere costruita e approvata senza il concorso delle opposizioni.

Questo scritto è stato pensato su cifre in parte effettive, in parte supposte e approssimate: lo stabilicum deve ancora essere approvato e finora in rete si trova poco sul suo funzionamento previsto. Rimane, tuttavia, la considerazione di fondo che è movente di tutta l’argomentazione fin qui svolta: per un modello costituzionale come il nostro, in cui il Parlamento è stato pensato come specchio dell’elettorato, o volendo come campione fedele dell’elettorato, ogni deformazione dello specchio stesso è un vero e proprio “colpo al sistema”…

Noi elettori non saremo chiamati ad esprimerci sullo stabilicum, essendo una legge ordinaria. Resta da vedere quale sarà il giudizio della Corte Costituzionale, perché un premio di maggioranza tanto cospicuo “puzza” di abnormità. Lo specchietto seguente mostra con nomi di fantasia la circostanza limite della massima deformazione delle preferenze:

Chiaramente tale caso limite è un’astrazione matematica, ma serve a mostrare il fatto eclatante che, con un sistema di questo tipo, solo pochi voti in più o in meno possono generare la differenza di 91 scranni. Nell’esempio costruito c’è una distanza del 22,75%, rispetto all’intera assemblea, tra due coalizioni di dimensione elettorale pressoché uguale. Per “una manciata” di preferenze si scaverebbe tra queste una vera e propria voragine artificiale. Come abbiamo visto tra “Uniti per l’Italia” e “La Patria s’è desta” 2 voti valgono una maggioranza schiacciante a favore dei primi, mentre la stessa “Gioia di vivere in questo Paese” ha ben poco da gioire, rimanendo “mutilata” di quasi il 25% dei propri seggi proporzionali. Difficile capacitarsi del fatto che uno striminzito numero di preferenze possa valere tanto: il 22,75% dell’intero corpo elettorale italiano corrisponde a quasi 11,4 milioni di concittadini, posto che sia costituito da circa 50 milioni di persone. Anche se il 50% degli elettori disertasse le urne sarebbero pur sempre 5,7 milioni di voti. Difficile anche pensare che situazioni similari possano essere considerate rispettose dell’art. 48 della Costituzione in cui si afferma, tra l’altro, che il voto è uguale.
In conclusione, per avere una legge elettorale di questo tipo è meno peggio continuare con il rosatellum. Molto altro ci sarebbe da dire, ad esempio sul martellamento mediatico solitamente messo in atto per farci digerire provvedimenti di questo genere, ma meglio chiudere qui. Per ragioni di spazio, ovviamente.

Fabio Tanghetti

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