Su Gaza Fase 1 e Gaza Fase 2, cioè la stessa cosa.

Francesca Mannocchi su “La Stampa” del 18 gennaio chiarisce, al solito magistralmente, cosa significhi per Gaza “Fase 2” e in cosa consista il Board of Peace, ovvero come si proceda per il consueto bluff ai danni dei palestinesi.
Gli scopi, le modalità, i giochi di prestigio per gli appalti e la ricostruzione con il sottinteso teorema che più si distrugge e più si riesce a lucrare nel ricostruire, gli accordi politici sottobanco, l’esclusione di fatto di una delle due parti in causa, la eterodirezione, la politica sostituita con la tecnocrazia e la burocrazia di chi maneggia il denaro e lo indirizza a gestire le risorse… Insomma, la “Fase 2” come normalizzazione e in definitiva accettazione della “Fase 1” e relativa stabilizzazione delle influenze con controllo fino a…data da destinarsi, come succede da 78 anni per i Territori occupati della Cisgiordania al fine di rendere, questa la vulgata, sicuro il territorio stesso.
In realtà col Board of Peace, questo organismo internazionale di supervisione di una internazionalità decisa dagli USA e limitata a chi paga per farne parte,”Gaza”, scrive la giornalista, “non torna normale: viene resa amministrabile, e l’amministrabile – a Gaza – è spesso il modo contemporaneo di dire controllabile [ … ]. E’ un disegno coerente, e proprio per questo inquietante: non immagina un futuro politico per Gaza, ne immagina una gestione. Non costruisce rappresentanza, costruisce un consenso amministrato. Non promette sovranità, ma piuttosto una presunta efficienza.
Dopo la cronaca serve una diagnosi, perché chiamare tecnica l’amministrazione di Gaza, in un luogo dove persino un rubinetto implica accesso, controllo, gerarchie, non è un dettaglio di linguaggio ma una scelta di potere travestita da neutralità”.
In tutto l’articolo, approfondito e consequenziale, è ampiamente sottinteso che la “Fase 1” iniziata il 10 ottobre scorso nonché l’imminente ( quanto imminente però non si sa… ) “Fase 2”, hanno anche la primaria funzione di smorzare e sopire il nervosismo sempre più palpabile dei paesi alleati degli Stati Uniti per quella che è la costante copertura assicurata ad Israele. Paesi in difficoltà a convincere le relative opinioni pubbliche che l’inaudita violenza di quest’ ultimo non è poi così inaudita e pecca solo di qualche eccesso qui e là.
Non fa eccezione il Governo italiano che se ha balbettato qualcosa, lo ha fatto nei rari casi in cui proprio non poteva farne a meno, come quando vi è stato il bombardamento della “Sacra Famiglia”, unica chiesa cattolica di Gaza, del 17 luglio 2025: dispiacere e amarezza per il rischio corso dai fedeli, e comunque anche sostanziale concessione della buona fede alla involontarietà e a quanto accampato secondo il solito copione di Israele.
Difendere il quale ( pur nella versione meno appariscente di non offendere ) è la difesa di uno Stato che in realtà vuole ritagliarsi un ruolo egemone nell’area vicino-orientale. In terra ( Libano, Giordania, Siria, Iraq ), in mare ( limitando sempre più la pratica della pesca ai gazawi ), e persino sotto il mare ( davanti a Gaza c’è un giacimento di 3500 miliardi di metri cubi di gas naturale…).
Il Trattato per la “Fase 1” entrato in vigore il 10 ottobre è servito dunque a distrarre il mondo.
Della Palestina non si parla quasi più. E’ passata l’idea che in essa vi sia la pace o qualcosa che le assomigli e che adesso, con la “Fase 2”, si tratti solo di stabilizzarla e organizzarla.
Non si dice, o se lo si dice lo si fa senza alcuna costernazione, che a causa delle violazioni del Cessate il Fuoco, in neanche tre mesi e mezzo di “pace” sono stati uccisi dai 400 ai 500 palestinesi, vale a dire un numero superiore a quello fatto registrare nello stesso arco di tempo da guerre guerreggiate.
Come se si fossero stancati prima i giornalisti di parlare dei morti che i palestinesi di morire.